La serietà e la Binetti: un problema culturale

Partecipazione del cittadino

La decisione della Professoressa Binetti — presidente del Comitato Scienza e Vita ― di candidarsi, alla prossime elezioni politiche, con lo schieramento più avverso alla Chiesa cattolica, al diritto naturale e alla “persona”, obbliga a qualche considerazione politico-culturale, al di là del giudizio morale o di opportunità o anche solamente estetico sulla sua scelta (che, pure, sarebbe molto opportuno formulare).

Concedo, preliminarmente e senza retropensieri, che la Professoressa non abbia usato il ruolo ricoperto nel Comitato per il suo lancio politico ma che, al contrario, voglia usare il ruolo politico, che eventualmente dovesse assumere, per continuare la battaglia cominciata all’interno dello stesso Comitato.


Presuppongo — ma spero per lei di sbagliarmi — che la Professoressa non abbia avuto allora, e non abbia oggi, problemi di coscienza, nel senso che quella scelta di schieramento le è moralmente sembrata, se non obbligata, quanto meno — e a sua attenuante — del genere “questo e quello per me pari sono”.


Qualunque sia il rasserenante della coscienza utilizzato dalla Professoressa Binetti, la sua scelta fa nascere, fra le tante, anche questa domanda: da cosa deriva o il suo giudizio netto sullo schieramento o, al contrario, la sua incapacità di articolazione di esso? In altre parole: in quale humus culturale è cresciuta per non “sentire” — da cattolica quale dichiara di essere — problemi di coscienza in quella scelta? Come è possibile che un cattolico, che si è impegnato pubblicamente e molto visibilmente sul fronte della vita e del diritto naturale, non abbia chiaro il quadro di fondo attuale, che è composto anche da immagini, colori, persone, comportamenti, ideologie di un passato che non vuole passare; che è composto anche da aperture agghiaccianti verso un futuro che si tenta di costruire proprio sugli elementi fondamentali — l’odio contro Dio e contro la natura dell’uomo fatto a Sua immagine e somiglianza — che hanno alimentato quel passato e che, perciò, non solo non vuole passare, ma addirittura si vuole coattivamente trasformare nel nostro futuro?


Per avvicinarsi alla risposta è necessario un minimo di prospettiva. La caduta del Muro, anticipata e pilotata, se da un lato ha permesso di liberare milioni di persone dalla cortina di ferro senza spargere sangue ulteriore — e di ciò non si finirà mai di ringraziare Dio —, dall’altro ha però congelato il giudizio definitivo e corale sul comunismo, dal momento che, non solo all’Est, i governanti di prima si sono ritrovati ad essere — autonominandosi — i padroni di dopo, che, evidentemente, non hanno, a dire il meno, il minimo interesse a giudicare un passato così truce e cruento, essendone stati gli artefici o i felicemente conniventi.



 


Ebbene, in Italia — la nazione col più grande Partito Comunista d’occidente — il congelamento del giudizio sul comunismo ha comportato una estensione: nel freezer hanno messo anche quello sulla Democrazia Cristiana, che non fosse banalmente “dipietrista”, cioè orientato sui “mezzi”, piuttosto che sui “principi” e sui “fini”, per i quali sembra, invece, adottata la regola del “tu non dici niente di me, io non dico niente di te”.


Chiarisco subito che quando parlo di Democrazia Cristiana non mi riferisco alle tante brave persone, come il mio papà e la mia mamma, che votavano DC, perché non volevano che l’Italia perdesse la sua identità di nazione cattolica e si accontentavano del sole che il buon Dio faceva sorgere ogni mattina, senza desiderare quello dell’avvenire; e non mi riferisco nemmeno a tanti suoi rappresentanti pubblici, che non ne hanno mai colto l’”essenza”; mi riferisco proprio a questa “essenza”, cioè alla “ideologia” democratico cristiana — perché esiste anche questa “ideologia” ed è figlia della stessa mamma delle altre: la Rivoluzione Francese —, di cui sono fedelissimi e non pentiti interpreti i cosiddetti “cattolici democratici” che hanno trovato un angoletto in cui ripararsi, all’ombra dell’Ulivo.


