L’inferno di Cuba raccontato da chi l’ha vissuto

Socialismo

CUBA LIBRE !
Torture, digiuno e botte. Benvenuti al Castro Hotel

Ventidue anni recluso nei gulag cubani. Tanto è durato l\’inferno di Armando Valladares, imprigionato nel 1960 e liberato nel 1982. Da quel momento, il chiodo fisso di Valladares, scrittore e poeta, è raccontare. Urlare al mondo cosa è stata ed è veramente Cuba, per decenni mitizzata dall\’intellighenzia progressista europea. Per questo ha scritto "Contro ogni speranza. 22 anni nei gulag delle Americhe", in libreria per Spirali (pp. 400, euro 25) che in questi giorni sta presentando in Italia: sabato è stato a Milano, ieri a Venezia, stasera è a Bologna (ore 20.45, all\’Hotel Aemilia) e giovedì sarà a Roma.

Leggi l\’intervista ad Armando Valladares.

 

Ventidue anni recluso nei gulag cubani. Tanto è durato l\’inferno di Armando Valladares, imprigionato nel 1960 e liberato nel 1982, dopo una massiccia mobilitazione internazionale e perfino un appello personale dell\’allora presidente francese Mitterrand a Castro. Da quel momento, il chiodo fisso di Valladares, scrittore e poeta, è raccontare. Urlare al mondo cosa è stata ed è veramente Cuba, per decenni mitizzata come luogo di un fantomatico socialismo finalmente umano dall\’intellighenzia progressista europea. Per questo ha scritto "Contro ogni speranza. 22 anni nei gulag delle Americhe", in libreria per Spirali (pp. 400, euro 25). Per questo non si stanca di girare il mondo, organizzando conferenze e seminari. In questi giorni è in Italia: sabato è stato a Milano, ieri a Venezia, stasera è a Bologna (ore 20.45, all\’Hotel Aemilia) e giovedì sarà a Roma.
Per Libero, ha accettato di ripercorrere la sua straordinaria vicenda.
Cominciamo dal giorno dell\’arresto. Perché avvenne e quali erano le accuse?
«Nel 1960 io ero un funzionario del neonato governo castrista. Quel giorno si presentò nel mio ufficio un gruppo di persone, appartenenti alla polizia politica. Volevano appendere al muro un manifesto che inneggiava a Fidel e al comunismo. Io dissi: "No, non mettetelo". Per tutta risposta mi chiesero provocatoriamente: "Ma tu sei comunista?". Io risposi di no. Uno di loro sentenziò: "Non sei comunista, quindi non sei d\’accordo con Fidel, quindi sei un potenziale nemico della rivoluzione"».
Poi cosa successe?
«Perquisirono casa mia, la rivoltarono alla ricerca di armi o documenti compromettenti. Ma non trovarono nulla. Però mi sbatterono lo stesso in carcere, perché avevano la "convinzione morale" che io fossi un nemico della rivoluzione. Da lì cominciò la mia odissea».
A quali torture venne sottoposto?
«Non c\’è un centimetro del mio corpo che non sia stato percosso e violato. Sono stato rinchiuso otto anni in una cella al buio senza mai uscire. Spesso mi venivano gettate feci e urina in faccia. Il soffitto era composto da fili di acciaio intervallati da fessure. Attraverso queste di notte si affacciavano le guardie munite di lunghi bastoni appuntiti, con i quali iniziavano a torturarmi mentre dormivo. La struttura assomigliava alla "gabbia delle tigri" che usavano i vietcong per torturare i prigionieri americani. Sono rimasto senza cibo anche per 46 giorni. Di fronte all\’imposizione di una tuta blu per distinguere i detenuti politici dai criminali comuni, ho scelto di rimanere tutto il tempo nudo».
Quando finalmente uscì, venne contattato da Ronald Reagan, che la nominò ambasciatore della delegazione americana alla Commissione per i diritti umani dell\’Onu. Può spiegarci come andò?
«Il presidente Reagan lesse il mio resoconto sull\’esperienza nei gulag castristi. Mi chiamò e mi disse: "Lei è l\’unico uomo che può dimostrare che a Cuba si violano i diritti umani". Si trattava di una battaglia che Reagan stava vanamente conducendo da anni. Ci conoscemmo, andai nel suo ufficio, e lui mi reputò la persona adeguata per portare la questione davanti alle Nazioni Unite. Fu una vittoria, perché convincemmo l\’assemblea di Ginevra ad aprire un\’indagine sulla violazione dei diritti umani nell\’isola».
È vero che lei ebbe anche un ruolo nella fuga di Alina Fernandez, la figlia di Castro che scappò da Cuba schierandosi contro il padre?
«Sì. In effetti fu un mio piano. Finanziai tramite la Fondazione Armando Valladares (organizzazione internazionale che lotta per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo) delle persone che si introdussero di nascosto nell\’isola e fecero scappare Alina a Miami. Il padre le negava il permesso di uscita dal Paese».
Nel suo libro lei parla di un "doppio standard" delle Nazioni Unite nei confronti delle dittature, che vengono giudicate a seconda dell\’ideologia. In che senso?
«Dal punto di vista etico, ogni dittatura è da condannare in quanto tale, che sia di destra o di sinistra. Ma spesso questo non avveniva: gli stessi che giustamente si strappavano le vesti per i crimini di Pinochet chiudevano poi gli occhi di fronte a quelli perpetrati da Castro. Io rifiuto tutte le dittature. Penso che questa sia l\’unica posizione che dà forza morale a chi le denuncia».
Perché secondo lei c\’era questa benevolenza verso Cuba?
«A mio avviso ha giocato un ruolo decisivo la vicinanza dell\’isola agli Stati Uniti. Castro è apparso come colui che osava sfidare gli Usa, e ha così polarizzato su di sé tutto l\’odio antiamericano, ottenendo l\’appoggio di giornali, politici, intellettuali. Se Castro avesse instaurato la sua dittatura in Africa o in Asia sarebbe stato spazzato via da molti anni».
Com\’è la situazione attuale dei diritti umani a Cuba? C\’è un miglioramento con l\’ascesa di Raul Castro?
«Raul è tanto criminale quanto il fratello. Anzi, ultimamente c\’è stato un giro di vite. Cuba due settimane fa si è impegnata firmando davanti all\’Onu un protocollo sui diritti umani. Una settimana dopo, alcuni dissidenti sono stati selvaggiamente picchiati nelle vie de L\’Havana. Stavano distribuendo dei volantini con stampata la Dichiarazione universale dei diritti dell\’uomo. La dittatura continua».

di Giovanni Sallusti
LIBERO 18 marzo 2008