L’ultima dall’Europa: Prozac ai bambini

Vita: altri temi

PSICOFARMACI AI BAMBINI

L’Agenzia Europea per il Farmaco
 
abbassa a otto anni l
’età per gli psicofarmaci

Gli psichiatri allarmati denunciano che potranno aumentare i rischi di dipendenza e suicidio. In Italia apriranno, nei prossimi mesi, 82 Centri per la somministrazione di psicofarmaci a bambini iperattivi. In Parlamento è stata presentata un’interrogazione affinchè «venga bloccata qualunque somministrazione impropria di psicofarmaci che contrasti con lo sviluppo sereno del bambino»…

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L’età per gli psicofarmaci si abbassa a otto anni


Sta crescendo una nuova generazione. Quella dei bambini dipendenti da psicofarmaci. In Italia, sono almeno 850 mila. E cresce l’allarme tra psichiatri e psicoterapeuti, anche perché l’Emea, l’Agenzia europea per il farmaco, ha appena abbassato (nel giugno 2006) da 18 a 8 anni l’età a partire dalla quale poter somministrare Prozac e similari. A queste voci si aggiunge quella di «Giù le mani dai bambini», la onlus che ha avviato la più visibile campagna di farmacovigilanza nel nostro Paese.
Sugli effetti degli psicofarmaci ai minori non ci sono grandi studi, ma soprattutto, come sottolinea Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma, «non c’è una valida situazione diagnostica». Ovvero: per un certo istituto lo 0,60 per cento della popolazione infantile necessita di aiuto farmacologico, mentre un’altra università parla del 3 per cento e una terza del 6. Quindi, niente protocolli diagnostici che consentano una logica seria nella prescrizione.
«Così – continua lo psicoterapeuta -, il mercato dei bambini si allarga a dismisura e diventa fonte di ricchezza infinita». Inoltre, gli psicofarmaci si assumono per lunghi periodi. E creano dipendenza. «Non solo – conferma Bianchi di Castelbianco -, vari studi hanno evidenziato un dato inquietante: tra i piccoli depressi che non prendevano psicofarmaci, 35 su 2 mila tentavano il suicidio. Questo numero, però, diventava 70 tra quelli che erano in cura farmacologica». Esiste, dunque, l’atroce sospetto di un effetto paradosso, indotto dalla sostanza. C’è poi il grande bluff: aumentare le diagnosi di depressione grave. Un po’ quello che accade con il colesterolo, quando si abbassano le soglie per far crescere il numero di pazienti.
L’Emea ha stabilito che si può passare al farmaco nei piccoli se non si sono avuti risultati apprezzabili con 4-6 sedute di psicoterapia. Un periodo di tempo che a volte non basta neppure per evidenziare il vero problema che affligge un depresso. «E proprio questo dato – conclude lo psicoterapeuta – conferma la volontà di passare subito all’intervento farmacologico».
Queste sostanze, poi, sono spesso prescritte da medici che non le conoscono a fondo. Lo denuncia Massimo Di Giannantonio, ordinario di psichiatria all’Università di Chieti: «Aumenta l’uso e dunque l’abuso perché gli psicofarmaci vengono indicati da clinici che non hanno alcuna competenza in materia: il medico di medicina generale e il pediatra».
Questo accade perché si medicalizza ogni forma di disagio, fornendo una risposta chimica a un problema psicologico. Il medico, nel ricordare che la moderna psicofarmacologia consente trattamenti adeguati soltanto in casi estremamente specifici e delimitati, rivela un altro grave pericolo. «Un bambino che assuma in modo improprio psicofarmaci, svilupperà difficoltà ad avere relazioni in famiglia e a scuola. E andrà incontro a forme di neurotossicità, il suo sviluppo neurologico e neuromotorio potrà essere compromesso».
Che cosa stiamo facendo a questi piccoli? «Una cosa molto brutta – risponde lo psichiatra Raffaele Morelli -. Perché quando c’è una tristezza nel bambino c’è anche sempre un motivo profondo che va indagato e ha le radici nella relazione con i genitori o con l’ambiente che lo circonda. Ormai sono le case farmaceutiche che decidono che cosa vada bene e anche gli scienziati che le controllano sono spesso sui loro libri paga». Il meccanismo cerebrale di un bambino è ancora in crescita, «e interferire con farmaci così potenti è pericolosissimo». Morelli sostiene che il vero lavoro degli psichiatri dovrebbe essere quello di «comprendere il mondo dei piccoli invece di imbottirli di farmaci». E riferisce che in America, i ragazzini trattati con il Ritalin, usato per quella malattia, da molti ritenuta inesistente, chiamata «disturbo di attenzione», spesso diventano spacciatori tra i coetanei. Un problema che riguarda più di un milione di adolescenti.
Perché accade tutto questo? «Non dimentichiamo – osserva Luca Poma, di “Giù le mani dai bambini” – che l’Emea non dipende dalla direzione della sanità. Ma da quella dell’industria…».E’ il Prozac l’antidepressivo più conosciuto. E’ anche prescritto per il trattamento di disordini ossessivi e coercitivi e per trattare l’obesità e i disordini dell’alimentazione. Appartiene al gruppo di psicofarmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Con questi psicofarmaci di ultima generazione, in pratica, aumenta la disponibilità della serotonina, che svolge un ruolo importante nella regolazione dell’umore e quindi nella depressione. Questi antidepressivi presentano un indice terapeutico (rapporto tra dose letale e dose efficace) superiore ai triciclici e una riduzione degli effetti collaterali.


