La liberazione tradita

Socialismo


Dall’Ungheria alla Lettonia, la fine del Terzo Reich portò all’avvento dell’impero sovietico
E sul ruolo svolto dall’Armata rossa ora piovono critiche e contestazioni



La liberazione tradita


Giovanni Bensi
Avvenire 17 febbraio 2005

La recente controversia sull’equiparazione della svastica e della falce e martello come simboli di dittatura eventualmente da mettere al bando, ha mostrato quanto ancora sia diversa la cultura politica nell’Europa dell’Est e dell’Ovest. Una polemica simile, ma, se possibile, ancora più accesa è in vista a breve scadenza, con il prossimo 60 anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Per l’Italia si tratta del 25 aprile, ma per il resto dell’Europa è l’8 maggio, data della capitolazione della Germania, e per la Russia è il 9 maggio, per ragioni puramente di fuso orario. La capitolazione del Terzo Reich fu firmata in un sobborgo di Berlino nella tarda notte dell’8, quando a Mosca era già l’alba del 9. E appunto per il 9 maggio il presidente russo Vladimir Putin ha invitato oltre 50 capi di stato e di governo stranieri nella sua capitale, dove verranno rinnovati i fasti delle parate militari di un tempo: le truppe marceranno sulla Piazza Rossa innalzando le “storiche” bandiere rosse con falce e martello, visti come simboli della liberazione dei popoli europei dal nazifascismo.



Per noi la caduta del fascismo fu la fine della dittatura e l’inizio della vita democratica, ma la cosa non è altrettanto scontata in Europa Orientale. Dopo un primo momento in cui l’Armata Rossa apparve, sì, come liberatrice (furono i sovietici a liberare Auschwitz), la cacciata della Wehrmacht hitleriana significò una nuova occupazione militare, l’instaurazione di una nuova dittatura, nuove deportazioni e nuovi lutti. Perciò in tutto l’Est del continente, dall’Estonia alla Bulgaria, è forte la resistenza a considerare l’8 o 9 maggio una “liberazione”. La polemica si è accesa in Ungheria, dove l’esercito sovietico occupò Budapest il 12 febbraio 1945. La “liberazione” portata dai sovietici è stata commemorata, con discorsi durante una manifestazione in Piazza degli Eroi, da István Hiller, presidente del Partito socialista, Gyula Molnar, presidente della sezione di Budapest dello stesso partito, e Gabor Demszky, sindaco liberale della capitale. Ma una protesta è avvenuta da parte di András Kupper, capo del maggior partito dell’opposizione conservatrice “Fidesz” in parlamento. Egli ha ricordato che i fatti del 12 febbraio “non furono una liberazione, ma un’occupazione da parte dell’Armata Rossa”. La celebrazione di quei fatti, ha sottolineato Kupper, “offende la memoria di migliaia di vittime dell’occupazione sovietica”.



Proteste si levano anche in Polonia. Sul giornale “Wiadomosci” lo storico Pawel Wieczorkiewicz, professore all’Università di Varsavia, scrive: “L’occupazione sovietica della Polonia ha provocato più vittime di quella tedesca. Nelle deportazioni di massa furono strappate alle regioni orientali oltre mezzo milione di persone, polacchi, ucraini, ebrei e bielorussi, trasportati verso la Siberia, gli Urali e l’Asia Centrale”. A sua volta il Partito socialdemocratico polacco ricorda che l’arrivo dei sovietici significò “violenza contro le aspirazioni dei polacchi all’indipendenza e alla democrazia, che furono brutalmente soffocate dalle repressioni”.



In Bulgaria è in atto un’aspra polemica sulla sorte del massiccio monumento (un’area di 2.000 metri quadrati e un’altezza di 50 metri) all’esercito sovietico, eretto a Sofia dopo il 1945. Mentre il professor Velko Vâlkanov, presidente dell'”Unione antifascista bulgara” chiede che il monumento venga conservato perché “l’esercito sovietico ha portato al nostro popolo la liberazione dal giogo del fascismo”, un “Comitato di iniziativa” di cui fanno parte parlamentari e uomini di cultura chiede la demolizione del monumento, definito “una vergogna”, in quanto dedicato “a un esercito straniero che ci ha portato sulle sue baionette la tirannide comunista ed ha ucciso con inaudita ferocia decine di migliaia di bulgari”.



La polemica è particolarmente accesa nei Paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, che fra il 1939 e il 1945 furono occupati tre volte, prima dai sovietici in seguito al patto Ribbentro-Molotov, poi dai tedeschi allo scoppio della Seconda guerra mondiale e poi definitivamente ancora dai sovietici, che non solo imposero il regime comunista, ma, a differenza che nel resto dell’Europa centro-orientale, privarono quei paesi anche dell’indipendenza formale, annettendoli all’Urss. Durante le due occupazioni i sovietici deportarono dal Baltico decine di migliaia di persone.



Proprio il 10 febbraio il parlamento lettone ha rifiutato di proclamare giornata festiva il 9 maggio e martedì scorso nello stesso senso si è espresso il parlamento estone. Dei tre presidenti baltici solo quello lettone, la signora Vaira Vike-Freiberga, ha accettato l’invito di recarsi a Mosca per il 9 maggio, ma con l’intenzione di pronunciare un discorso (se i russi glielo permetteranno) non di ringraziamento per la “liberazione”, ma di accusa (o meglio, di “chiarimento”) per l’occupazione sovietica.



Il governo lettone ha anche pubblicato una Storia della Lettonia in lettone e russo, nel quale vengono confutati gli argomenti sovietici sulla “liberazione” dei Paesi baltici da parte dell’Armata Rossa. Una copia del libro è stata donata da Vike-Freiberga a Putin durante le recenti cerimonie in Polonia per il sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. Il libro è stato presentato anche a Mosca, per quanto le autorità russe avessero negato il visto di ingresso ad uno dei suoi tre autori.


 


http://www.lucisullest.it/news/2005/02/20050217quatris.htm

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