«Libertà di culto violata in Cina»

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DENUNCIA DELLA SANTA SEDE. Condannato l’arresto di otto sacerdoti e due seminaristi, incarcerati senza motivazione «Leso un diritto fondamentale dell’uomo». Due presuli sono detenuti in assenza di processo ormai da otto anni. E si teme una nuova «stretta» contro i cattolici.
Da Roma Mimmo Muolo

Una «grave violazione della libertà di religione, che è un diritto fondamentale dell’uomo». È molto ferma, per non dire dura, la reazione della Santa Sede alla notizia che giunge da Pechino dell’ennesimo arresto di alcuni sacerdoti (otto più due seminaristi). Notizia già di per sé drammatica (anche per il fatto che, come sempre in questi casi, non si conoscono i motivi del provvedimento restrittivo) cui si aggiunge quella tragica della morte in carcere di un vescovo, monsignor Giovanni Gao Kexian, del quale non si avevano notizie da diverso tempo.
È la terza volta che quest’anno il Vaticano reagisce in maniera esplicita a simili episodi. Era già accaduto a marzo e ad aprile. E ieri è stata una dichiarazione del direttore della Sala Stampa, Joaquin Navarro-Valls, a rendere noto il nuovo increscioso episodio. Confermando così che c’è un evidente cambio di strategia nella politica d’Oltretevere verso la Grande Muraglia. Non più i toni soft e la ricerca di ogni mezzo per avviare finalmente quella normalizzazione dei rapporti diplomatici che mancano da oltre 50 anni, cioè dalla presa di potere di Mao. Ma la denuncia esplicita di ogni episodio di sopruso.
Navarro ha infatti reso noto l’arresto ai primi di agosto di don Paolo Huo Junlong, vicario generale della diocesi di Baoding (provincia di Hebei) insieme con altri sette sacerdoti e due seminaristi. Due di loro, «Paolo An Jianzhao e Giovanni Battista Zhang Zhenquan – prosegue la nota – sono stati condannati ad un periodo di rieducazione attraverso i lavori forzati. Gli altri sarebbero tuttora detenuti a Quyang (Baoding), ad eccezione di tre che non appartengono alla suddetta diocesi». Secondo le informazioni pervenute, ha poi precisato Navarro, «alla data del 6 settembre 2004, i membri del clero della diocesi di Baoding, detenuti o privati della libertà, sono 23. Tra di essi figurano il vescovo Giacomo Su Zhimin ed il suo ausiliare Francesco An Shuxin, che sono scomparsi – rispettivamente – nei mes i di settembre 1997 e di marzo 1996 e sono detenuti senza giudizio in un luogo segreto. Successivamente è stato arrestato l’Amministratore diocesano dell’arcidiocesi di Fuzhou, insieme con due sacerdoti ed un seminarista. Al momento – ha detto ancora il direttore della Sala Stampa – non risulta che siano stati rimessi in libertà».
Secondo episodio, ancora più inquietante. «Verso la fine di agosto è deceduto in carcere monsignor Giovanni Gao Kexian, 76 anni, vescovo di Yantai (provincia di Shandong). La salma del presule è stata consegnata dalla polizia ai suoi familiari. Monsignor Gao era incarcerato dalla fine degli anni ’90 e di lui non si avevano notizie da tempo».
Anche nella Cina del 2000, dunque, nulla sembra cambiare in materia di rispetto dei diritti umani. Navarro, ieri, è tornato a far notare che «alla Santa Sede non sono note le ragioni di tali misure repressive. Se le nuove notizie pervenute corrispondono a verità, ci si troverebbe di fronte, ancora una volta, ad una grave violazione della libertà di religione, che è un diritto fondamentale dell’uomo». Perciò, ha aggiunto il portavoce, «la Santa Sede si appella al rispetto di tale diritto, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», e confida che siano rilasciate «quanto prima».
Come reagirà adesso Pechino? Il 10 marzo scorso, quando fu arrestato il vescovo Wei Jing Yi, il portavoce vaticano disse che «qualora esistessero capi d’accusa a carico del vescovo arrestato, dovrebbero essere resi pubblici, come avviene in ogni stato di diritto». Quel vescovo fu liberato sei giorni dopo. Neanche un mese dopo, il 7 aprile, fu arrestato il vescovo Jia Zhiguo, 69 anni, della diocesi di Shijiazhuang. E Navarro tornò a sottolineare che l’arresto di un vescovo «senza fornire motivazioni giuridiche non è ammissibile in uno Stato di diritto che dichiara di garantire la libertà di religione e di rispettare i diritti umani».
Ora la nuova denuncia di una «grave violazione» di tali diritti, dopo che per anni, dal settembre 2000 fino alla scorsa primavera, il Vaticano non aveva toccato pubblicamente l’argomento. Insomma si è aperto un nuovo capitolo. Anche perché, a differenza del 2001 (quando la Cina aveva espresso «disponibilità» a migliorare i rapporti con il Vaticano), dal novembre 2003, sostiene l’agenzia Asianews, a Pechino sarebbe partita una “campagna” per eliminare tutti i culti non ufficiali.
Ecco il motivo delle nuove persecuzioni. Ed ecco perché la Santa Sede avrebbe abbandonato il suo approccio prudente. Tanto più che la questione è approdata anche all’Onu, a livello di Commissione per i diritti umani, dove c’è un dossier Usa contro Pechino. Ieri anche il vice presidente dello Sdi, Roberto Villetti, ha sollecitato il governo italiano «a fare al più presto un passo formale per sostenere la protesta avanzata giustamente dal Vaticano». Ora la domanda è: può un Paese che vuole accreditarsi presso l’Occidente come partner commerciale e che si appresta ad ospitare le Olimpiadi del 2008 portarsi dietro una fama così sinistra?


Da AVVENIRE del 14/09/04