La nuova politica estera della Cina

Dal mondo

Oddio la Cina si riarma, ma l’America non sa cosa mettersi

Un rapporto del Pentagono svela la militarizzazione di Pechino. Difficile giudicare l’entità del pericolo. La nuova strategia della Repubblica popolare: riprendersi Taiwan ed essere pronti a difendersi da un eventuale intervento Usa in difesa dell’isola.Ma nel lungo periodo c’è una nuova politica estera. L’apparato militare e tutti i nuovi sofisticati mezzi bellici a disposizione

Ai tempi di Bill Clinton, la Cina era “un partner strategico” degli Stati Uniti o, almeno, questa era la viva speranza degli americani. Ora non è più così. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice, già in un celebre articolo su Foreign Affairs del 2000, aveva scritto che i clintoniani si illudevano perché Pechino era piuttosto uno “strategic competitor”, cioè un avversario strategico degli interessi statunitensi nella regione. La questione cinese oggi è una delle più calde di Washington, con un serrato dibattito intellettuale tra chi sostiene che rinviare la presa di coscienza della minaccia sia un errore e chi spiega che sarebbe meglio aiutare la crescita cinese e quindi provare a farsi amici i suoi governanti.
Non manca, ovviamente, la fisiologica spaccatura tra gli analisti del Pentagono e quelli del Dipartimento di Stato, i primi che invitano a non sottovalutare la minaccia e i secondi attenti a non sovrastimare il pericolo. La sintesi è contenuta in un rapporto “moderato” presentato al Congresso la settimana scorsa dal Dipartimento della Difesa dal titolo “Il potere militare della Repubblica popolare cinese”.
Il testo è stato criticato da Pechino che lo giudica “un’interferenza” nei propri affari interni, ma è stato accolto in modo contraddittorio anche in America, probabilmente perché contraddittorio è il suo contenuto. I giornali hanno infatti lodato i toni pacati del testo, privi di quelle formulazioni aggressive che in un primo momento Donald Rumsfeld aveva inserito, ma hanno anche notato una certa sottovalutazione di fondo della minaccia cinese. C’è, infatti, una dose di ambiguità in un documento che certifica la crescita militare e i piani espansionisti di Pechino ma che, dopo averli esaminati e analizzati, li giudica tutto sommato non preoccupanti. I dati sul riarmo sono impressionanti e così anche le strategie di “difesa attiva” culminate nelle roboanti dichiarazioni del generale Zhu Chenghu, secondo cui Pechino sarebbe pronta a usare l’atomica, e a distruggere città americane e cinesi (cioè di Taiwan), nel caso gli Stati Uniti intervenissero militarmente per difendere l’isola da un attacco di Pechino. Il capo di stato maggiore americano, il generale Peter Pace, ha commentato il rapporto del Pentagono con parole concilianti: “Non c’è assolutamente alcuna ragione di credere che ci sia l’intenzione da parte cinese” di usare il suo potenziale bellico.

La legge antisecessione
Nel breve termine il punto di crisi è Taiwan, l’isola semi-indipendente, anticomunista e democratica (la cosiddetta Free China) storicamente sostenuta da Washington, ma a cui Pechino non ha mai rinunciato. Fino a pochi anni fa, la minaccia militare cinese su Taiwan era improbabile, perché il divario tecnologico tra l’esercito popolare e i mezzi bellici americani a disposizione di Taipei era troppo ampio. Nonostante gli oltre due milioni di soldati, la Cina non aveva mezzi capaci di portare a termine uno sbarco nell’isola, tanto che si diceva che l’unica possibilità di attacco cinese consisteva in una imponente “nuotata di un milione di persone” nelle acque dello Stretto.
La crescita economica cinese ha cambiato prospettiva. Alcuni anni fa, Pechino ha deciso di concentrarsi su tre obiettivi strategici: prevenire l’indipendenza di Taiwan, costringere l’isola a negoziare un accordo alle proprie condizioni e costruire un apparato militare capace di contrapporsi all’eventuale intervento di altre forze, cioè quella americana, in una crisi con Taiwan. A dicembre un rapporto ufficiale del governo ha definito “pessima” la situazione a Taiwan e ha detto esplicitamente che il proprio esercito potrebbe “schiacciare” Taiwan. A marzo di quest’anno, il Parlamento cinese ha approvato “la legge antisecessione” che concede a Pechino la giustificazione legale per un possibile attacco preventivo a Taipei. Pochi mesi prima, la Cina aveva tenuto due esercitazioni militari su larga scala (dieci in cinque anni) finalizzate ad affrontare lo scenario di una guerra con Taiwan. Secondo alcuni esperti, la Cina potrebbe invadere l’isola tra il 2007 e il 2008, nonostante nel 2008 ospiterà i giochi olimpici e quindi avrà addosso gli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Ipotesi e supposizioni nascono dalla lettura attenta dei documenti del governo cinese e dai dati dell’incremento della spesa militare, quest’anno intorno ai 90 miliardi di dollari. L’esercito, oggi il terzo del mondo, è impegnato in una fenomenale conversione tecnologica, mentre Pechino produce nuove armi e prova a convincere gli europei a togliere l’embargo imposto dopo la strage di Tian anmen, in modo da poter riprendere a 360 gradi il commercio bellico.
Ma non c’è solo la minaccia a Taiwan. Il rapporto del Pentagono, infatti, nota come la Cina abbia obiettivi geopolitici di lunga portata che vanno ben oltre il problema di Taiwan, considerato dai cinesi come una questione di politica interna.
Oggi la Cina è il terzo importatore mondiale di petrolio e a mano a mano che la sua economia cresce (10 per cento l’anno negli ultimi dieci anni) si rende conto che l’accesso alle risorse energetiche richiede una speciale politica estera ed economica verso il medio oriente, l’Africa e l’America latina. Ecco il pericolo che avvertono a Washington. Ecco spiegata la corsa al riarmo cinese, che fin qui ha ottenuto missili a lungo e corto raggio di ogni tipo – capaci di colpire obiettivi regionali, ma anche “qualsiasi città americana” – e anche l’acquisizione di portaerei, sottomarini, mezzi corazzati, caccia, bombardieri, elicotteri e sistemi antimissilistici russi disegnati per neutralizzare la potenza di fuoco americana. Il Pentagono non riesce ancora a valutare se il cammino di Pechino sarà “di integrazione pacifica e di competizione benigna” o se “si concentrerà su questioni interne di unità nazionale” oppure se sarà un cammino dal quale emergerà come potenza con mire espansionistiche. “E’ difficile da prevedere”, si legge nel rapporto. Eppure, più in là, scrive che “l’attuale tendenza” indica come la Cina abbia scelto l’ultima strada.


di C.Rocca-


Il Foglio, ( 27 luglio 2005)