Fra i tanti elementi che caratterizzano questa “ideologia” democratico cristiana, colgo quello che più degli altri mi pare illuminante per rispondere alla domanda sull’humus che ha nutrito la scelta della Binetti: il giudizio su qualsiasi evento deve articolarsi con la stessa successione dei termini ideologicamente definitori — ma non identificatori degli interpreti, che, pudicamente, se non maliziosamente, hanno pensato bene di ribaltarli. Quindi: prima viene il giudizio “democratico”, poi quello cristiano. Se identicamente orientati, bene; se no, vince il primo. O, in altra prospettiva: si possono discutere e modificare i Dieci Comandamenti ma non la Costituzione. Incidentalmente: per fortuna nostra e della Binetti che almeno la famiglia formata da un uomo e una donna è definita tale dalla Costituzione…


Premesso che, nel giudizio, l’attribuzione dell’aggettivo “democratico” è multifunzionale — non solo, cioè, perché descrittivo del confronto con le regole istituzionali, ma anche perché funge da alibi formale e giustificatorio alla degradazione terrena della virtù della prudenza, per il conseguimento di interessi particolari, siano essi partitici, nazionalistici o personali —, porto due esempi dell’uso strumentale del “giudizio democratico in successione” che servono a fare luce su questo giro mentale.


Il primo lo traggo da una citazione/appunto dall’ On. Giulio Andreotti dopo il voto favorevole all’aborto: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver appena cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la DC perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”” (G.Andreotti, Diari 1976–1979, Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, p.73). L’On. Andreotti, dunque, riteneva, in pendenza elettorale, più grave la perdita della presidenza che l’aver subito la legge sull’aborto. Per inciso: la legge 194 fu firmata solo da democratici cristiani (pro memoria: Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Filippo Maria Pandolfi) e controfirmata da un Presidente della Repubblica anch’esso democratico cristiano, Giovanni Leone, che, non avendo la sensibilità morale di re Baldovino, qualche mese dopo, molto più modestamente, dovette dimettersi, per umiliante contrappasso, a causa dello scandalo Lockheed.


Il secondo esempio è decisamente più attuale. Su Il Giornale del 29 marzo, è riportato il commento di Prodi all’affermazione di Berlusconi secondo cui nella Cina comunista venivano bolliti bambini. Ci si poteva aspettare dal cosiddetto Professore una presa di posizione contraria fondata sulla non veridicità del fatto, ma forse qualcuno lo ha avvertito che non era il caso, se, ad esempio, su Il libro nero sul comunismo, pubblicato in Italia non ieri ma nel 1998, si poteva leggere, a p. 463, di Wei Jingsheng, che, pur non precisando il metodo di cottura, raccontava questa scena spaventosa: “Distinguevo chiaramente il volto afflitto dei genitori che masticavano la carne dei bambini con i quali avevano barattato i propri. […] Chi li aveva costretti a mangiare, tra le lacrime e il dolore degli altri genitori, quella carne umana di cui mai, nemmeno nei loro incubi avrebbero pensato di sentire il sapore? Capii allora chi era quel boia, “uomo di tal fatta che l’umanità, in parecchi secoli, e la Cina, in parecchi millenni, poterono partorirne uno solo: Mao Zedong. E i suoi settari che, con il loro sistema e la loro politica criminali, avevano costretto padri e madri resi folli dalla fame a cedere ad altri la carne della propria carne per placare la loro fame, e a ricevere la carne della carne di altri genitori per placare la propria“. Ci si poteva aspettare — più seriamente, da chi si è autonominato l’icona della serietà — il silenzio. Invece Prodi ha parlato, con queste parole che si commentano da sole e che lasciano perfettamente trasparire il suo giro mentale e la sua scala di valori: “Un’ora fa il governo cinese ha fatto una protesta ufficiale per le frasi di Berlusconi sui bambini bolliti. Ma vi rendete conto dell’immagine di un Paese in cui il premier dice una cosa simile? Se anche una metà dei cinesi si dimentica di quest’offesa ci saranno comunque 650 milioni di persone che la ricordano“. Aggiungo: e perderemo il mercato… La prossima volta che sentiremo parlare degli orrori nazisti o di quelli di Pol Pot saremo attraversati da un brivido: i tedeschi e i cambogiani, cosa penseranno di noi?


I due esempi precedenti mi pare siano sufficienti per descrivere con chiarezza l’humus culturale in cui, probabilmente, è cresciuta la Professoressa Binetti. Qualcuno, però, potrebbe obbiettare che, la Professoressa non è sola, ha tanti padri (ma anche tante sorelle, come la Bindi e la Garavaglia e tanti fratelli, come De Mita e Mastella). E’ vero, l’eventuale idiosincrasia del mondo dei cattolici senza aggettivi deve valere non solo per lei, ma anche per i suoi parenti. Ma questi, ormai, sembrano irredimibili, presi come sono dentro un meccanismo autopromozionale e di potere che li stritola e li rende sordi a qualsiasi richiamo di quadro morale, per cui, avendo da tempo de-gerarchizzato il male, non riescono più a percepire la differenza tra una varicella e un vaiolo. Con essi è tempo perso, sono gli eredi di un passato “cattolico democratico” che si sta esaurendo e che ora, come colpo di coda, vuole contribuire a consegnare l’Italia ai nemici del cattolicesimo senza aggettivi.


