“L’elogio della coscienza” di Benedetto XVI

Dal mondo

Perché dire che basta la "buona fede" per salvarsi
è come dire che esiste una verità al di fuori della verità

Il vero dibattito aperto da “L’elogio della coscienza” di Benedetto XVI è destinato a svolgersi all’interno della chiesa, dove il Papa-teologo è sottoposto a un acceso fuoco incrociato. I progressisti vi vedranno una nuova pietra di ostacolo lanciata contro il “dialogo” ecumenico, gli ultralefebvriani, un ennesimo esempio di cedimento al “liberalismo”.

di Roberto de Mattei

 

Il vero dibattito aperto da L’elogio della coscienza di Benedetto XVI è destinato a svolgersi all’interno della chiesa, dove il Papa-teologo è sottoposto a un acceso fuoco incrociato.
I progressisti vi vedranno una nuova pietra di ostacolo lanciata contro il “dialogo” ecumenico, gli ultralefebvriani, un ennesimo esempio di cedimento al “liberalismo”.
Né gli uni né gli altri hanno in genere la pazienza di leggere fino in fondo e con attenzione gli scritti ratzingeriani, spesso intellettualmente sofisticati e di accessibilità non immediata a chi vorrebbe tagliare con l’accetta problemi teologici complessi. Comunque il libro è qui, pubblicato dall’ottimo Davide Cantagalli, con l’unico difetto di non indicare le fonti da cui sono tratti i capitoli che lo compongono.
Proprio qualche settimana prima che uscisse il volumetto, il quindicinale antimodernista “Sì sì no no”, ha accusato Benedetto XVI di voler “conciliar l’inconciliabile”, addebitando all’allora cardinale Ratzinger l’adesione ad una nota frase del cardinale John Henry Newman, secondo cui, “io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa”. Questa sentenza, secondo “Sì sì no no”, rivelerebbe un “soggettivismo filosofico-teologico”, che è il “motivo conduttore” di tutto il pensiero ratzingeriano dai primi anni di seminario (1946) sino ad oggi (2009), confermato dal recente libro di Gianni Valente, Ratzinger professore (San Paolo, Cinisello Balsamo, 2008) sulla formazione intellettuale di Benedetto XVI.
Il libro di Valente, interessante per ricostruire l’atmosfera culturale del cattolicesimo soprattutto tedesco prima del Vaticano II, prova semmai l’esistenza di un’evoluzione nel pensiero di Joseph Ratzinger, dagli anni in cui il teologo Michael Schmaus, correlatore della sua tesi, ne criticava il soggettivismo, a quelli del celebre Rapporto sulla fede (1985).
Tutti sanno che il giovane Ratzinger svolse un ruolo di punta come perito teologico del cardinale Joseph Frings nel Concilio Vaticano II; ma è altrettanto noto che di fronte alla “aggressione della realtà” postconciliare, egli svolse e continua a svolgere una serrata critica, dall’interno, al progressismo cattolico avanzante. Fin dalle prime pagine del nuovo libro, Benedetto XVI-Ratzinger spiega che la coscienza non può essere separata dalla verità, in cui trova la sua misura e il suo fondamento. Il concetto di verità ci offre, a suo avviso, la chiave per spiegare il significato del brindisi del cardinale Newman, che non voleva affermare il primato della soggettività dell’individuo sull’oggettività del Magistero, ma al contrario sottolineare l’esistenza di un’armonia tra i due poli della coscienza e dell’autorità.
Il termine medio è proprio la verità, che prima di essere annunciata dalla chiesa, è impressa nella nostra coscienza, perché ci viene data con la stessa natura umana. La coscienza non si radica sull’io, ma sull’oggettività dell’essere. “In definitiva, il linguaggio dell’essere, il linguaggio della natura, è identico al linguaggio della coscienza” (p.163).
Benedetto XVI, accusato di “liberalismo” e di “soggettivismo”, critica esplicitamente “l’ideologia del liberalismo filosofico che impregna anche la mentalità della nostra epoca” (p. 110). “La coscienza non si può identificare con l’auto-coscienza dell’io, un muro di bronzo contro cui persino il Magistero non può fare a meno di infrangersi” (p. 146). Svincolata dal suo rapporto costitutivo con la verità e con l’ordine morale, la coscienza viene a essere nient’altro che la soggettività elevata a criterio ultimo dell’agire (p. 42). Voler conciliare coscienza e legge morale, non significa voler “conciliare l’inconciliabile”.
Alla fine degli anni Sessanta, in piena crisi post conciliare, il padre Cornelio Fabro dedicò un approfondito saggio a “Il valore permanente della morale” (raccolto in “L’avventura della teologia progressista”, Rusconi, Milano 1974) contro i moralisti protestanti e cattolici che teorizzavano la “morale della situazione”. Quel saggio, attualissimo, andrebbe riletto accanto al libro di Benedetto XVI. L’autore vi dimostrava l’esistenza di due aspetti della morale: una dimensione soggettiva, che ha la sua radice nella libertà, e una dimensione oggettiva che ha la sua radice nella norma, ossia nella legge divina e naturale. Non si può amputare la morale di nessuna delle due dimensioni, né della libertà, né della legge, se non la si vuole vanificare.
La libertà e la norma, osservava Fabro, non sono dei momenti dialettici, ma costitutivi l’uno dell’altro. Anche la coscienza, spiegava a sua volta il padre Ramon Garcia de Haro, è una norma della moralità, ma mentre la legge costituisce una norma fondante, la coscienza è una norma fondata: essa ha nella legge oggettiva e universale il suo fondamento. (La vita cristiana, Ares, Milano 1995, p. 402). “E’ sempre più evidente che la malattia propria del mondo moderno è la mancanza di moralità”, ovvero la perdita della legge naturale, osserva Benedetto XVI (p. 139).
