Maggiolini lascia Como. E ci dispiace.

Dal mondo

INTERVISTA E OMELIA

L’ADDIO DI MAGGIOLINI


Domenica 14 gennaio Mons. Alessandro Maggiolini ha lasciato la guida della Diocesi di Como. Un vescovo così sarà rimpianto, anche dagli avversari. Un’eco del suo pensiero è risuonata anche nell’ultima omelia. «Ho detto ai miei amati comaschi – spiega Maggiolini – che se la Chiesa dimentica Gesù Cristo si rende meno interessante di una bocciofila»…


1) «I Vescovi? Non mostrano coraggio». Intervista al Corriere della Sera
2) Omelia nella Messa di saluto alla Diocesi di Como


 

1)


«I VESCOVI? NON MOSTRANO CORAGGIO»


«Cari bambini, tra una settimana è Natale e il vostro vescovo ha una notizia da darvi: Babbo Natale non esiste! Non è lui a portarvi i doni, ma papà e mamma rintronati dalla pubblicità! E non esiste neanche la Befana, che tra l’altro è pure brutta!». È il 16 dicembre 2005 e la Cattedrale di Como è gremita di piccoli. Alcuni piangono. «Non fate così. Perché Gesù Bambino, lui esiste. Ma ha cose più serie da fare che andare in giro con i pacchi. E voi dovete dire a papa e mamma che lo mettano nel presepe e lo bacino ogni mattina!».
Un vescovo così sarà rimpianto, anche dagli avversari. Tra i grandi cardinali — teologi e moralisti legati al rigore dottrinario di Wojtyla e Ratzinger e al carisma politico di Ruini — e i molti vescovi affezionati a un «cristianamente corretto» che i laici chiamano superficialmente progressismo, il profilo di Alessandro Maggiolini – che domenica dopo 18 anni ha celebrato l’ultima Messa da vescovo di Como – si stagliava con nettezza. L’hanno definito leghista (e lui scrisse una lettera a Repubblica per rispondere a Lerner: «Caro Gad, lei è troppo intelligente per fare il giornalista») e reazionario (anche quella volta negò: «Alla reazione preferisco la tradizione»). Ma gli aspetti che lo rendevano inimitabile erano la schiettezza (confermata pure nella lettera con cui nel 2003 annunciò ai suoi preti la malattia: «Sapete che non amo i giri di parole. Ho un tumore al polmone sinistro») e il pessimismo. «L’ottimismo è la virtù degli imbecilli. Non è colpa mia se molti colleghi hanno l’abitudine di dire che tutto va bene e il cattolicesimo vive un’epoca gloriosa. Ma va là!». Seguiva un lungo catalogo di bersagli, cui Maggiolini ha dedicato due long-seller dai titoli inquietanti, Fine della nostra cristianità e Declino e speranza del cattolicesimo (indimenticabile il passaggio sui seminari enormi e vuoti: «Ormai ci si muove dentro in monopattino!»).
Un’eco del suo pensiero è risuonata anche nell’ultima omelia da vescovo. «Ho detto ai miei amati comaschi – spiega Maggiolini nel suo primo giorno di riposo – che se la Chiesa dimentica Gesù Cristo si rende meno interessante di una bocciofila. Che la Chiesa deve essere lieta, pur nel tempo di una cultura tetra e disperata. Che l’unità dei credenti si fa sulle certezze e non sui “forse”, i “mi pare”, i “discutiamo”. Il distintivo del cristianesimo è il Credo, non il dialogo. Sui “può darsi” nessuno impegna la vita». Quanto alla Lega, «non ho mai fatto politica, tranne quella dei valori impliciti nella Rivelazione e nella realtà del Signore Gesù. Il vescovo leghista è una “fola” inventata da uomini dalla fantasia sfuocata. Penso che l’amore per il prossimo aiuti soprattutto i più deboli senza condannare i ricchi, purché assistano i bisognosi. Non riuscirei a essere “leghista” almeno perché ho il culto di una lingua italiana passabilmente elegante».
