Legge crudele? Andiamola a vedere

Vita: politiche di bioetica

BOLOGNA. Eleonora Porcu, ginecologa e ricercatrice del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, è l’ideatrice della “via italiana” alternativa al congelamento degli embrioni, processo oggi proibito dalla legge 40. La tecnica della dottoressa Porcu prevede il congelamento del solo ovocita materno, che viene poi fecondato al momento del trasferimento in utero mediante Icsi, l’iniezione dello spermatozoo. È bene dire che si è al di fuori della naturalità prescritta dal magistero cattolico, ma almeno nessun embrione resta sospeso nel gelo, in attesa di una vita che forse non verrà mai.

Una scelta a cui la Porcu, allieva di Carlo Flamigni, è arrivata dopo anni di ricerca controcorrente. Fino alla nascita di Elena, nel 1997, la prima bambina italiana venuta da un ovocita congelato. Oggi questi bambini sono 60. La percentuale di successo è, afferma la dottoressa, del 17% , sovrapponibile al 18,5% di successo del trasferimento di embrioni congelati. A testimoniare che congelare gli embrioni non è necessario per la riuscita della procreazione assistita.
Ma sono molti altri i luoghi comuni sulla “legge crudele” che la Porcu smentisce, lei che pure i problemi della sterilità li conosce a fondo. La sua è la storia di un medico, e di una donna, che vale la pena di ascoltare.

La strada del congelamento dell’ovocita è stata seguita anche all’estero – la prima nascita con questo metodo fu ottenuta nell’86 in Australia – tuttavia pare che la ricerca internazionale non ci abbia mai creduto davvero. Perché lei invece fin dagli anni 80 ci si è dedicata?
«Congelare l’ovocita è più difficile che congelare l’embrione. In molti ricercatori si sono applicati a questa tecnica, ma con poca costanza, o spesso con materiale genetico di scarsa qualità, elemento che ha alterato i risultati della sperimentazione. Il problema di fondo è che congelare l’ovocità anziché l’embrione risponde prevalentemente a un’obiezione etica, ma non è di grande vantaggio pratico, o economico. Non crea un mercato, dunque difficilmente si investe, e mancano i fondi per la ricerca. Quanto alla scelta mia e del mio gruppo – un gruppo di laici, sottolineo – mi disturbava la questione degli embrioni sovrannumerari. Gli embrioni per me sono vita nascente. Parlo come ricercatrice: mi sembra evidente che dal momento del concepimento la vita è un continuum, che non c’è un “salto” prima del quale si possa dire: fino a ora no, e da adesso c’è vita. Ora, se sappiamo che il congelamento non distrugge gli embrioni, che rimangono vitali per un lunghissimo tempo, è anche vero che molti di loro negli anni, di fatto, vanno incontro all’abbandono, e probabilmente quindi alla distruzione».


All’origine della sua ricerca dunque l’interrogativo sul destino di quei “sovrannumerari” accumulati per dare più chanches alla fecondazione artificiale. Nelle coppie che ricorrono a questi metodi e che hanno degli embrioni in questa sorta di “limbo”, c’è eco di simili interrogativi?
«Qualche volta, ma non sempre. Direi che è notevole il pensiero rimosso, tra chi affronta i percorsi della provetta. Io sto ad ascoltare molto queste coppie, e cerco di non essere mai moralistica nei miei giudizi . Mi rendo conto che il desiderio riproduttivo può diventare per molti uomini e donne un bisogno drammatico, quasi una trappola mortale. Voglio dire che chi non riesce più ad accogliere, come forse accadeva in passato, il figlio come un accadimento gratuito, un incontro, qualcosa che non ci appartiene, finisce quasi inevitabilmente col vivere il figlio come uno strumento, e un oggetto di possesso. E chi non riesce ad avere il figlio tanto voluto si sente da questo scacco gravemente diminuito, e può cadere nella trappola di volerlo a ogni costo. Ogni onere pare accettabile allora in una domanda che si fa drammatica: dai trattamenti ormonali ripetuti all’avere dei figli “in sospeso” al gelo, si è disposti a ogni cosa. Peraltro, è paradossale notare come molte delle sterilità che trattiamo siano indotte dall’età relativamente avanzata delle madri. Età avanzata dovuta al fatto che le donne oggi sono obbligate a far carriera, prima di concedersi un figlio. Una ragnatela di obiettivi spesso dolorosamente inconciliabili: prima il lavoro, ma poi per la maternità è tardi, e allora si ricorre alla provetta. Ma anche la provetta è purtroppo poco efficace a quell’età».


