Lo sterminio delle biblioteche

La cappa ideologica

BRUCIARE I LIBRI:
LA VERA PASSIONE DEI DITTATORI


Anche Mao e Castro, tanto amati dagli intellettuali italiani, hanno distrutto così interi patrimoni culturali I tiranni non possono sopportare la vista di un libro. Più libri poi sono una vera e propria provocazione. Appena vedono una biblioteca, i dittatori mettono mano all’accendino.
“Libri al rogo” di Lucien X. Polastron racconta questa insana passione per la distruzione di volumi e manoscritti preziosi. Intere culture sono state letteralmente cancellate dalla faccia della Terra attraverso lo “sterminio” di biblioteche pubbliche e private.
Il primato spetta a Mao Tse Tung. Nessuno si è battuto contro il libro con la stessa determinazione del Grande Timoniere (lodato in tutta Europa negli anni d’oro della contestazione per la sua prodigiosa “rivoluzione culturale”). Gli autodafè iniziano nel 1950 ma è robetta in confronto a quanto accade a partire dal 1963.

Bruciare tutto e subito
Ministro della cultura è Jiang Qing, moglie di Mao. E’ lei a dettare la linea. Poche parole ma chiare: «La cultura del periodo fra il Rinascimento e la Rivoluzione culturale in Cina può essere considerato un vuoto totale». Il suo accolito Zhang Chunqiao specifica il concetto nel corso di una visita alla biblioteca di Shangai: «Dei milioni di libri che si trovano qui, soltanto due scaffali sono da conservare». (Questo signore farà anche trucidare 50 bibliotecari sospettati di conoscere il suo segreto: anni prima della “conversione” aveva scritto un saggio anti comunista con lo pseudonimo di Di Ke).
E vai con i roghi: si brucia tutto e subito. I libri cinesi anteriori al 1949 sono «feudali». Bruciati. Quelli fra il 1949 e il 1966 sono «revisionisti». Bruciati. I titoli stampati all’estero sono «capitalisti e revisionisti». Bruciati. Le scritture buddhiste sono «scoregge di cane». Bruciate. Tanto per dare qualche cifra, nella sola provincia del Liaoning vanno in fumo due milioni e mezzo di opere.
Mao ha poi fatto scuola nell’intera zona.
Incalcolabili i danni prodotti da Kim Il Sung in Corea del Nord e più tardi dai Khmer rossi in Cambogia. Pol Pot si fece prendere la mano. Dopo aver distrutto 5.857 scuole, se la prese con la carta. Una vera fissazione. Bandite le banconote, soppressi i documenti d’identità, vietato possedere fotografie. E naturalmente ridotti in polvere tutti i volumi della Biblioteca Nazionale di Phnom Penh, subito seguiti da 70 mila documenti dell’istituto buddhista della capitale.
Se Mao sembrava procedere a capocchia (oggi vieto questo, domani quest’altro), Stalin era veramente sistematico. Non appena ma nazione o un’etnia entrava nel suo mirino andava dritto verso la meta: annientarla completamente, cancellando perfino la memoria del passato.
Nel 1940 se la prende con l’Estonia. Brucia 2,6 milioni di opere. Più o meno tutto. Non resta più traccia della letteratura antica di questo Paese. Stesso trattamento è riservato alla Lituania. (I lituani non smettono di leggere: diventano la repubblica sovietica con il maggior numero di samizdat, la letteratura illegale diffusa in ciclostile o manoscritta, per abitante). Nel 1943 è il momento degli ebrei. Stalin dà ordine di distruggere ogni libro che contenga allusioni alla cultura ebraica. Non si salva neppure un manuale di geometria in cui due triangoli sovrapposti sono scambiati per «propaganda sionista». Gli scritti in yiddish scompaiono da librerie e biblioteche.
Anche Fidel Castro, altra passione degli intellettuali italiani, ha usato il lanciafiamme senza parsimonia. Se capitate a Cuba, consultate i cataloghi delle biblioteche: l’universo culturale si riduce alle agiografie di Che Guevara e degli alleati politici. Ci sono tre copie in tutta l’isola de La Fattoria degli animali di Orwell. Inutile chiederle. Non possono essere consultate. Nel 1999 la Spagna inviò centinaia di opere. Furono bruciate all’arrivo. Ci sono però 60 librai che forniscono di nascosto le letture proibite. Il regime per ora li tollera.
Guai per i libri anche nei Paesi islamici. Una parte della storia dell’Afghanistan non potrà mai più essere recuperata grazie alle scellerate azioni dei mullah Omar. Negli anni Settanta, le biblioteche fiorivano, anche perché lo Stato non aveva sottoscritto alcun accordo sui diritti d’autore. Si poteva pubblicare di tutto, in piena libertà.

L’ingresso a Kabul dei Talebani

Poi arrivano i Talebani. La prima biblioteca a “cadere” è quella della capitale culturale Herat. Nel 1996 tocca a Kabul. Un bel rogo e via. Dieci anni prima, Said Mansour Naderi, figlio di un grande poeta, aveva fondato a Kabul il centro culturale ismailita Hakim. Prima dell’ingresso in città dei barbuti studenti coranici, Naderi sposta i suoi 55, mila volumi a Pul-i-Khumri, ancora libera. Niente da fare. Nel 1998 il mullah Omar entra a Pul-i-Khumri. Va dritto al centro Hakim in compagnia di una banda armata. Sfonda le porte e devasta tutto quello che trova. Accendino, lingue di fuoco. Tre ore dopo non resta più nulla. Vengono distrutti numerosi manoscritti antichi, coranici e profani, tutti i decreti originali dell’Aga Khan e decine di migliaia di opere.
Il rogo più famoso della storia rimane comunque quello organizzato dai nazisti il 10 maggio 1933 a Berlino. C’è però da precisare un fatto. Gli autodafé teatrali del Terzo Reich erano propaganda. I gerarchi erano specializzati nel furto più che nella devastazione.
Comunque andarono in fiamme: gli scritti di Marx, Heinrich Mann, Ernst Gläser, Erich Kästner, Friederich Wilhelm Föster, Sigmund Freud, Emil Ludwig, Erich Maria Remarque, Stefan Zweig, Voltaire, Einstein e molti altri. Nei Paesi occupati le cose non andavano meglio. La casa museo di Tolstoj a Jasnaja Polijana fu spogliata di tutti i libri e manoscritti. Stessa sorte toccò alle dimore di Čechov e Puškin.


Lucien X. Polastron

LIBRI AL ROGO

Sylvestre Bonnard, pp. 342, Euro 32

Alessandro Gnocchi – LIBERO 17 settembre ’06