La legge abortista in Usa nata da una menzogna

Vita: politiche di bioetica

Paladina dell’aborto fa causa agli Usa per abolire l’aborto 
Silvia Kramar da New York


Il 22 gennaio del 1973 la Corte suprema americana aveva pronunciato la sentenza a favore una giovane donna incinta. Sostenuta da un nugolo di ambiziosi avvocati, Jane Roe (uno pseudonimo) aveva fatto causa a un giudice texano per legalizzare l’aborto.

La sua battaglia era arrivata fino a Washington, e il caso «Roe versus Wade» aveva trasformato la storia sociale e politica americana, legalizzando l’interruzione di gravidanza.
Trent’anni fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai media, che inutilmente avevano cercato di scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo con cui una donna sola aveva osato sfidare le più alte sfere governative. Oggi, invece, uscirà allo scoperto con il suo vero nome: Norma McCorvey. Tornerà alla Corte suprema, ancora seguita da un nugolo di avvocati e dal carosello dei media, per cambiare di nuovo la storia.
La nuova mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far vietare l’aborto, elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent’anni fa.
L’annuncio verrà dato due giorni prima dell’inaugurazione del secondo quadriennio di un’amministrazione repubblicana che, su questo tema difficile, ha scelto un basso profilo, ma che non potrà ignorare l’appello di questa signora dalle idee ben chiare.
«Da quell’infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane sono state toccate dall’aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le conseguenze psicologiche, per le donne, sono sempre devastanti, e poi di questa pratica, in America, ancora si muore», ha proseguito questa donna sulla sessantina dal vivace accento texano, capelli rossissimi e un sorriso da nonna.
«Oggi sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo cambia, cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto nazionale», dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio, che mi ha regalato il dono della fede». Dopo una vita devastata da droghe, alcol e vizi, l’8 agosto del 1995 Norma McCorvey si è fatta battezzare immergendosi in una piscina texana; è diventata anche lei, come milioni di americani, una cristiana rinata. C’erano i fotografi e le televisioni, c’erano i picchetti dei «pro choice» (favorevoli all’autodecisione della madre), che l’hanno definita una traditrice.
«Ma è ora che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey con una nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo sono sempre stata». Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito: mentre la sua avvocatessa, Sarah Weddington, portava avanti la battaglia legale, lei aveva messo al  mondo una bimba e l’aveva data in adozione. Simbolo per oltre trent’anni di tutte le speranze femministe, fiore all’occhiello del Partito democratico, regina del movimento «pro choice», aveva cercato di interrompere la maternità, ma alla sua legale serviva una donna gravida. «Se avessi avuto un aborto fuorilegge, come aveva fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah, sarebbe tutto finito nel nulla. Avevano bisogno della gravidanza per portare avanti la mozione».
«Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato difficile. «La nonna si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi, invecchiando, leggendo i tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era un testimone di Geova che riparava televisori. Io sono una mezzo sangue Cherokee e Cajun, non ho mai finito le scuole medie. Ho vissuto per trent’anni da alcolizzata, fra droga e rapporti omosessuali».
Ha avuto tre figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la prima, mio marito mi ha picchiata a sangue, accusandomi di essere incinta di un altro. Poi la mamma me l’ha portata via quando le ho confessato di essere lesbica». La seconda volta, quando si è svegliata in sala operatoria  la neonata era sparita. «E la terza l’infermiera, per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia piccola. Quando se ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l’avevo già vista. Quella bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».
Quasi per caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante, la McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si occupava di adozioni, e questi l’aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il legale che avrebbe preparato la mozione per la Corte suprema.
«Credevo che volesse far legalizzare l’aborto nel Texas», ha spiegato la McCorvey. «Invece mi trasformò in “Jane Roe”. Una volta inserito il mio nome sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece
mi abbandonò».
Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato leggendo i giornali. Erano passati anni. «Chiamai Connie, la mia compagna, e le dissi: “Sai, sono io Jane Roe”. Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio silenzio la convinse».