È una bella critica, detta da una che fa il suo lavoro.
«Finché le donne che affrontano la maternità non si sentiranno considerate e rispettate come se stessero facendo la cosa più importante del mondo, e non invece emarginate sul lavoro come accade oggi, mi sembra evidente che non torneranno a fare figli, o li faranno tardi, a posizioni professionali già conquistate, con i problemi che sappiamo, e i tassi demografici che vediamo. E a questo proposito il congelamento degli ovociti, prezioso per le donne che affrontino una terapia anticancro e vogliano salvare la loro capacità riproduttiva, ha anche un’utilizzazione diversa e secondo me preoccupante. L’anno scorso sono stata invitata, privilegio unico per un italiano, a una lettura magistrale dalla Società americana di fertilità e sterilità, organizzazione prestigiosa sempre molto attenta alle novità scientifiche come il congelamento degli ovociti, ma anche preoccupata dalla proposta che si sta diffondendo negli Stati Uniti di congelare gli ovuli di donne giovani e sane che li potranno eventualmente utilizzare per avere bambini a quarant’ anni, dopo aver raggiunto gli obiettivi di carriera. Un’intraprendente imprenditrice americana ha creato negli Usa e in altri paesi le “banche degli ovociti”. Aveva contattato anche me, chiedendomi se ero interessata all’iniziativa. Non lo ero. A me questa sembra un’autentica violenza sulle donne: costringerle a piegare la naturalità del proprio essere al punto di subire un intervento chirurgico di prelievo degli ovociti ai fini dell’efficienza e della carriera. Mi fa sorridere sentire gridare che la legge 40 è “crudele” verso le donne. Il vero sopruso, io dico, viene prima, è la sistematica costrizione della maternità in ritmi e tempi diversi da quelli naturali facendone quindi una scelta di secondo piano. In questo senso le banche degli ovociti sarebbero il coronamento dell’alienazione dalla maternità; e ho il timore che fra qualche anno ci si possa arrivare anche da noi».


In un suo intervento di due anni fa lei parlò di “supermercato della riproduzione”in Italia . La legge 40 ha almeno in parte eliminato questo “supermercato”?
«La legge ha indubbiamente dato una regolamentazione. Sussiste perà nell’ambito della procreazione assistita un incontro inevitabilmente problematico della domanda e dell’offerta, che non è cosa governabile per legge. Intendo dire che una coppia che domanda un intervento di riproduzione assistita, magari dopo anni di attesa di un figlio, è molto vulnerabile. Se per esempio una donna di 42 anni arriva da un medico e dice: dottore, faccio qualsiasi cosa, spendo qualsiasi cifra, ma un figlio lo voglio, sarebbe onesto dirle, signora, le possibilità reali di successo alla sua età sono intorno al 5 %, lei va incontro a una serie di dolorosi fallimenti. Lasci stare, trovi un’alternativa, rinunci. Ma non sempre questo avviene».


C’è sempre qualcuno che promette ciò che è quasi impossibile.
«E soprattutto, il concetto di rinuncia sembra del tutto improponibile, come qualcosa di assurdo. Mi è capitata recentemente una coppia portatrice di talassemia. Si erano già informati, avevano già previsto, se l’embrione fosse risultato portatore della malattia, di abortire. A fronte di una gravidanza così complessa ho chiesto, senza moralismi, semplicemente perché mi sembrava una scelta più serena, se non avevano pensato di adottare un bambino. Mi hanno guardato sbalorditi. L’idea di poter rinunciare a quel figlio che viene raccontato come un “diritto”, è inconcepibile. Ma questo non riguarda solo chi è sterile, o malato. Riguarda anche i sani, che però possono evitare di chiedersi “che cosa” è diventato oggi un figlio. In fondo, questi referendum ci interpellano profondamente in questo senso: che cos’è un figlio, è un evento gratuito, o l’oggetto di una pretesa?».


C’è stato, dopo l’entrata in vigore della legge, quell’esodo all’estero delle coppie sterili che era stato annunciato?
«Se c’è stato, è stato in buona parte un effetto mediatico: queste coppie hanno sentito dalla tv che dovevano recarsi all’estero. In realtà, il divieto che poteva riguardare un maggior numero di coppie è quello della fecondazione eterologa. Ora, si sa bene ormai come la maggior parte dei difetti dello sperma possa essere rimediata con l’Icsi, l’iniezione dello spermatozoo nell’ovulo, e si possa ottenere dunque in molti casi una gravidanza con fecondazione omologa, senza bisogno di donatori esterni. Le maternità surrogate, le maternità in età avanzata, sono invece situazioni molto rare, casi limite. Ma lo stesso congelamento degli embrioni, afferma l’Istituto superiore della Sanità in una pubblicazione del 2003, prima della legge era praticato solo dal 37,4% dei centri, e la diagnosi pre impianto appena dall’11,6%. Ora invece molte madri in attesa , dopo il clamore sul ricorso dei genitori talassemici di Catania, vengono a richiederla come fosse una procedura di routine: sono invece analisi che anche prima del divieto erano riservate a gravissime patologie ereditarie».


Vuole dire che si è fatto leva su un numero ristretto di casi limite per dare battaglia alla legge 40?
«Mi pare di vedere una manipolazione strumentale di questa legge, una battaglia ideologica nel senso più deteriore del termine. Da un lato si sminuisce l’oggetto primo di cui si sta parlando, l’embrione: è più piccolo di una punta di spillo, ho sentito dire, come se la natura umana fosse un problema di dimensione. Dall’altro si tira in ballo la dignità e la salute della donna – di quelle donne che spesso a 40 anni non vengono dissuase dal tentare una maternità che probabilmente sarà un calvario. Dicono anche: la ricerca sulle cellule staminali embrionali è necessaria per guarire i malati di sclerosi amniotrofica, e per fortuna che abbiamo uno come il professor Angelo Vescovi che spiega che la grande speranza viene dalle staminali adulte. Io vedo davvero dietro ai referendum una battaglia ideologica, orchestrata per arrivare ad affermare che dell’embrione, cioè della vita che nasce, si può fare ogni cosa».


Di Marina Corradi – 14 febbraio 2005


Tratto dal sito internet del quotidiano Avvenire
http://www.impegnoreferendum.it/Articoli/Interviste/20050214inporcu.htm