Certo, alcune sue invettive avevano toni molto difficili da accettare. Gli omosessuali che «possono essere curati» («ma possono anche diventare santi», ovviamente «se non praticano»). Il femminismo «lercio in alcune sue fasce». Gli italiani secolarizzati che «finiranno per somigliare a negretti o indios da catechizzare». I Pacs «preludio a matrimoni tra uomini e cavalli». Le vallette tv «scimmie che appaiono come donne per eccellenza, mentre sono graziosi animaletti». Ma la sua prosa non aveva (quasi) mai la grevità di un Gentilini; piuttosto, l’ironia amara di un Biffi, di cui non a caso è grande amico. Da qui il rimprovero a «preti e suore che danno indegno spettacolo di sé apparendo in stupidi programmi televisivi. Siate persone serie, non fatue». Le perplessità per i nuovi santi «dolcemente imposti dalle diocesi o, assai più sovente, da famiglie religiose». L’attacco ai politici, «vecchi bacucchi che sdottoreggiano di fecondazione assistita ma non hanno mai visto una provetta in vita loro. A don Verzé disse che «chi invoca l’eutanasia in realtà sta chiedendo di tenergli la mano». Contro Cofferati firmò un commento sulla prima pagina del Giornale: «Perché la Chiesa non condanna le bugie del sindacato sull’articolo 18?» Insomma: un combattente.
Tra i primi a porre, «magari in modo sgarbato, i temi dell’identità occidentale nel confronto con l’Islam, che ora si ritrovano in ogni discorso. «Sono stato spesso accusato di essere tradizionalista; mi scopri quasi “profeta” – dice oggi –. Rimango del parere che la Chiesa è la salvezza e la promozione della civiltà autentica, Occidente compreso. Le preoccupazioni derivavano sempre dall’osservazione della realtà senza occhiali rosa. Il confronto con l’Islam va senza violenza da nessuna parte: i cattolici devono avere la testa dura e il cuore dolce; invece hanno spesso il cuore di pietra e la testa di cicca americana». E sui timori per i pregiudizi razzisti emersi a Erba: «Ciò che è accaduto là poteva accadere altrove. Occorre regolare l’afflusso degli immigrati e assicurare loro una vita dignitosa. Nei limiti del possibile. Non si possono spalancare le porte della nazione e mantenere e far crescere un’originalità culturale».
Più ancora dell’Islam, il suo vero avversario è stato «un residuato di Chiesa, pochi reduci, che insistono su un progressismo sociale e politico. Con il passare del tempo – sostiene Maggiolini – questo piccolo resto si lascia fagocitare da ideologie che con il cristianesimo non hanno nulla a che vedere. Il depositum fidei conserva e rinnova l’impeto sociale dei cristiani. L’abbandono della fede rende le comunità cristiane inutili, insignificanti, perfino fastidiose: ripetono con noia sempre le medesime cose senza concludere nulla o quasi. La civiltà occidentale è nata dal monachesimo». Ruini? «Poveretto. Talvolta doveva fare sintesi che raccogliessero silenzi o vaniloqui. I vescovi recentemente non sono apparsi ne troppo loquaci, ne troppo coraggiosi. Ruini è stato bravissimo».
Ratzinger è diverso dopo Ratisbona? «Ratisbona non ha cambiato nulla e non si vede cosa debba cambiare». Si attendeva modifiche alla liturgia? Il latino, l’orientamento dell’altare? «Si sta perdendo il gusto di una lingua incisiva e seducente. L’altare poi non deve fare da predella a uno show-man, ma suscitare l’attenzione al Signore Gesù che viene e che apparirà all’Oriente, alla fine dei tempi. A noi attenderlo con ansia e trepidazione, lasciandoci trasformare dal suo mistero. Se no, organizziamo happening scialbi e autocelebrativi».
Al nuovo vescovo ha chiesto solo di poter ancora confessare in cattedrale. Questo non esclude che tornerà a levare la propria voce. Perché, a 76 anni e dopo tre interventi chirurgici, incombe qualcosa che lo affascina e lo spaventa. «Per quanto riguarda la morte, ho anch’io nel mio repertorio di “predicabili” molti pezzi persino di virtuosismo sull’ingresso in paradiso, l’immortalità dell’uomo globale, la comunione dei santi eccetera. Al punto che bisognerebbe concludere che il morire andrebbe desiderato. Storie. Un anelito incontenibile può benissimo essere nascosto dentro una sorta di terrore». Terrorizzato? Uno che, in un pezzo di virtuosismo del repertorio di “predicabili”, ha scritto: «Desidero andare di là per guardare negli occhi Gesù e buttarmi tra le braccia della Madonna»? «Tutto vero. Questo non cancella la paura. Ho paura della morte perché implica il dolore e, peggio ancora, una domanda terribile: sono stato leale con me stesso? Quando guarderò negli occhi Gesù, sarò quello che sono o quel che credo di essere? Mi spiace essere per l’ultima volta sgarbato: ma l’inferno non è vuoto».
Più vuota sarà la Chiesa italiana, senza Maggiolini.