Rispetto a loro, pensavo che, per la Professoressa, ci fosse una differenza: faceva parte della società civile, si era impegnata pubblicamente in una lobby di difesa dei principi fondativi del diritto naturale, aveva avuto la fortuna provvidenziale di toccare con mano la base cattolica, il nostro paese “reale”, e conoscere la sua generosità e la sua libertà. In più, non dovendo difendere posizioni acquisite ma sempre vulnerabili, ritenevo che avesse avuto tempo e modo e materia per riflettere; aveva visto dall’esterno il tentativo di distruzione del suo mondo operato con quella sorta di caduta del Muro nazionale che è stata tangentopoli, quel mondo che, malgrado tutto, per gli altri conservava, anche se molto subordinatamente, il termine cristiano; aveva sentito le accuse di mafia ai suoi fratelli maggiori; aveva visto e sentito Giovanni Paolo II e sta vedendo e sentendo Benedetto XVI; sta vedendo e sentendo, soprattutto, l’odio anticristiano crescere a vista d’occhio, a volte dissimulato in ironia sprezzante, quando viene praticato da intellettuali à la page, ben vestiti e bene ascoltati, come l’allegro ed “elegante” dalemiano Rondolino, secondo cui “[…] la parte più triste del paese, che da sempre sono i preti” (lettera a Il Foglio, 28 febbraio 2006).


Mi sono illuso: la Professoressa è come i suoi “parenti”. E non dica la Binetti che anche dall’altra parte non tutto brilla. Noi cattolici dell’altra parte sentiamo e vediamo e soffriamo qualcuno dei “nostri” che recita ruoli “antinaturali”. Ma il problema è di tutt’altro genere: dalla parte della Binetti c’è un progetto, di qua solo qualche cane sciolto. O, se non sta bene così, pongo la domanda in termini meramente quantitativi: dove sono di più i difensori del diritto naturale e , se mi consente la Professoressa, dei Dieci Comandamenti? Dove sono di più i loro avversari? Un cattolico che avesse ordinati i termini del giudizio — prima cattolico e poi democratico, cioè, un cattolico senza aggettivi specificativi — , non deve avere, perché non può averne, dubbi sulla scelta.


Il comportamento della Binetti non sarà, oltre che dannoso, inutile se contribuirà ad accelerare il porsi del problema cruciale, che, in ogni modo, il mondo cattolico dovrà necessariamente affrontare nel tempo a venire. Per descriverlo utilizzerò il “récit métaphorique” sulla Democrazia cristiana che Togliatti consegnò ad Allard e che è riportato da Massimo Caprara nel suo Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico (ed. Bietti, 1999, p.140) e che suona così: “”Quando io ho in casa un gatto selvatico, se ho intelligenza, mi regolo in modo semplice. Non lo piglio di fronte, ma cerco di accattivarmi la sua fiducia. […] Metto in mezzo alla camera una ciotola di latte e la lascio lì, attendendo che il gatto vi abbocchi. L’animale, dapprima, farà lo schizzinoso, sarà diffidente, ma io non mi scoraggio. Insisto nello spingere la ciotola il più vicino possibile, quasi sotto il naso. Alla fine, vinto dalla gola e dal mio atteggiamento amichevole, il gatto ficcherà il muso nella ciotola, sotto i miei occhi”. […] Per arrivare alla conclusione operativa finale: “Questo è il momento giusto: mi preparo e allungo al gatto un calcio tale da farlo restare stecchito nelle circostanze più favorevoli”“. È la metafora storica del nostro dopoguerra, la definizione dei ruoli e delle condotta degli attori principali, con una fine però imprevista: le elezioni del 1994. Il calcio è stato dato, il gatto è rimasto stecchito ma il padrone del gatto non è riuscito a salire sul trono: per colpa di Berlusconi, che, da allora, è diventato il Diavolo (cosa che in tanti anni di presidenza del Milan, non gli era mai riuscita..).


Oggi, il “padrone” ci sta riprovando con il supporto dei cattolici alla Binetti. Facile profezia: faranno ancora la fine del gatto. Quanti, compresa eventualmente la Professoressa, conoscendo oggi la metafora del “migliore”, sono disposti a fare chiarezza sul loro passato “culturale” affinché a quello che rimane del popolo cattolico — che è ancora molto, moltissimo — sia finalmente chiaro il presente e il futuro?


Una domanda conclusiva: poiché hanno deciso entrambi/e di situarsi all’interno dello schieramento della “serietà”, chi è più seria — nella scelta del mezzo adeguato ai fini di ciascuno/a — la Binetti o Luxuria?





di Guido Verna


30 marzo 2006