«Jane Roe» era un personaggio scomodo per il movimento femminista, che ormai aveva preso in mano le redini dell’aborto: «Ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che durante una marcia per l’aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la folla. Scandivano il nome di “Jane Roe” ma preferivano restassi nella retroguardia».
Nel 1989 fu scoperta da un’avvocatessa californiana, Gloria Allred, che la portò a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La rete televisiva Nbc girò una miniserie sulla mia storia con l’attrice Holly Hunter. Sarah Weddington ebbe un contratto di consulente, io non vidi un centesimo».
Passò da un’intervista all’altra: era l’eroina del movimento per la libertà di scelta, e una notte qualcuno cercò di ucciderla. «Mi svegliai di soprassalto mentre qualcuno su un camion crivellava di colpi la casa. Connie e io ci terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva ancora bisogno di me». Quando David Souter fu nominato alla Corte suprema venne invitata a parlare accanto ai grossi nomi del movimento femminista: Kate Michelman, Faye Wattleton, Eleanor Smeal. «Fu quest’ultima che, a cena, mi rimproverò di aver messo i gomiti sul tavolo.
Non è da lady”, disse. Al che risposi: “Ma non siamo femministe? E ci preoccupiamo di fare le lady?”. Il senatore Jeseph Biden mi chiese chi fossi. Risposi che ero Norma McCorvey, cioè Jane Roe. La famosa Jane Roe. “Anche se le altre credono di esserlo, in realtà sono io”.
Biden rimase a guardarmi con gli occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che il movimento aveva scelto male. Certo non avevo le loro lauree e la loro classe, ma diventai così scomoda che nel 1993 non fui neanche invitata alla Casa Bianca dal presidente Clinton, per i festeggiamenti del ventennale di “Roe vs. Wade”».
Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna, Connie, finché non le fu offerto di aprire una clinica per gli aborti col nome di “Jane Roe”. «Accettai, ma era una bugia: in cambio di sei dollari l’ora divenni la segretaria, la tuttofare: prendevo appuntamenti,
spiegavo alle clienti che non era un bambino ma solo “una mestruazione mancata”.
Spesso mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci settimane le pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo».
Il 31 marzo del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono l’ufficio accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un inferno «Marciavano davanti alle mie finestre con slogan come “L’aborto ferma un cuore che batte”, “L’aborto è l’olocausto americano”, «È un figlio non una scelta”: la corazza cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c’era un medico, Arnie, che faceva gli interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre cliniche erano meno regolate del laboratorio di un veterinario. Da noi si poteva fumare anche in sala operatoria. Ero io a tenere la mano delle donne. Quando piangevano dicevo solo: “Tesoro, è logico che tu pianga, ti abbiamo dato una potente iniezione di Valium”».
Facevano aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una ragazza alzò la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare.
«Dovetti dirle che si sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi arrossati in faccia: “Lo sa benissimo cos’ho visto. Mi avevate detto che non era ancora un bimbo”. Non ce la facevo più».
Un giorno un volontario del movimento per la vita le urlò per strada: «Norma, ma hai mai avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi stesi sul lettino, misi le gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle migliaia di ragazze che vi passavano ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi trascinai fino a casa e chiamai il pusher, volevo della coca. “Norma, hai detto che volevi smettere”, mi disse. “Non te la vendo più”. Feci amicizia coi miei “vicini” del movimento per la vita: erano sereni, dedicati, vivevano per i precetti del cristianesimo».
C’era una donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano su fronti opposti ma divennero amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di sette anni. «La invitai a giocare nel mio ufficio, in clinica. Lei mi chiese di andare con loro in chiesa. Durante una Messa caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo fatto».
Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per convincere gli americani che l’aborto è omicidio. Visto il momento politico e la grande evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei vive solo per quello.
«Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda.
Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani sarebbero certo stati a favore dell’interruzione di gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia».


(c) Il Giornale 17 gennaio 2005