L’ultimo libro di Giampaolo Pansa

Socialismo

Gli anni sanguinosi della guerra civile italiana

Uscirà la prossima settimana l’ultimo libro di Giampaolo Pansa I tre inverni della paura (Rizzoli, pagg. 567, euro 21,50). Dopo i saggi dedicati alla guerra civile, Pansa scrive ora un romanzo che parla del dramma italiano negli anni terribili dal ’43 al ’46, focalizzando il racconto sul cosiddetto Triangolo della morte tra Parma, Reggio Emilia e Modena.

1) «Vi racconto l’Italia della zona grigia» Intervista a Giampaolo Pansa

2) E ora vi racconto gli inverni in cui nevicava sangue di Giampaolo Pansa

1)

«Vi racconto l’Italia della zona grigia»

«Me lo aveva chiesto una ragazza, una ragazza di destra durante un incontro a Roma nel quale presentavo Il sangue dei vinti. “Lei – mi disse – deve scrivere il Via col vento della nostra guerra civile”».
Racconta così Giampaolo Pansa la genesi del suo ultimo libro, il poderoso romanzo che narra il dramma italiano in anni terribili fra il 1940 e il ’46, focalizzando il racconto sul territorio fra Parma, Reggio Emilia e Modena, i luoghi dove, per dirla con un’espressione di Nora, la protagonista, d’inverno «nevicava sangue». I tre inverni della paura (Rizzoli, pagg. 567, euro 21,50) sarà in libreria dal 21 maggio. I tre inverni maledetti sono quelli del ’43-44, ’44-45 e ’45-46.
«Ora io non ritengo di essere una reincarnazione di Margaret Mitchell – prosegue Pansa -, ma dopo i miei saggi dedicati, fra il 2002 e il 2007, alla guerra civile, da I figli dell’Aquila fino a I gendarmi della memoria, sentivo il bisogno di congedarmi da questo argomento con un affresco più vasto e completo che desse per intero il senso di quanto accadde in quegli anni, al di fuori della retorica che per decenni ha occultato la verità in un’esaltazione a senso unico della Resistenza».
Un nuovo libro «revisionista» dunque.
«Non capisco perché chi racconta la verità, anche e soprattutto la più scomoda e taciuta, debba essere accusato di revisionismo. Se è così tutti gli storici sono revisionisti. Infatti è la stessa storiografia a mutare di continuo, correggendo errori, ottiche sbagliate».
Ma i «gendarmi della memoria» non saranno d’accordo…
«Devo essere sincero? Non me ne importa niente, peggio per loro. Credo che proseguire nell’ottusa deificazione di una sola parte (la Resistenza) e nella demonizzazione dell’altra (i fascisti) sia un clamoroso errore. Eppure la sinistra insiste, lo ha fatto anche nell’ultima campagna elettorale evocando fantasmi lugubri come “la marea nera”. Il risultato? Quello uscito dalle urne».
Veniamo al libro. Anzi, al romanzo.
«Come dicevo, citando la Mitchell, dopo una serie di saggi polemici volevo affrontare un grande racconto corale della tragedia italiana, anzi di tre tragedie: la guerra, la guerra civile 1944-45 e lo strascico della guerra civile fino al 1946».
