L’enciclica di Paolo VI? Attuale perché profetica

Dal mondo

“Humanae vitae”: atto di magistero ordinario universale della Chiesa

Monsignor Livio Melina, presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, rilegge quelle parole «controcorrente» nel 40° della pubblicazione…

 

«Humanae vitae, fedeli alla verità dell’amore umano»

Un «atto di magistero autentico», poi «confermato da altri atti di magistero fino a configurarsi oggi come parte del magistero ordinario universale della Chiesa». Un insegnamento «che si inserisce nel contesto organico della dottrina cattolica, nella quale non è mai possibile separare la verità su Dio da quella sull’uomo, la fede da credere dalla prassi da attuare nella vita quotidiana». È monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, a sintetizzare in questo modo il significato e, soprattutto, l’attualità della Humanae vitae, firmata il 25 luglio del 1968 da Paolo VI.
Che cosa significò, 40 anni fa, la pubblicazione di questa enciclica?
Da parte di Papa Paolo VI, fu un atto di fedeltà a Cristo e alla verità dell’amore umano, in un contesto di opinione pubblica fortemente manipolato in senso contrario alla morale cattolica. Gli allarmi sulla sovrappopolazione e le lusinghe della rivoluzione sessuale avevano fatto breccia anche all’interno della comunità cristiana. Inoltre non mancava chi pensò che l’«aggiornamento» auspicato dal Vaticano II dovesse comportare una rottura con la tradizione. Con grande coraggio il Papa seppe levare la sua voce controcorrente per rivendicare l’integrale verità dell’amore coniugale come dono di sé, mai intenzionalmente chiuso alla vita.
Ci furono, all’epoca, molte contestazioni, anche in seno alla Chiesa, e ancora oggi si continua spesso a presentare la «Humanae vitae» come «oscurantista». Erano e sono tutte infondate quelle contestazioni? Perché non pochi teologi dissentirono dalla posizione espressa in quel testo?
Di fronte ad un contesto culturale profondamente cambiato, credo che ci fosse un grave ritardo della teologia, in particolare della teologia morale, nel comprendere i fondamenti di quella posizione che appartiene, peraltro, alla grande tradizione vissuta e predicata della Chiesa. L’impostazione casistica e legalistica della morale, bloccata in una contrapposizione tra coscienza e legge, non era in grado di fondare la norma etica. I primi tentativi di personalismo, pur giusti nella loro intenzione di superare una visione riduttiva della sessualità, finivano per non rendere conto del valore del corpo e del significato procreativo iscritto da Dio nel sesso. In questo contesto di insufficienza del pensiero teologico, sembrava a molti che l’attenzione pastorale verso le coppie dovesse portare a un cambiamento della norma morale, da sempre insegnata nella Chiesa, circa la verità integrale dell’atto coniugale. Il successivo sviluppo dell’antropologia teologica e della morale, maturato in piena fedeltà alle indicazioni di Humanae vitae, ha mostrato che altra era la via per dare ragione ad alcune giuste istanze percepite da chi dissentiva.
Quanto, del magistero successivo, può dirsi ispirato dall’enciclica?
Il magistero della Chiesa si è successivamente sviluppato non nella rottura, ma nella continuità, confermando la dottrina dell’enciclica e approfondendone le motivazioni. Preparando e accompagnando il Sinodo dei Vescovi del 1980 sulla famiglia, Giovanni Paolo II ha offerto alla Chiesa il grande tesoro delle sue catechesi del mercoledì – 1979-1984 – sulla «teologia del corpo», che costituiscono un corpo dottrinale la cui ricchezza attende ancora di venire pienamente esplorata e messa in valore. In esse il significato nuziale del corpo, nella sua differenza sessuale e nella sua chiamata al dono di sé, è intimamente connesso con la dimensione procreativa, che è costitutiva della verità dell’atto coniugale.
E che si può dire di Papa Ratzinger?
Il suo insegnamento, in particolare quello sulla teologia dell’amore dell’enciclica Deus caritas est, ha permesso di vedere il radicamento dell’amore umano nell’amore divino, collegando la questione dell’amore coniugale non solo alla questione antropologica, ma anche a quella teologica: l’uomo e la donna sono infatti creati a immagine di un Dio trinitario, in cui dono di sé e fecondità sono costitutivi. Così si può vedere che l’insegnamento dell’enciclica di Paolo VI non è un episodio isolato e imbarazzante, che si potrebbe mettere facilmente da parte nella pastorale.
Perché ancora oggi quel testo può considerarsi completamente «moderno»?
Più che moderno come si suol dire: «chi sposa la moda rimane presto vedovo» – direi piuttosto che l’enciclica montiniana è attuale, proprio perché è autenticamente profetica: dice cioè quella parola che viene da Dio e che ha un valore permanente, perché non è ispirata dalle mode o dal desiderio di compiacere, ma dalla carità autentica sempre radicata nella verità. Il profeta dice una parola che talvolta è scomoda ed anche rifiutata, ma che contiene in sé una giudizio ed un’indicazione di vita, che alla lunga si afferma. A distanza di quarant’anni siamo in grado di comprendere come quella parola difficile e scomoda sia ancor oggi un giudizio discriminante sull’evoluzione dei costumi in un ambito così decisivo per la vita dell’uomo, com’è quello della sessualità. L’erotismo pervasivo e devastante la vita quotidiana di tante persone, di tanti giovani, e che si è affermato come un nuovo idolo che chiede le sue vittime, non è forse già giudicato dalla parola che aveva indicato nell’amore il contesto della sessualità e nell’unità del significato unitivo e procreativo il criterio per un esercizio della sessualità come autentico dono di sé? Tutto ciò non è solo teoria, e lo so bene per tanti incontri e tante esperienze, in Italia e in tante parti del mondo.
Che cosa rileva da queste esperienze?
Ci sono innumerevoli coppie di sposi, riunite in associazioni e movimenti, che nella fiducia alla Chiesa e nel sacrificio, hanno seguito una via forse più difficile, ma certo felice ed hanno scoperto che la norma della Chiesa non è un limite oscurantista, ma la condizione perché la libertà possa svilupparsi e crescere nell’amore. Esse sono la dimostrazione vivente della verità della Humanae vitae, quarant’anni dopo. Per concludere direi che oggi, celebrando il quarantesimo dell’enciclica, possiamo dire di essere molto più consapevoli che non si tratta semplicemente di un moralismo arretrato, ma di una visione nuova dell’uomo e della donna, dell’amore e del corpo: una visione che certamente la fede illumina, ma che trova una profondissima corrispondenza nel cuore di ciascuno.

di Salvatore Mazza
Avvenire 26 luglio 2008