Le critiche velate, ma non troppo, del card. Martini

Dal mondo

In difesa del Papa

«Il cardinale declassa il libro
a pura meditazione spirituale»


Dopo la lettura di Carlo Maria Martini a Parigi, si apre la discussione sul testo del Papa. Fede e ricerca: confronto sul Gesù di Ratzinger…

di Vittorio Messori

Carlo Maria Martini merita sempre un ascolto attento. Naturalmente, nella consapevolezza che in lui vive un grande interprete della tradizione della Compagnia di Gesù. Per i figli di sant’Ignazio, nulla è univoco («numquam nega, raro adfirma», recita un loro motto), la doverosa strategia cattolica dell’et et — mai dell’aut aut — può spingersi sino all’ambiguità. Nel senso, ovviamente, più nobile.

Così, il lettore non smaliziato può equivocare, leggendo gli elogi finali di Martini al testo su Gesù scritto da Benedetto XVI, ma come professor Joseph Ratzinger: «A mio avviso, il libro è bellissimo, si legge con una certa facilità e ci fa capire meglio Gesù Figlio di Dio e al tempo stesso la grande fede dell’autore». Così il già metropolita di Milano, apparentemente entusiasta. Ma chi abbia orecchio esercitato si allarma a quel riferimento alla «fede dell’autore». Allarme che già era suonato, deciso, nella frase che immediatamente precede: «Quest’opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazareth e sul suo significato per la storia dell’umanità». Con, inoltre, un’aggiunta dal suono edificante ma nella quale un malizioso potrebbe scorgere un sorriso: «È sempre confortante leggere testimonianze come questa».

In effetti, la recensione di Martini — letta nella sede dell’Unesco, alla presenza dei rappresentanti della smagata e diffidente Conferenza episcopale di Francia — sembra costruita per traslocare il libro di Ratzinger dallo scaffale della esegesi biblica a quello dei testi di spiritualità, di riflessione edificante, di testimonianza personale.

Il cardinale, già illustre docente di critica neotestamentaria al Pontificio istituto biblico, ricorda subito che Ratzinger «non è biblista ma teologo e, sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo tempo, non ha fatto studi di prima mano, per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento».

Quasi un profano, per giunta non aggiornato, fermo alla esegesi non «del nostro» ma «del suo tempo»: di quando, cioè, trent’anni fa, il teologo bavarese teneva cattedra. In effetti, il professor Martini addita subito alcuni errori, equivoci o conclusioni che uno specialista come lui non può condividere, come l’attribuzione del quarto vangelo a Giovanni di Zebedeo. Non, dunque, questo di Ratzinger, un libro «scientifico», in grado di confrontarsi con il metodo storico-critico che pure vorrebbe ridimensionare, bensì un testo di pastorale e di apologetica, «una meditazione sulla figura di Gesù e sulle conseguenze del suo avvento per il tempo presente». Un declassamento soave, elegante e al contempo drastico che non contrasta con le righe finali martiniane: «Pensavo anch’io, verso la fine della mia vita, di scrivere un libro su Gesù (…) Ora, mi sembra che quest’opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alle mie attese e sono molto contento che lo abbia scritto…» Parole che vanno lette alla luce di quelle dove si ricorda l’avvertimento di Ratzinger che qui si propone come studioso e non come Papa. D’accordo, osserva Martini, «ma pensiamo che non sia facile per un cattolico contraddire ciò che è scritto in queste pagine». Dunque, come fare, se si è cardinali, seppure ritirati a Gerusalemme, a proporre un libro con una lettura ben diversa dei rapporti tra il Gesù della storia e il Cristo della fede? Meglio soprassedere, almeno per ora: anche la lunga pazienza è una virtù ignaziana.

«Corriere della sera», 25 maggio 2007