Siamo sicuri di chiamare «guerra civile» anche l’ultimo periodo? In quegli anni, nel «triangolo della morte» e altrove, non si scontrarono più due fazioni in armi ma si assistette a un massacro unilaterale di cittadini inermi.
«Accetto la retti*****. Anzi, direi di più: si assistette al tentativo della frazione in armi del Partito comunista, particolarmente agguerrita in Emilia, di attuare la rivoluzione proletaria eliminando a uno a uno i “nemici del popolo”, colpendo secondo la strategia che anni dopo sarà seguita dalle Br di “colpirne uno per educarne cento”: uccidere un sacerdote come don Pessina, per esempio, per terrorizzare tutti i preti della zona, assassinare il sindaco socialista di Casalgrande per zittire qualsiasi antagonista. A un certo punto il numero degli omicidi salì talmente (oltre duemiladuecento in un anno solo fra Bologna, Modena e Reggio) che Togliatti si decise a intervenire imponendo lo stop in una riunione con i capi comunisti a Reggio Emilia il 23 settembre 1946. E da quel momento gli omicidi cessarono».
Dunque sono gli innocenti uccisi i protagonisti del romanzo?
«Il romanzo è dedicato a quella parte degli italiani – la stragrande maggioranza – che non si schierarono né da una parte né dall’altra, eppure soffrirono la guerra, la fame, la paura, la morte. È quella che Renzo De Felice ha chiamato “la grande zona grigia”, quella che non era né rossa né nera, che non si macchiò di nessuna ferocia, ma fu vittima di inaudite violenze. Conosco bene la “zona grigia” perché vi apparteneva anche la mia famiglia e volevo raccontare lo smarrimento, l’angoscia, il dolore di queste persone, schiacciate fra i contendenti in armi».
Così è Nora, la giovane protagonista figlia di un proprietario terriero di Parma, che ha perduto il padre della sua bambina nella campagna di Russia e perderà due cari amici, uno arruolato nelle Brigate Nere e uno fra i partigiani «bianchi». Ma Nora è un personaggio vero?
«Nora non è un personaggio vero. Veri sono tutti i nomi delle vittime e dei carnefici dei paesi dove d’inverno “nevicava sangue”. Nora simboleggia tutte le donne che hanno attraversato l’inferno. Le donne che sono rimaste a casa mentre gli uomini erano al fronte e che in realtà hanno combattuto una guerra altrettanto dura sul fronte della famiglia. Le donne che sono rimaste sole ad affrontare una vita quotidiana sempre più difficile e pericolosa, spesso con figli o fratelli schierati su fronti opposti. Rimaste sole a difendere la casa, i bambini. Donne senza difesa che sono state rapinate, minacciate, violentate, uccise. Il mio romanzo è dedicato a loro».
Il Giornale n. 116 del 2008-05-16

