Massimo Caprara non vota UNIONE…

Socialismo

IO, SEGRETARIO DI TOGLIATTI, NON VOTO UNIONE


di Massimo Caprara

Ha ricordato con spirito di verità in questi giorni il cardinale Dionigi Tettamanzi che «la politica è la forma più alta di carità». Aderisco, da laico visitato dalla speranza, a questa verità poiché libera, sociale, non ripiegata su se stessa, rispettosa verso la totalità degli uomini, vissuta con passione e umiltà. Essa si ricollega all’ultima enciclica di papa Benedetto XVI Deus caritas est e tocca da vicino l’esperienza di quanti, come me, hanno lottato, schiavi dell’ideologia, per risollevarsene e rinascere. «Esserci per l’altro» è l’insegnamento di questo modo di fare politica che, personalmente, ho imparato a praticare ed oggi mi consente di individuare qualche consiglio per votare.


Faccio questa premessa, che non è di parte, ma si schiera da una parte, di motivazioni razionali contro il capitalismo selvaggio, per la libertà tollerante di ognuno e di tutti, per un protagonismo democratico, pluralista, non individualista, ma severo e umano, coraggioso, aperto al nuovo e all’amicizia tra i popoli e tra le varie religioni, le diverse concezioni spirituali. Non vedo rispettati questi princìpi nelle varie forme di relativismo oggi diffuse nella sinistra e nella sua inimicizia per le altre classi economiche, nell’odio per l’avversario politico e il competitore sociale che si vorrebbe incenerire. Certo vanno sanate le grandi ingiustizie e le immoralità manifeste scartando la violenza che produce vittime senza colpa. Penso che il voto sia una scelta di realtà e come tale vada vissuta nel presente critico degli assetti attuali, senza ipotizzare rifondazioni, impossibili e perniciosi passatismi di ogni genere.


Sono vissuto, inoltre, molti anni accanto ad un capo come Togliatti e ho frequentato tanti altri suoi simili da poter affermare che il loro peggior addebito è la mancanza di umanità. Il loro è un deserto della giustizia che non può avere confini labili e impropri con la politica.
L’ex procuratore capo di Mani Pulite viene candidato alle prossime elezioni politiche, come a sancire una propria personale dipendenza ideologica e operativa, da autentica toga rossa in servizio anche se in pensione. A proposito, perché non ancora un’inchiesta parlamentare su quei dieci anni, dal 1992 al 2002, dell’operazione Mani Pulite con il suo corteo di indebite asprezze e violenze amare alla Di Pietro, di girotondi e proclami su “resistere, resistere, resistere” di un ermellino eccellente? È stato ed è il nocciolo duro di un discrimine fra giustizia e agitazione di piazza, di un movimento che sembrò rivoluzione e fu reazione anti-istituzionale, che anticipa pene senza giudizio e trasforma semplici imputati in “criminali matricolati”. Ben venga una giustizia combattiva ed equilibrata, inflessibile e austera. Ma come dimenticare, al momento del voto, l’inefficienza di un potere, quello giudiziario, che per qualità di alcuni uomini riuniti in casta e per lentezza delle strutture è una delle maggiori piaghe dell’Europa contemporanea?

Sono sempre un rivoluzionario
Mi rendo conto di pretendere che un voto elettorale sia soltanto un toccasana.
La legislatura trascorsa è stata una delle più fiammeggianti e traumatiche per vastità dei temi e dei ritocchi da portare (come in effetti sono stati portati) all’impianto di una Costituzione che è stata più frutto di compromessi tra sospetti reciproci tra le maggiori forze politiche che di un sereno costruire su un progetto veramente moderno. Appartengo alla Prima Repubblica e l’ho osservata da vicino e dal di dentro, non la idealizzo né la sublimo. Qualche volta ne rimpiango la superiore onestà libera da soggezioni estremiste di alcuni uomini eminenti. Respingo il trasformismo degli ex boiardi di Stato e delle cooperative che non sono più tali ma sfruttano le agevolazioni fiscali e strutturali per scalare il potere economico: come l’Unipol ha tentato di fare con la Banca Nazionale del Lavoro.
Di oggi non mi spaventano le molte contrapposizioni e l’elevato vociare spesso non di qualità, anzi apertamente scadente. Constato positivamente la fattività e operosità di qualche personaggio di primo piano assieme all’interesse pieno di riguardo alle politiche per la difesa della famiglia e della vita, per esempio contro l’aborto perché il feto è «speranza d’uomo dotato d’anima». Credo che queste ultime debbano diventare cultura ed etica diffuse, vitali e creative, alternative ai messaggi nichilistici del globalismo del nostro presente.
Ho voluto sempre esser rivoluzionario e conto di esserlo anche con il voto del 9 aprile 2006.


Tratto da TEMPI N.8 del 16 febbraio 2006