di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera 16 gennaio 07



2)


“SALUTO ALLA DIOCESI DI COMO, DI CUI LASCIO LA GUIDA”


Omelia nella Messa di Saluto
Como, Cattedrale, 14 gennaio 2007


Prima di ogni sentimento, esprimo il mio saluto cordialissimo ai Sua Eccellenza Mons. Teresio Ferraroni, novantatreenne, che mi ha preceduto sulla cattedra di Sant’Abbondio e che oggi si scusa di non poter essere presente. Saluto i tre vescovi che ho consacrato durante il mio ministero episcopale a Como: Sua Eccellenza Mons. Franco Festorazzi, Sua Eccellenza Mons. Dante Lafranconi e Sua Eccellenza Mons. Oscar Cantoni.
Saluto pure le autorità civili – Sua Eccellenza il neo Prefetto, il Procuratore Generale, i due sindaci di Como-Sondrio – e i responsabili dei diversi settori di attività pastorale diocesana: in particolare Mons. Enrico Bedetti che mi ha assistito per anni come Vicario generale e i membri del Consiglio Episcopale, Mons. Felice Rainoldi, Mons. Rinaldo Valpolini, Mons. Lorenzo Bataloni, arciprete della Cattedrale, Don Aurelio Pagani, che mi ha assistito accuratamente come segretario, soprattutto nel periodo della malattia; saluto ancora gli anziani e i malati che vorrebbero essere presenti oggi, ma non possono; saluto ancora i sacerdoti che ho amato lungo tutto il mio impegno episcopale, e tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa celebrazione di distacco, che tuttavia mi lascia ancora nella diocesi che ho guidato; saluto ancora tutta la gente che ho incontrato nella visita pastorale e nelle uscite in seno alle diverse parrocchie; saluto ancora le persone che si dedicano ai sofferenti negli ospedali, nelle case di accoglienza per disabili e i barboni che ho incontrato in diverse occasioni con senso di rispetto e di amicizia.
Vivo un momento di particolare intensità religiosa ed ecclesiale. Per quasi 18 anni, dopo 6 anni di permanenza come vescovo a Carpi, sono stato mandato dal Papa a guidare la gloriosa Chiesa di Como – Sondrio.
Non è questo il momento di intessere commemorazioni altisonanti e di compilare bilanci di ciò che il Signore ci ha concesso di fare insieme. L’orizzonte entro cui mi muovo in questo saluto è il ringraziamento a Cristo, il Vescovo dei Vescovi: ringraziamento per l’attività formativa che mi è stata data di compiere e di ricevere e per l’organizzazione che mi è stata data di rinnovare.
Dipendo dalle letture della Messa che celebriamo. Esse mi offrono uno schema di riflessione e di confidenza che si traduce in gratitudine religiosa e in un rinnovato atteggiamento di amore per voi, popolazione della Chiesa locale.
1. La Chiesa sposa di Cristo e del Vescovo
Il Vangelo narra le Nozze di Cana di Galilea. Il contesto in cui Maria chiede e Gesù compie il miracolo dell’acqua trasformata in vino è un quadro di gioia e di affetto che i due sposi si scambiano reciprocamente. Potrebbe sembrare un contesto profano. Il Vangelo di Giovanni assume questo episodio in chiave misterica. Senza falsi pudori, senza esitazioni pruriginose la Parola di Dio colloca il Signore Gesù in una festa dove l’amore umano in tutta la sua densità viene consacrato e diventa segno della dilezione di Cristo per l’umanità.
Salto diversi passaggi e arrivo al significato ultimo dell’episodio. Cristo è lo sposo della Chiesa: lo sposo che fa propria la comunità quale Verbo incarnato che spinge la sua affezione fino alla morte di croce e alla risurrezione. Questo è lo stile oblativo di Dio: non lascia la miseria del mondo al suo destino: assume tutte le realtà umane – perfino i peccati – e le fa proprie attirandole a sé e introducendoci nella vita divina.