2)

E ora vi racconto gli inverni in cui nevicava sangue

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo uno stralcio tratto dal romanzo di Giampaolo Pansa I tre inverni della paura

di Giampaolo Pansa

Beniamino Socche era nato a Vicenza il 6 aprile 1890. All’arrivo nella diocesi di Reggio aveva cinquantasei anni appena compiuti. E dunque si trovava nel pieno del vigore fisico e morale. Insediato a Cesena nel 1939, durante la guerra civile aveva rivelato coraggio e fermezza. Non si era risparmiato nel difendere gli ebrei perseguitati e si era scontrato più volte con le autorità fasciste del posto. Meritandosi persino un arresto da parte delle SS tedesche.
Era un uomo alto, massiccio e con un carattere che non sopportava nessuna briglia. Aveva una devozione profonda per Maria Vergine, ma nemmeno la Madonna s’era mostrata capace di addolcire la sua grinta. Chi lo conobbe in quel tempo l’avrebbe poi descritto così: intuitivo, lineare, impulsivo, spesso testardo.
Vedeva come il fumo negli occhi qualunque accordo fra i cattolici e i socialcomunisti. Certo, durante la Resistenza l’intesa era stata utile. Ma adesso la guerra era finita. E per Socche un rapporto non conflittuale con il Pci rappresentava un pericolo per la fede religiosa e una trappola per la Chiesa.
Era stato questo profilo a destinarlo a Reggio Emilia. Socche sembrava fatto apposta per quella diocesi, assediata da un comunismo asfissiante e senza avversari politici in grado di contrastarlo. La Dc aveva una struttura troppo debole per opporsi agli Squadroni della morte. I socialisti andavano al seguito dei comunisti. Gli altri partiti quasi non esistevano. E a Socche risultava inconcepibile che il Pci sedesse in un governo accanto ai democristiani.
Dopo l’assassinio di don Pessina, il vescovo di Reggio si era recato a Roma per incontrare De Gasperi. Riuscì a vederlo mentre usciva, stressato, da un consiglio dei ministri. Socche gli disse: «Presidente, voi governate con i comunisti, ma a Reggio Emilia i rossi ammazzano i preti». De Gasperi allora gli spiegò: «Eccellenza, voi avete ragione. Però la strada è già segnata: prima con i comunisti, poi senza i comunisti, alla fine contro i comunisti».
Nelson ebbe modo di parlare più volte del vescovo Socche con il suo vecchio amico Olindo Canovi, il tecnico delle Reggiane. Cattolico e democristiano, Canovi ammirava Socche e sapeva molte cose di lui. Disse a Nelson: «Ci voleva a Reggio un presule coraggioso, in grado di difendere il suo gregge dai lupi».
Canovi raccontò a Nelson come si era mosso Socche nelle ore successive all’assassinio di don Pessina. La sera del 18 giugno, appena informato dell’omicidio, il vescovo si era fatto portare a San Martino di Correggio. Il corpo del parroco stava ancora riverso a terra. Un fazzoletto bianco, annodato sul capo, gli teneva fermo il mento. Socche s’inginocchiò accanto al prete, lo baciò sulla fronte, giunse le mani e cominciò a pregare.
«Quando si è rialzato» raccontò Canovi a Nelson, «chi gli stava vicino si è accorto che il vescovo piangeva. Ma il suo non era un pianto di paura o di disperazione. Bastava guardarlo negli occhi per capire che, da quel momento, non avrebbe dato tregua a chi gli aveva ammazzato don Pessina.
«Socche ha voluto celebrare lui il funerale del parroco. Nella chiesa la gente era poca. Molti erano rimasti a casa per paura di quelli che tu chiami gli Squadroni della morte. Il vescovo ha preso la Bibbia e letto ad alta voce un passo adatto al momento. Era quello che parla della maledizione di Dio per coloro che toccano gli unti del Signore.
«Il giorno seguente era la festa del Corpus Domini» continuò Canovi. «Alla processione di Reggio è andata una folla di fedeli. Nel duomo gremito, Socche ha spiegato che cosa aveva intenzione di fare: “Io renderò noto a tutti i vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia!”».
Nelson apprese da Canovi le decisioni di Socche. Come primo atto, aveva scomunicato gli assassini di don Pessina, compresi i mandanti. Riservando soltanto a se stesso l’assoluzione eventuale. Quindi proibì tutte le processioni esterne alle chiese e agli oratori nei vicariati foranei di Correggio, di Canolo e di San Martino in Rio. Infine inflisse l’interdetto alla parrocchia di San Martino in Piccolo.
«Che cos’è l’interdetto?» domandò Nelson.
