La fumosa barriera di Pechino nei rapporti con la Santa Sede

Libertà religiosa

Hong Kong (AsiaNews) – Le richieste della Cina a papa Benedetto XVI di rompere i legami con Taiwan, prima di ogni dialogo, e quelle di non interferire negli affari interni – anche religiosi – del paese sono frutto di un grosso abbaglio diplomatico. Parola di esperto.

Commentando oggi l’elezione di Benedetto XVI, il primo ministro cinese Wen Jiabao ha detto che per migliorare i rapporti fra Cina e Vaticano sono necessarie due condizioni: il Vaticano deve rompere le relazioni con Taiwan; la Santa Sede non deve interferire negli affari interni della Cina. Wen Jiabao ha fatto eco a quanto già detto dai portavoce del Ministero degli esteri di Pechino in occasione della morte di Giovanni Paolo II (con la precisazione che per “affari interni” si intende anche “ la scusa della religione”). Le stesse pre-condizioni sono state ripetute fino alla nausea tutte le volte che Giovanni Paolo II ha lanciato appelli per un reale dialogo.

Che importanza hanno per Pechino queste pre-condizioni? Per p. Gianni Criveller, esperto di rapporti fra Cina e Santa Sede, esse sono soltanto una barriera di fumo, un alibi per nascondere la non volontà di Pechino di aprire un dialogo con la Santa Sede.

AsiaNews pubblica qui alcuni estratti dallo studio di p. Criveller, dal titolo “Giovanni Paolo II e la Cina”, che sarà pubblicato in modo integrale nel numero del giugno 2005 di AsiaNews (edizione cartacea in italiano).

La prima condizione: le relazioni con Taiwan

La questione di Taiwan non è un vero problema e il governo cinese lo sa. Non è stata la Santa Sede a scegliere di lasciare la Cina dopo l’avvento del comunismo: il nunzio di allora fu costretto con la forza a lasciare il paese nel 1951. Dal 1971 la presenza della Santa Sede a Taiwan è stata ridotta al minimo (vi è un incaricato d’affari), grazie a una scelta profetica di Paolo VI per favorire il dialogo con la Cina.

Le maggiori autorità cinesi sono state informate da molti anni che, in un accordo integrale, la Santa Sede è pronta a risolvere il tema Taiwan nel modo più appropriato. Questa offerta è inclusa anche nella lettera che Giovanni Paolo II scrisse a Deng Xiaoping nel 1983. Nel febbraio ’99 il card. Sodano, Segretario di stato, ha detto che il Vaticano era pronto subito a trasferire la nunziatura da Taiwan in Cina, se Pechino fosse stato d’accordo.

Il riconoscimento della Repubblica di Cina (Taiwan) non è mai stato un ostacolo insormontabile per la diplomazia cinese. Mao Zedong e Zhou Enlai hanno ospitato con molto calore Richard Nixon nel 1972, quando gli Stati Uniti avevano con Taiwan piene relazioni diplomatiche, per non parlare di collaborazione e assistenza militare. Allo stesso modo, la Cina ha accettato che la Corea del Sud (nel 1992) e il Sudafrica (1998) rompessero le relazioni diplomatiche da Taipei a Pechino, dopo aver concluso i negoziati, non come pre-condizione. Domandare la rottura dei rapporti prima dei dialoghi non è leale da parte di Pechino e infatti è un goffo abbaglio diplomatico.

Le autorità cinesi dovrebbero capire, come fa già il resto del mondo, che la Santa Sede è un’entità speciale, investita di autorità morale e non uno stato politico fra tanti. L’attività diplomatica della Santa Sede è solo in funzione della pace e della missione pastorale della Chiesa. Tale missione viene dunque prima di ogni successo diplomatico. La missione del papa ha carattere religioso; per questo la Chiesa non può accettare le pre-condizioni diplomatiche imposte da Pechino. Per la Chiesa, la diplomazia è un semplice strumento per promuovere i suoi legittimi diritti e libertà. Quando il governo cinese sarà pronto a garantire per la Chiesa questi diritti a lungo attesi, la disputa diplomatica finirà.