La negazione della legge naturale è l’esito di un processo intellettuale che risale alla filosofia del diritto illuminista e, più indietro, al giusnaturalismo di Ugo Grozio e al nominalismo di Guglielmo da Ockham. Nel Novecento il principale tentativo di fondare il diritto sulla ragione umana è stato quello di Hans Kelsen. Secondo il giurista austriaco, la validità dell’ordinamento giuridico si fonda sulla pura “efficacia” delle norme, cioè sul loro potere di fatto.
Quando Pilato pone a Gesù la domanda: “Che cosa è la verità?” (Gv, 18, 38), non attende una risposta, ma si rivolge immediatamente alla folla, sottoponendo la decisione del caso controverso al giudizio del popolo. Kelsen è dell’opinione che egli abbia agito da perfetto democratico e si spinge ad affermare che il relativismo di Pilato dovrebbe essere la regola assoluta della democrazia. Il filosofo del diritto Richard Rorty è oggi il più noto esponente della visione kelseniana della democrazia secondo cui l’unico parametro della politica e del diritto è l’opinione della maggioranza dei cittadini. La maggioranza ha sempre ragione e la sua volontà deve essere imposta a ogni costo, senza alcun riguardo per l’esistenza di un diritto e di una verità
Dove sbagliano Mancuso e Bianchi
Dal saggio del cardinale Ratzinger, la concezione di Kelsen-Rorty esce frantumata. Una volta dissolto il fondamento universale di un ordine di valori, è facile dimostrare la fragilità e la precarietà di diritti che si pretende costruire sulla pura creazione razionale della norma.
“Laddove il criterio decisivo del riconoscimento dei diritti diventa quello della maggioranza, lì è la forza che è divenuta il criterio del diritto” (p. 40). Ciò è lampante nel caso in cui, in nome della maggioranza si nega il fondamentale diritto alla vita di chi non ha neanche la possibilità di fare ascoltare la sua voce. Alla “dittatura del relativismo”, Benedetto XVI Ratzinger oppone la concezione metafisica e cristiana secondo cui “al di sopra del potere dell’uomo sta la verità: essa deve essere il limite e il criterio di ogni potere” (p. 85).
Per questa concezione, “la verità non è un ‘prodotto’ della politica (cioè della maggioranza), bensì ha un primato su quest’ultima e dunque la illumina: non è la prassi a ‘creare’ la verità, ma è la verità che rende possibile un’autentica prassi” (p. 54). Ci si potrebbe domandare in che cosa consista questa legge naturale e morale che l’autore considera assoluta e vera. La risposta va cercata in un’analogia tra la logica e la morale. Se esistono principi indimostrabili, che si impongono per la loro evidenza all’intelligenza, a cominciare dal principio di identità e di non contraddizione che ne costituisce il cardine, esistono anche principi morali che si impongono con evidenza alla coscienza, senza bisogno di dimostrazione. Il primo principio evidente all’uomo è che bisogna fare il bene ed evitare il male.
Il giudizio non riguarda il bene e il male in astratto, ma i singoli atti umani. La coscienza è in questo senso la valutazione morale del nostro agire concreto.
Essa presuppone la verità e indica alla volontà il cammino che deve percorrere. Non è possibile un’ignoranza incolpevole dei primi principi della legge morale, afferma san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica (I, q. 79, a. 12 ad 3) e ripete ora Benedetto XVI. Non è mai una colpa seguire le convinzioni che ci si è formate, anzi uno deve seguirle. “Ma nondimeno può essere una colpa che uno sia arrivato a formarsi convinzioni tanto sbagliate e che abbia calpestato la repulsione verso di esse, che avverte la memoria del suo essere” (pp.29-30). Il richiamo alla coscienza, insomma, non può giustificare qualsiasi scelta dell’uomo, a cominciare dalla scelta religiosa.
Esiste un ampio ventaglio di teologi, talvolta in discussione tra loro, come Enzo Bianchi e Vito Mancuso, colleghi al San Raffaele di Milano, che rifiutano l’assioma dell’extra ecclesiam nulla salus. Eppure, come non avrebbe senso affermare l’esistenza di una verità fuori della verità, ancor meno senso ha la pretesa di una possibilità di salvezza al di fuori di quella società di salvezza che è la chiesa.
A meno che non si volesse negare alla chiesa il suo fine specifico, che è quello, assegnatole dal suo Fondatore, di redimere gli uomini dal peccato e condurli alla salvezza eterna. I cattolici che rifiutano l’assioma extra ecclesiam nulla salus sono convinti che la “buona fede” salva.
Ma allora, assomigliano a quel teologo, conosciuto dal giovane professor Ratzinger, secondo cui persino i membri delle SS naziste sarebbero in Paradiso perché portarono a compimento le loro atrocità con assoluta certezza di coscienza (p. 10).
Fu in seguito a queste parole che il futuro Pontefice maturò la convinzione che dovesse essere falsa la teoria della coscienza soggettiva. Questa riflessione lo portò a sviluppare il suo pensiero e il volume che ora appare, elogio della verità, più che della coscienza, illustra bene il suo percorso intellettuale.
Il Foglio del 05/05/2009