«Nel diritto canonico» gli spiegò Canovi, «è una pena spirituale inferiore soltanto alla scomunica. Dopo l’interdetto, nella parrocchia che era stata retta dal povero don Pessina non si poteva più celebrare la messa, confessare e comunicare i fedeli e nemmeno tenere funerali religiosi».
Il vescovo Socche aveva cominciato una battaglia destinata a proseguire per anni, con risultati controversi. Il suo obiettivo era esplicito: opporsi al comunismo, e non soltanto a quello reggiano. A proposito di Reggio Emilia disse: «Non è questo popolo buono e affettuoso che assassina e massacra la gente. Ma è soltanto un piccolo branco di malviventi che hanno già perduto l’ultimo brandello di coscienza. Insudiciati di sangue umano sino ai capelli. E accecati dall’odio e dall’interesse, che li hanno fatti diventar belve assetate di sangue».
Poi, sempre più esasperato, confessò: «Ho giurato a me stesso che don Pessina è l’ultimo prete che mi ammazzano. Il prossimo sarò io. Li costringerò a suicidarsi per la disperazione, questi assassini!».
Togliatti conosceva le circostanze dell’omicidio di don Pessina. E in che modo si era mosso subito dopo il vertice del Pci reggiano e quello dell’Anpi. Da un delitto terribile e senza motivo era venuta una catena di errori grossolani e privi di scusanti: il rifiuto di denunciare chi aveva sparato, la diffamazione del sacerdote, l’incapacità di impedire gli omicidi successivi e di nuovo la scelta di coprire i responsabili. Un caos voluto o subìto dai capi del Pci di Reggio. Quasi una congiura contro il partito, messa in atto da dirigenti del partito.
Infine c’era il problema di quel vescovo. Per Togliatti non era difficile prevedere che, attorno a monsignor Socche, si sarebbe raccolta un’opposizione sino ad allora quasi inesistente in città e nella provincia. Un partito informale, ben più forte della Dc reggiana. In grado di ingaggiare una guerra senza quartiere contro il Pci di Reggio e il vertice nazionale comunista.
Mentre partiva da Roma, Togliatti aveva le mani libere da impegni ministeriali. Con la nascita del secondo governo De Gasperi, si era spogliato del ministero della Giustizia. Per trasferirlo a un compagno fidato, Fausto Gullo, un avvocato calabrese, a suo tempo tra i fondatori del Pci. Adesso era il partito la prima e unica cura del Migliore. E a Reggio avrebbe dimostrato come intendeva guarirlo da quella che era stata chiamata «la nevrosi del mitra».
Togliatti arrivò a Reggio Emilia nella tarda mattinata di lunedì 23 settembre 1946. E si recò a casa del sindaco Campioli che si era offerto di ospitarlo. Qui gli portarono i giornali emiliani e lui cominciò subito a sfogliarli.
Il leader del Pci considerava molto importante la carta stampata, l’unico media efficace allora esistente. Si occupava dell’Unità, il quotidiano del partito, con una cura costante, quasi maniacale. Però leggeva con altrettanta attenzione i fogli avversari. La propaganda comunista li considerava cartaccia. Ma non era questa l’opinione del Migliore.
Tra i giornali che gli portarono a casa di Campioli, trovò di certo gli ultimi numeri della Nuova Penna. Quello di luglio e i due di agosto. Togliatti si rese conto che non era per niente «un libello sedicente indipendente». A bollarlo così era stato il prefetto Chieffo, spesso attaccato dal giornale di Eugenio e di Giorgio che lo ritenevano troppo tenero verso i comunisti.
Togliatti considerò accigliato le prime notizie sulle fosse clandestine scoperte in provincia. E gli ci volle poco per fare due più due. L’omicidio di don Pessina, il delitto Farri, l’emergere delle sepolture segrete, la guerra scatenata dal vescovo Socche, le velleità rivoluzionarie del vertice comunista reggiano e l’esistenza di incontrollabili nuclei di killer rossi: ecco un ginepraio di quelli rognosi. Zeppo di faccende molto pericolose. E foriere di guai anche più pesanti. Dunque s’imponeva un repulisti duro, molto duro.
La purga venne annunciata nell’incontro più importante delle tre giornate reggiane di Togliatti. Si tenne la sera dello stesso lunedì, sempre nell’abitazione di Campioli. Il peso di quel vertice era testimoniato dall’elenco dei dirigenti che il leader del Pci aveva deciso di convocare e di strigliare.
