L’incubo diventa realtà

Dal mondo

 IL FOGLIO – 28 gennaio 2005 – prima pagina


Se sei molto depresso potrai: avere la tua dolce morte… Nel Canton Ticino ora è possibile, ci pensano le associazioni Exit e Dignitas


Roma. Il depresso grave, l’ansioso o il fobico sociale che manifestino in modo reiterato la volontà di morire, purché considerati irrecuperabili da apposita perizia stilata da almeno due specialisti, potranno, da ora in poi, ricorrere all’associazione Exit o alla sua consorella Dignitas, ma anche all’aiuto di un amico, di un parente o del vicino di casa, per farsi aiutare a organizzare il proprio suicidio “assistito”.

Succede in Svizzera, nel Canton Ticino, ed è un altro tabù caduto rovinosamente sul terreno del governo etico della vita e della morte. Finora si è quasi sempre parlato di eutanasia per i malati terminali, per chi non riesce a godere di una “qualità” accettabile di vita, si è dibattuto dei limiti e della liceità di una pratica che in Olanda ora è prevista anche per i bambini, su richiesta dei genitori (in dispregio palese, peraltro, del principio che l’eutanasia sarebbe un omaggio all’autonoma volontà del paziente).


La notizia che arriva da Lugano, ripresa ieri in una corrispondenza del Giornale, rappresenta però qualcosa di diverso, di più inquietante ancora, e le informazioni
che la corredano contribuiscono a renderla assurdamente sinistra e surreale.


 Si dice che l’associazione Exit ha deciso, contrariamente a quanto stabilito fino a oggi, dicominciare a fornire “aiuto al suicidio” anche ai depressi gravi e a certi malati psichici, purché ne sia accertata la piena capacità di intendere e di volere. Cosa che, di per sé, già appare come una bella contraddizione, visto che la sofferenza psichica mette una seria ipoteca sulla lucidità e sulla consapevolezza della persona che chiede di morire e che sostiene di desiderarlo.
Sarebbe anche interessante sapere che cosa autorizzerà gli specialisti della mente a considerare irreversibile, e quindi eliminabile solo con la soppressione di chi lo prova, un dolore psichico, e come saranno misurati i parametri della sua insopportabilità.
Si aggiunge pure che chi fornirà assistenza al suicidio non dovrà trarre in alcun modo vantaggi dalla morte dell’assistito, men che mai di tipo materiale. Non deve aspettarsi di ereditare, tanto per dirne una, altrimenti sarà lecito dubitare del suo disinteresse nella faccenda. Ma non si forniscono delucidazioni in merito all’eventualità, per esempio, che un solerte assistente sogni di subentrare come inquilino nell’appartamento dell’assistito depresso.
Umorismo macabro e involontario a parte, già da un anno il Canton Ticino aveva approvato il protocollo Exit di “aiuto al suicidio”, soprattutto per anziani soli nelle case di riposo. Esseri deboli e sofferenti, ma non necessariamente malati terminali. Per questo, quando la cosa fu decisa, ci fu chi (soprattutto associazioni di assistenza: ma alla vita, non alla morte) obiettò che la possibilità del suicidio assistito potesse generare una forma di pressione psicologica su persone fragili, magari già convinte di essere di peso alla propria famiglia e mortificate a causa di ciò. D’altra parte, si fece notare come la legislazione elvetica fin dagli inizi del secolo scorso prevedesse l’impunità per chi aiutasse attivamente, non solo con comportamenti omissivi, chi avesse reiteratamente e consapevolmente manifestato la volontà di suicidarsi. Le motivazioni dell’aspirante suicida erano considerate praticamente irrilevanti: potevano essere motivi d’onore, per esempio, o altri motivi di carattere morale.


Su quel terreno giuridicamente favorevole arriva ora la canonizzazione del ruolo di Exit e Dignitas, Asl alla rovescia di una opinabile “pietà” e del diritto all’autodeterminazione.


Ma è sempre l’Olanda ad aver tracciato il solco. Nel 1994, una signora chiese di morire perché incapace di sopportare il dolore provocato dal divorzio dal marito e dalla morte dei due figli. All’epoca, il Consiglio superiore olandese giudicò insopportabili quelle sofferenze e autorizzò l'”eutanasia”. Ma fino a che punto è lecito chiamarlo così? E possiamo chiamare “eutanasia” anche il suicidio autorizzato e assistito dal medico di famiglia di cui fu protagonista il senatore olandese Edward Brogersma, ottantaseienne non indigente, non gravemente malato ma semplicemente stufo degli acciacchi, della solitudine e dei limiti imposti dalla tarda età?