Una realtà terribilmente umana e perfino materiale fin quasi al pericolo di profanazione della dignità della coppia serve da immagine della donazione del Signore alla Chiesa. Così il popolo disperso a causa del peccato diviene il corpo di cui Cristo è il capo: la Chiesa non solo si unisce come la sposa allo sposo: diviene una cosa sola con il Verbo incarnato e redentore.
E veniamo al vescovo. Il quale rende presente e permette a Cristo di agire rendendo l’umanità, che è gaudente e disperata, come il suo regno e il suo corpo. Analogamente il vescovo, quale rappresentante del Signore Gesù, si deve donare alla comunità che gli è affidata come guida visibile e come sposo. Anche come sposo. Ciò dice che il Vescovo è chiamato a offrirsi senza riserve e senza scadenze alla sua Chiesa. È l’esperienza che il Signore mi ha dato di avvertire in questi anni tra voi: posso dire di avervi amati con amore sponsale e di essere stato riamato ancor più di quanto ho lavorato e pregato tra voi.
Una simile dipendenza e un simile legame strettissimo a Cristo, aiuta a comprendere il perché dai primi messaggi che ho inviato alla Diocesi, e poi lungo tutto l’Episcopato, ho insistito sulla coltivazione della originalità cristiana: senza questo rapporto con Gesù, la Chiesa e il cristianesimo non hanno più nulla da dare e da dire: diventano inutili. Si spiega così l’insistenza che fin dall’inizio del mio apostolato a Como ho presentato l’esigenza delle vocazioni sacerdotali e di particolare consacrazione a Dio: esse sono vivente richiamo all’intera comunità perché assimili e assapori la gioia di essere con Cristo: membra di uno stesso corpo; tralci di una identica vite.
2.Comunione fraterna
La prima lettera di San Paolo ai Corinzi insiste sulla diversità dei carismi derivati e conclusi in un solo Spirito. Così è la diversità di ministeri in un solo Signore; così è per la diversità di operazioni in un solo Dio che opera tutto in tutti.
Non a caso il Maestro ci ha insegnato che il segno più manifesto della sua presenza nella fraternità ecclesiale è l’unità dello Spirito per l’utilità comune. Una Chiesa divisa è un ammasso di egoismi.
Potrei sviluppare a lungo questa riflessione che è la caratteristica della missione e dell’apostolato della Chiesa. Mi basti rilevare che la gratitudine al Signore per questi anni di episcopato è dovuta anche e soprattutto perché abbiamo vissuto in una comunità di fedeli che si sono voluti bene e hanno collaborato rendendosi fratelli e strumenti di Cristo. Non è raro avvertire che in alcune chiese locali anche in Italia scattano rivalità e controversie tra diverse aggregazioni ecclesiali, quasi un gruppo fosse del “tal prete” o del “tal vescovo” e un altro di “un altro prete” e di “un altro vescovo”. Le divisioni e le contrapposizioni si registrano anche tra fedeli: non per la diversità di stili spirituali, ma per il distacco dai fratelli e dalla gerarchia: gerarchia che letteralmente significa “custodia dell’archè”, vale a dire partecipazione alla autorità e all’ amore di Cristo. Ringrazio il Signore perché, tranne rarissimi e trascurabili casi, la Chiesa di Como in questi anni ha sperimentato una unità senza invidie e senza rivalità. Mi auguro che lo stile di questa concordia continui per il futuro. Soltanto così si raggiunge la pace e la tenerezza di Dio che coinvolge ogni uomo e ogni settore di vita che si incontra. Gesù lo si trova nella circostanza che Dio ci chiede di vivere.