di Daniela Daniele
La Stampa 9/11/2006


2)


PSICOFARMACI AI BAMBINI, IMPENNATA DEL 280%
La percentuale riguarda un periodo di cinque anni. Gli esperti al ministro: troppi abusi


Salviamo i «bambini-Gianburrasca» dalla moda degli psicofarmaci facili. È l’invito degli psichiatri, che avvertono: le medicine sono necessarie in non più del 3% dei casi, quando la diagnosi accurata rivela davvero situazioni gravi come depressione o iperattività. Il più delle volte, infatti, si tratta semplicemente di bambini troppo vivaci che «non vanno assolutamente curati per via farmacologica». Gli esperti non hanno dubbi e ieri, presentando insieme a enti ed associazioni l’appello al ministro della Salute, Livia Turco, affinchè si controlli il fenomeno, lo hanno detto chiaramente: basta con le ricette «fast-food». Una tendenza alle prescrizioni indiscriminata confermata dagli ultimi dati: in cinque anni quelle relative a psicofarmaci per i bambini sono aumentate del 280%. Mentre negli Usa, dove i bambini in terapia sono 11 milioni, si è avuto un incremento del 150%. Eppure, insistono gli esperti, i farmaci sarebbero necessari solo quando un’accurata diagnosi rivela davvero situazioni gravi come depressione e iperattività. Da qui la proposta di adottare per gli psicofarmaci la stessa linea decisa per la lotta contro il fumo. Come i pacchetti di sigarette sono listati a lutto, così dovrebbe accadere per le confezioni di medicinali ad uso pediatrico. Un accorgimento già introdotto negli Stati Uniti e in Canada per mettere in guardia sui gravi rischi derivanti dalla somministrazione di tali molecole ai bambini e agli adolescenti evidenziandone gli effetti collaterali più pericolosi. È questa una delle richieste presentate al ministro Livia Turco dal cartello di associazioni raggruppate nel movimento «Giù le mani dai bambini» e da oltre cento enti in rappresentanza di circa 230mila specialisti. Nel decalogo stilato dagli esperti è indicata la scaletta delle priorità per giungere a una diagnosi approfondita a cominciare dalla psicoterapia come «scelta di prima linea», mettendola a carico del Servizio sanitario nazionale riducendo così il rischio del ricorso alla scorciatoia farmacologica. Sollecitata inoltre l’attivazione al ministero della Salute di un tavolo permanente per approfondire il problema.


AVVENIRE 17 nov. 2006