Le trappole ‘radicali’ del prof. Sottile

Vita: politiche di bioetica

Il professor Giuliano Amato invoca delle argomentazioni scientifiche, ma ne ignora altre. Sostiene che «l’embrione che sta per perire e che non sarà utilizzato a fini riproduttivi, può almeno essere utilizzato per migliorare, con la donazione delle sue cellule, la vita di altri» (L’embrione, il dogma e il referendum, in Corriere della sera 11 aprile 2005).


Ma è proprio vero che le cellule staminali prelevabili dall’embrione sono così magiche?

Il professor Amato è caduto incautamente in una trappola, in una trappola “radicale”!
Le cellule staminali sono conosciute da decenni, ma nessun ricercatore è mai riuscito a dimostrare scientificamente che le cellule staminali prelevate dagli embrioni siano in grado di curare malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, il diabete, le cardiopatie, i tumori: la comunità scientifica non conosce documenti e prove in proposito.
Piuttosto è stato dimostrato il contrario: staminali prelevate da embrioni di topo e immesse in topi adulti hanno ingenerato tumori.
Che le staminali prelevate da embrioni aumentino notevolmente il rischio della comparsa di tumori è noto almeno dal 2000 grazie ad uno studio di G. Vogel (pubblicato in Science 2000 (287), pp. 1418-1419; cf. G. M. Carbone, Le cellule staminali, Bologna 2005, pp. 19-26).
L’insorgenza dei tumori è dovuta al fatto che le staminali embrionali, potendo dare vita a tutte le linee cellulari, possono moltiplicarsi in modo incontrollato e quindi anche dare vita a cellule maligne.
Queste constatazioni scientifiche hanno indotto i grandi centri di ricerca statunitensi e italiani a orientare le proprie indagini sulle cellule staminali presenti nel corpo adulto (cioè in ognuno di noi, nel cordone ombelicale o nell’organismo allo stadio fetale).
Così è stato scoperto che ognuno di noi ha in sé delle riserve di staminali, soprattutto nell’adipe, nel bulbo olfattifero e nel midollo osseo.
Perciò, facciamo il caso che mi venga l’infarto al miocardio. Per riparare la lesione prodottasi, i medici individuano nella mia coscia delle cellule staminali di tessuto muscolare (mioblasti), le iniettano nel cuore, e queste staminali, una volta trasferite, si specializzeranno come cellule del miocardio e ripareranno la lesione.
In questo caso non dovrò fare nessuna terapia antirigetto perché le staminali che mi sono state iniettate provenivano sempre da me stesso.
Inoltre, non c’è il rischio dell’insorgenza di tumori, perché le staminali trasferite erano parzialmente differenziate.
Quindi la strada più promettente e di fatto già applicata in molti centri ospedalieri italiani è quella che fa uso di cellule staminali prelevate da adulto, in genere dal paziente stesso.

INSISTENZA SOSPETTA
Perché alcuni continuano a dire in modo martellante che è necessario usare le staminali prelevate dagli embrioni? È solo ignoranza?
Oppure c’è molta malafede per interessi economici (vendita dei brevetti per la proliferazione delle staminali embrionali) e politici (far risorgere alcuni gruppi politici)? Oppure per mettere liberamente le mani sull’uomo che vive allo stadio embrionale? Un’altra trappola per il professor “sottile”: «Con la fase della cerebralizzazione inizia la relazione (dell’embrione) con la madre».
Ma anche qui ci vengono incontro gli ultimi studi della biologia dello sviluppo, forse troppo recenti per essere noti ai più, comunque già da tempo divulgati su riviste scientifiche: già dopo poche ore che il processo di fecondazione è terminato, l’embrione umano a una cellula o a due cellule, migrando nella tuba di Falloppio, invia all’ovaio materno dei segnali (cosiddetto cross-talking, o dialogo incrociato) e l’ovaio inizia a secernere dei mediatori di natura proteica (citochine e fattori di crescita) che preparano l’utero all’annidamento dell’embrione, favoriscono la proliferazione delle cellule dell’embrione stesso e fungono anche da immuno-soppressori, cioè evitano che l’embrione sia percepito come un nemico e sia, perciò, espulso (cf. G. M. Carbone, L’embrione umano, Bologna 2005, pp. 35-36).
Perciò, la relazione tra madre e figlio allo stadio embrionale inizia molto prima della cosiddetta cerebralizzazione ed è la biologia dello sviluppo a dimostrarlo.

P. Giorgio M. Carbone O.P.
Docente di bioetica nella Facoltà di Teologia dell’Emilia-Romagna

(C) Tempi.it, 14-4-05