3. La gioia della Chiesa
Uno dei segni più espliciti e stupefacenti dell’appartenenza al Signore e dell’unione fraterna tra i credenti è la gioia che il Signore concede alla sua famiglia ecclesiale.
Nella prima lettura il profeta Isaia non riesce a rimanere in silenzio davanti alla giustizia di Dio e alla salvezza del Signore che risplende come lampada. Allora i popoli vedranno la giustizia di Dio, tutti i re la sua gloria. Il popolo di Dio si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarà una magnifica corona nella mano di Cristo, un diadema regale nella palma di Dio.
Nessuno chiamerà più la Chiesa abbandonata o devastata. Il Signore chiamerà la comunità cristiana suo compiacimento e la sua terra sposata, poiché Egli si compiacerà della sua Chiesa e la terra avrà il suo sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così la Chiesa sposerà il suo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così Dio gioirà per il suo popolo.
La gioia, dunque, non è un atteggiamento che è concesso, ma un sentimento che è comandato: siamo impegnati, obbligati, sospinti a essere lieti. Il Vangelo è la buona notizia che ci rende sorridenti e cattivanti. Una Chiesa mesta, anche in momenti di prova, è una caricatura dell’inferno. Dobbiamo reimparare a sorridere, a riconoscerci con letizia, a cantare il canto nuovo che il Signore ci insegna e dirige. Così la Chiesa diventerà il punto di riferimento in una cultura tetra e contrariata senza sapere il perché. Mentre noi sappiamo bene il motivo di una gioia che non possiamo contenere.
4. Ringraziamenti
Ringrazio Dio per i quasi 18 anni di episcopato comense nei quali ho potuto:
a) con la visita pastorale vedere tutte le comunità e i rispettivi parroci;
b) ordinare più di 100 presbiteri; circa ¼ del totale del clero;
c) avere la gioia di portare, dopo 800 anni, un Papa a Como,
d) istituire il Diaconato permanente.
Il grazie va al Signore anche per le opere materiali compiute:
a) la ristrutturazione della Cattedrale;
b) il rifacimento totale del Seminario;
c) la sistemazione dell’archivio storico e l’istituzione della Fondazione Rusca;
d) l’avvio dell’inventario dei beni artistici diocesani;
e) la soluzione delle pendenza centenaria per il santuario di Tirano e l’acquisto degli immobili per il servizio dello stesso.
E grazie anche al Signore per i momenti difficili:
a) la perdita di alcuni confratelli nel sacerdozi;
b) la morte di tanti preti, quasi tutti da me funerati;
c) la forzata sospensione del Sinodo;
d) la malferma salute che ha condizionato gli ultimi anni del mio episcopato;
e) la diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata: crisi, questa, che ci auguriamo e ci impegniamo a superare con l’aiuto di Dio.
Oltre al ringraziamento al Signore, esprimo quello alle persone:
a) i collaboratori più vicini che si sono succeduti durante l’episcopato comense;
b) i laici impegnati nei vari movimenti;
c) i religiosi e le religiose che hanno collaborato alle diverse attività pastorali;
d) le autorità civili nei confronti delle quali si è instaurato non solo rispetto, ma anche amicizia.

La gratitudine al Signore è grande; più grande è il suo aiuto divino e umano.
Salutando la diocesi, nella quale rimango almeno per le confessioni, riprendo l’affermazione: «Cari fedeli di Como vi porto nel cuore vi ritrovo nel mistero del Signore Gesù».
Grazie. Grazie. Grazie.
Con l’intercessione della Madonna di Tirano.


www.alessandromaggiolini.it   2007-01-14