Lo Statuto regionale ER, un’occasione mancata

La cappa ideologica

Il giurista Cavana si fa interprete delle critiche al Preambolo per il mancato inserimento delle «radici cristiane» Un’occasione mancata: ecco l’impressione che si trae dalla lettura del Preambolo del nuovo testo dello Statuto regionale dell’Emilia Romagna, approvato in questi giorni in prima lettura dal Consiglio regionale sulla base dei nuovi e più incisivi poteri statutari riconosciuti alle regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione (art. 123 Cost.).

Le ragioni di perplessità traggono origine dall’omissione di ogni riferimento ai valori della tradizione cristiana o del cattolicesimo democratico in un testo in cui, a fondamento dell’ordinamento regionale, si richiamano esplicitamente i valori della Resistenza e del Risorgimento, cui segue un generico accenno al «patrimonio culturale, umanistico, ideale e religioso» della Regione.

La prima perplessità è di ordine storico. Le Regioni hanno visto la luce in Italia nella Costituzione del 1948, che tuttora ne costituisce il fondamento, grazie all’apporto fondamentale dei cattolici contro l’opposizione dichiarata dei liberali, eredi degli ideali risorgimentali, e la forte diffidenza dei partiti della sinistra, socialisti e comunisti. Ora è quanto meno sorprendente che nel preambolo la Regione riconosca una paternità ideale a movimenti storici che, in diversa misura, apertamente contrastarono la stessa idea autonomista e taccia del tutto il debito contratto con la tradizione del cattolicesimo democratico.

La seconda perplessità è di ordine costituzionale. Attraverso il richiamo ai valori della Resistenza e del Risorgimento sono evocate due delle tre anime – quella socialista-comunista e quella liberale – che, come noto, diedero vita al compromesso costituzionale su cui tuttora si regge la Repubblica. Manca invece ogni riferimento alla componente cattolica, quella che risultò preponderante all’Assemblea costituente. Sulla convergenza di queste tre componenti, non sull’assolutizzazione di qualcuna soltanto di esse, si fonda tuttora l’unità della Repubblica, come ha più volte ricordato anche l’attuale Capo dello Stato. Una rappresentazione incompleta dello spirito costituente, come quella risultante dal preambolo approvato, costituisce in qualche modo un vulnus a quella necessaria «armonia con la Costituzione» richiesta ai nuovi statuti regionali (art. 123 Cost.).

La terza perplessità, di ordine culturale, riguarda il generico richiamo al «patrimonio (…) religioso» della Regione, che recepisce un tardivo emendamento ispirato al preambolo del Trattato costituzionale europeo. In quest’ultimo documento il riferimento alle «eredità culturali, religiose e umanistiche» dell’Europa ha prevalso sul più specifico richiamo alle «radici giudaico-cristiane», ma ha altresì determinato la soppressione di ogni specifico riferimento ad altre tradizioni di pensiero, realizzando un compromesso al ribasso ma formalmente equo. Non altrettanto può dirsi invece del preambolo del nuovo statuto regionale, che offre una rappresentazione parziale dell’identità storica e culturale della regione.

La funzione dei preamboli nei testi costituzionali, cui poteva in qualche misura avvicinarsi il nuovo Statuto regionale, è quella di evocare un nucleo di valori o una memoria storica unitariamente condivisa per favorire il processo di integrazione della comunità. In questo il nuovo statuto rischia di fallire, per questo il preambolo appare come un’occasione mancata.

Paolo Cavana
Presidente Unione giuristi cattolici di Bologna

Bologna Sette, Avvenire – Bologna, 4 luglio 2004
http://www.bologna.chiesacattolica.it/bo7/2004/2004_07_04/testi/62.php