La teoria del “gender” e le minacce alla famiglia

La cappa ideologica

Marito e moglie non esistono più, padre e madre sono in via d’estinzione


Un rapporto e un libro sul tentato assassinio della famiglia…


 

Un giudice spagnolo di Algeciras, deciso a superare il premier Zapatero in zapaterismo, ha stabilito che in una coppia lesbica unita in matrimonio (in Spagna dal 2005 si può) ha diritto a essere riconosciuta automaticamente come madre non solo la donna che ha partorito un bambino da fecondazione artificiale, ma anche l’altra, che fino a oggi doveva ricorrere all’adozione.
E’ solo l’ultima notizia dal mondo di quella che la Commission on Parenthood’s Future, organizzazione indipendente americana, chiama, nel suo rapporto appena uscito, “rivoluzione della filiazione” (titolo originale: “Revolution in parenthood. The emerging global clash between adult rights and children’s needs”, a cura di Elizabeth Marquardt). Lo studio prende in esame le legislazioni familiari nel mondo, i modi in cui negli ultimi anni sono stati ridisegnati i ruoli genitoriali e segnala “il conflitto mondiale emergente tra i diritti degli adulti e i bisogni dei bambini nelle nuove definizioni dello statuto parentale”. In particolare, nel rapporto si sottolinea come “il modello che prevede due persone, una madre e un padre, è oggetto di cambiamenti finalizzati ad assicurare il diritto degli adulti alla procreazione, anziché a tutelare il bisogno dei bambini di conoscere la propria madre e il proprio padre, e di essere da essi allevati”. Come interpretare diversamente il fatto che in Canada, per esempio, si prevede la sostituzione, nella legislazione federale, del termine “genitore naturale”, con la dizione di “genitore legale”? E che nella Spagna di Zapatero, da che è diventato legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso, nei certificati di nascita si legge ora “progenitore A” e “progenitore B” e non più padre e madre (e del resto in Massachusetts, nei certificati di nozze, non c’è più scritto “moglie” e “marito” ma “parte A” e “parte B”)? In Nuova Zelanda, poi, si sta considerando la possibilità, per i nati da donazione di gameti, di una trigenitorialità legale per il padre e la madre committenti e per il donatore, e un’idea simile è al vaglio in Irlanda, allo scopo di garantire alla donna che affitta l’utero un ruolo materno legalmente riconosciuto, sempre in aggiunta alla madre committente e al padre. Sono solo alcuni tra le decine di esempi condensati nelle 44 pagine dello studio della Commission on Parenthood’s Future. Tutti indicano un forte ruolo degli stati nella forzata ridefinizione del termine “genitore”. Ridefinizione nella quale, si legge nel rapporto, è messo “sempre di più l’accento sul diritto degli adulti ad avere dei bambini, piuttosto che sul bisogno dei bambini di conoscere e di essere allevati dai loro padri e dalle loro madri”.
Non è difficile riconoscere, in tutti questi cambiamenti, alcuni dei frutti prodotti da quella che è stata chiamata, negli anni Novanta, “Agenda di genere. Vale a dire la traduzione politica in ogni possibile settore pubblico e privato (attuata anche attraverso le operazioni propagandistiche partorite dalle conferenze onusiane sulle donne del Cairo e di Pechino) della teoria del “gender”, all’inglese. Movimento di pensiero nato nell’ambito del femminismo radicale (che non bisogna tuttavia commettere l’errore di scambiare con tutto il femminismo) che considera obsolete e discriminatorie le definizioni “sesso maschile” e “sesso femminile”. Una delle sue massime teoriche, la filosofa americana Judith Butler, docente a Berkeley, nei suoi studi sostiene che l’identità sessuale è sempre un’invenzione, che qualsiasi richiamo alla natura è truffaldino, antiquato, socialmente e culturalmente costruito: in una parola, oppressivo e discriminatorio per definizione. In questa prospettiva, i termini “madre” e “padre” sono poco meno che insulti, ciarpame da azzerare con definizioni meno biologicamente deterministiche, mentre la via della liberazione passa per la possibilità di costruire ciascuno il proprio “genere”: un’operazione di spensierato bricolage identitario, nel quale la natura (l’essere nati maschi o femmine) è qualcosa di cui sbarazzarsi al più presto e senza rimpianti.
Il pamphlet di Dale O’Leary
Esce in Italia un pamphlet contro l’Agenda di genere dell’attivista pro famiglia Dale O’Leary (“Maschi o femmine? La guerra del genere”, a cura di Dina Nerozzi, edito da Rubbettino). Nonostante siano passati quasi dieci anni dalla prima pubblicazione negli Stati Uniti, il libro (che sarà presentato il 25 ottobre a Roma, alle 18,30, alla Biblioteca del Senato) è utile per capire la genesi di un movimento che ha attaccato e attacca frontalmente la maternità e la famiglia per quello che sono state fino a oggi. Nel farlo, intreccia filoni politico-culturali diversi ma concordanti (O’Leary li elenca: “Il gruppo che si occupa del controllo della popolazione, quello dei libertari della sessualità, gli attivisti dei diritti dei gay, i promotori multiculturali dei diritti degli omosessuali e del politically correct, la componente estremista degli ambientalisti, i neomarxisti progressisti, i decostruzionisti- postmodernisti”). Le madri sono imbarazzanti, per la teoria del gender, così come erano imbarazzanti per il documento preparatorio della Conferenza di Pechino. Il quale, scrive O’Leary, “non conteneva un solo programma per donne che sono madri o casalinghe a tempo pieno”. “L’unico modo per salvare il mondo è l’eliminazione della maternità”, ha scritto Jane Flax, un’altra sostenitrice del gender. Oppure, ed è quello che sta avvenendo, l’annegamento della maternità in una miriade di nuove forme legalmente riconosciute che frantumano la filiazione e la attribuiscono, con espedienti giuridici, ai più vari soggetti desideranti (la coppia di gay, per esempio, ma non solo).
C’è chi, più o meno consapevolmente, l’idea dell’eliminazione della maternità l’ha presa alla lettera, e con la scusa della rimozione degli stereotipi e dell’oppressione di genere prova a far passare l’idea (riuscendoci, in qualche caso) che le madri, in fondo, se non sono proprio dannose, sicuramente non sono più necessarie.


di Nicoletta Tiliacos
Il Foglio 19 ottobre 2006