L’equivoco dello Stato laico che prega per salvarsi

Libertà religiosa

I giudici discutono il ricorso di un genitore contro le invocazioni religiose a scuola. Violato il primo mendamento? di Vittorio Zucconi. C’è un posto anche per il nome di Dio nelle aule delle scuole di Stato americane? Lo sapremo oggi. 

Poche volte, nella storia degli Stati Uniti, una sentenza della Corte Suprema sarà chiamata a tagliare più a fondo nell’anima e nel corpo della nazione che incarna la suprema conquista civile della separazione tra religione e Stato. Una separazione che, secondo la petizione alla massima corte, è sempre più minacciata dall’insidia dell’integralismo cristiano. Non c’è ormai discorso pubblico che risparmi Dio. Che Dio benedica l’America, anzi, come dice George Bush che Dio “continui” a benedire l’America. Non c’è Presidente che non chieda l’aiuto di Dio, “… and so help me God…. ” per governare gli Stati Uniti, al momento di giurare sulla Bibbia dei cristiani. Non c’è banconota che non riponga la fiducia del portatore in Dio, “in God we trust”, più che nella banca centrale. Siamo una nazione unica “sotto Dio” recitano a memoria gli scolari all’inizio delle lezioni nel giuramento di fedeltà, il “Pledge of Allegiance”. Non c’è nazione dell’Occidente che nomini tanto spesso e con tanta insistenza il nome di Dio, dopo avere essa per prima, solennemente e scandalosamente agli occhi delle teocrazie e delle monarchia europee, sancito nel proprio atto di nascita l’assoluta, rigorosa, inflessibile, civilissima separazione tra Stato e Chiese.
Sarà dunque doloroso per la Corte Suprema tagliare il nodo che il genitore di uno scolaro ha scaricato sulla scrivania dei nove magistrati per stabilire se quella invocazione a Dio nelle scuole pubbliche violi il sacramento laico della separazione. Lo taglierà, perché la massima corte non ha mai nessun obbligo di prendere in esami ricorsi e se accetta di discutere un caso è evidentemente perché intende decidere. Ma il clima morale, gli umori politici e culturali che la circondano oggi garantiscono che qualunque decisione i nove prendano, offenderà ferocemente milioni di cittadini e contribuirà ad approfondire il rancore che taglia quest’America già lacerata da un presidente che sulla polarizzazione dei campi opposti sta giocando le proprie speranze di rielezione.
Se la Corte dovesse stabilire che il giuramento di fedeltà alla nazione “sotto Dio” nelle scuole pubbliche è anticostituzionale, l’America dei cristianissimi l’America  dell’integralismo biblico che ha pagato già 400 milioni di dollari per celebrare l’evangelismo pulp di Mel Gibson insorgerà nel segno del sacrilegio e della corruzione morale della nazione. E sarà poi assai difficile per un presidente giurare sopra la Bibbia dei cristiani, chiedendo l’aiuto di Dio per difendere quella stessa Costituzione che proibisce ai bambini di recitare la loro innocente formuletta alla mattina.
Se invece la Corte giudicherà legittima l’invocazione, sarà l’America laica, l’America non cristiana, l’America della separazione storica fra stato e chiese, a indignarsi per un nuovo segno della “talebanizzazione” strisciante di una democrazia che ha trovato in Bush un leader che indica nel Gesù di Nazareth il proprio “filosofo politico preferito”. E che dipende più di ogni altro predecessore, dall’elettorato integralista per vincere le elezioni.
Come sempre nella storia americana, qualsiasi decisione sarà, sia pure molto a malincuore, accettata dagli sconfitti, come fu accettata la sentenza che impose l’integrazione razziale delle scuole, considerata abominevole nel Sud, o fu il riconoscimento del diritto all’aborto volontario, anatema per tutte le gerarchie e i fedeli maschi, assai meno per le fedeli femmine.
Accettata non significherà tuttavia approvata o dimenticata, perché sempre la vittoria di una parte mobilita la resistenza della parte sconfitta soprattutto in una materia come questa, del rapporto fra Dio e Cesare che nessuna bilancia della giustizia può soppesare. E che oscilla da oltre due secoli sopra un equivoco, quello di una nazione che si proclama fondata sui diritto naturali invocati dall’Illuminismo settecentesco, ma poi chiede l’aiuto di Dio per restare laica.

© La Repubblica, 24 marzo 2004