Venivano dalle tre province dove la seconda guerra civile era la più sanguinosa. Oltre a Campioli, c’era il sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza. E quello di Modena, Alfeo Corassori. Insieme a loro tre dirigenti della federazione reggiana. Il primo era Nizzoli, il segretario fuori di testa. Insieme a lui, il Migliore aveva voluto incontrare Osvaldo Salvarani e Riccardo Cocconi. Quest’ultimo era un comandante partigiano garibaldino che aveva inutilmente tentato di far accettare da Nizzoli un documento di condanna del delitto Mirotti.
Qualcuno si aspettava di veder arrivare anche l’altro padrone di Reggio: il compagno Didimo Ferrari. Ma per il leader comunista, Eros era soltanto il presidente dell’Anpi, dunque un signor nessuno o quasi. E non si curò di convocarlo.
Togliatti aveva sotto gli occhi il bilancio sanguinoso del dopoguerra in quelle tre province. Si trattava di un conto ancora parziale, per due motivi. Il primo era che l’epoca dei killer trionfanti non poteva dirsi conclusa. Il secondo era che nemmeno il vertice del Pci conosceva con esattezza le dimensioni delle mattanze compiute dopo la liberazione.
Tuttavia, anche i rendiconti incompleti apparivano terrificanti. A Bologna e nella sua provincia risultavano uccise almeno 770 persone. A Modena e nel suo territorio gli assassinati erano 890. A Reggio, infine, le vittime della seconda guerra civile erano 560, e forse di più. In totale i cristiani accoppati risultavano 2220, secondo un calcolo prudente e parziale.
Nel settembre 1946 Togliatti aveva cinquantatré anni, sempre vissuti perigliosamente, soprattutto nella fase dei grandi processi staliniani. In quell’epoca di terrore, Togliatti viveva a Mosca, all’Hotel Lux. E non aveva battuto ciglio neppure quando la polizia segreta sovietica si era portata via suo cognato, Paolo Robotti, e tanti altri comunisti italiani. Tutti compagni poi fatti uccidere da Stalin o mandati a morire nei gulag. Robotti era uno dei pochi a essersi salvato.
Sotto la sferza staliniana, il Migliore aveva apprezzato l’importanza del cinismo e della durezza d’animo. Due doti che non gli facevano difetto. E che lo avevano aiutato a superare prove assai più aspre di quella riunione in provincia. Un incontro che lui risolse alla sua maniera: con rapidità e freddezza.
Del vertice a casa Campioli non si seppe quasi nulla. Nessun verbale venne steso. O se ci fu, è sempre stato tenuto segreto. Come segrete rimasero le testimonianze dei presenti nell’alloggio del sindaco di Reggio. Ma è facile immaginare che cosa disse Togliatti, con la sua voce chioccia e il tono gelido del professore che annuncia agli allievi una bocciatura in blocco.
Il primo ordine che impartì fu di smetterla di uccidere. Nessuno dei delitti commessi nelle tre province emiliane era utile al partito. E meno che mai alla rivoluzione, per chi ci credeva. Poi censurò in modo pesante l’operato della federazione di Reggio e della sua struttura periferica. Nell’ipotesi meno grave, non avevano saputo impedire i delitti. In quella più grave, li avevano ordinati e coperti.
Dunque, il Pci reggiano si era macchiato di due colpe pesanti: un’insufficienza assoluta nella vigilanza e una stupidità politica che non ammetteva scuse. Le conseguenze erano inevitabili. Il vertice del partito reggiano doveva essere rimosso. A cominciare dal segretario della federazione. Il repulisti avrebbe avuto una cadenza lenta, per non offrire pretesti alla polemica degli avversari. Ma ci sarebbe stato, entro la fine di quell’anno o al più tardi all’inizio del 1947.
Nizzoli capì che la sua sedia aveva iniziato a scricchiolare. Però accettò le critiche di Togliatti senza reagire. Mantenne la stessa espressione impassibile, quando il segretario del Pci lo censurò in modo aspro, sia pure senza nominarlo. Accadde due giorni dopo, alla Conferenza di organizzazione del partito reggiano. Il Migliore accusò Nizzoli e compagni di aver creato una condizione di disordine insostenibile. I risultati elettorali e del tesseramento attenuavano soltanto di poco il danno politico e d’immagine per il partito. Poi concluse, gelido: «È più facile dirigere un’unità partigiana in combattimento che non una grande federazione di quaranta o cinquantamila iscritti».
Gli effetti della visita reggiana di Togliatti si fecero subito vedere. Gli Squadroni della morte smisero di sparare. E di delitti eccellenti non ne vennero più commessi. Eppure anche questa tregua improvvisa andò a discredito del partito. Infatti apparve a molti un’ammissione di colpa.

Il Giornale n. 116 del 2008-05-16

Leggi la presentazione al libro scritta da Giampaolo Pansa