Seconda precondizione: le nomine dei vescovi

La seconda pre-condizione, cioè la non-interferenza negli affari interni della Cina, è legata alle nomine dei vescovi e alla possibilità per i vescovi cinesi di comunicare liberamente con Roma, compresa la possibilità di incontrare il papa nelle visite ad limina, come avviene per tutti gli altri vescovi nel mondo. Per i cattolici, il rapporto col papa è una questione di coscienza e non ha nulla a che fare con una (pretesa) influenza straniera. L’unità col papa è simbolo dell’unità con la Chiesa universale e un elemento essenziale della dottrina cattolica. La Chiesa gode di questo diritto ovunque nel mondo, meno che in Cina. Almeno 172 nazioni, compresi stati molto gelosi della loro dignità e sovranità nazionali, compresi paesi comunisti come Vietnam e Cuba, sono d’accordo che il diritto a nominare vescovi compete alla Santa Sede. In fondo, i vescovi sono personalità religiose e non politiche. Certo, un vescovo è anche un membro importante e autorevole della società civile. Per questo, la Santa Sede è disposta anche a fare concessioni legittime e ragionevoli, come ha fatto con il Vietnam. E per questo, la seconda pre-condizione è irragionevole.

L’opposizione della Cina a Giovanni Paolo II

La leadership cinese non è né interessata, né pronta a uno storico accordo con la Santa Sede: le sue preoccupazioni sono altrove. Molti quadri cinesi non conoscono, né capiscono o apprezzano la Chiesa cattolica. Preferiscono tenerla a distanza. Un pieno accordo con la Santa Sede richiede un cambiamento di mentalità, di amministrazione, di modalità nel gestire gli affari religiosi. Richiede anche l’abolizione o la riduzione delle strutture di controllo (come l’Associazione Patriottica e l’Ufficio affari religiosi) e anche il cambiamento di alcuni quadri a livello medio.

Tutti gli strumenti ideologici, amministrativi e repressivi, attuati in questi anni di campagne anti-religiose rimangono immutati: l’ideologia del partito unico, l’abuso di potere, corruzione; tortura, detenzione illegale, lager. La pratica di queste misure estreme non è più diffusa come una volta, ma esse non sono scomparse. Circa 25 fra vescovi e sacerdoti sono ancora detenuti o scomparsi; molti di più sono impediti ad esercitare il loro ministero.

Quando il partito comunista cinese era incapace di ricevere sostegno ideologico dal popolo cinese, l’ostilità di Pechino verso il papa era camuffata con l’accusa a Giovanni Paolo II di aver provocato la caduta del comunismo in Europa. Ma come è ovvio, non si può paragonare la situazione della Polonia cattolica con la situazione in Cina, dove i cattolici sono un po’ meno dell’1%. Inoltre, il papa non era solo contro il comunismo, ma contro ogni totalitarismo politico, ideologico, economico: nella sua giovinezza aveva sofferto a causa del nazismo; è stato un critico severo dell’amministrazione americana per le due guerre in Iraq. In ogni caso, Giovanni Paolo II si è incontrato esprimendo grande amicizia con leader comunisti quali il ministro degli esteri Andrei Gromyko (1979), il polacco gen. Wojciech Jaruzelski (1987); il presidente Mikhail Gorbachev (1989) e il cubano Fidel Castro (1998).

Dopo la morte di Giovanni Paolo II

Solo la Repubblica popolare cinese non ha inviato alcun rappresentante ai funerali di Giovanni Paolo II. Perfino le parole di condoglianze espresse dal portavoce del ministro degli esteri Liu Jianchao, mostravano poca commozione, avendo ricordato (cfr Xinhua del 4 aprile 2005) alla fine le più che decennali pre-condizioni! Lo stesso portavoce ha attribuito l’assenza della Cina ai funerali alla presenza del presidente di Taiwan, Chen Shuibian: una povera scusa, tirata fuori all’ultimo momento, per giustificare il fatto che la Cina non avrebbe mandato nessuno al funerale!

Se la Cina, senza tener conto dell’azione di Taiwan, avesse mandato ai funerali un delegato dall’ambasciata cinese a Roma, l’intero mondo avrebbe applaudito e la Santa Sede avrebbe manifestato con prontezza il suo apprezzamento. Da parte cinese sarebbe stato un gesto nobile, in una circostanza eccezionale e irrepetibile. L’8 aprile il mondo intero ha messo da parte tutte le differenze politiche e religiose, per convenire in piazza san Pietro: la Cina ha mancato quell’appuntamento.

Tempo fa personalità del Vaticano o vicine ad esso, si sono dati molto da fare con le autorità cinesi. Sui media sono apparse notizie di cambiamenti imminenti, accompagnate da informazioni confuse, che dimostravano solo che chi li ha scritti non conosce o non capisce la complessità della situazione.

Io penso che le relazioni diplomatiche e la diplomazia possono essere utili strumenti, ma non sono essenziali alla missione religiosa e spirituale della Chiesa. La Chiesa cinese – come molte altre nella storia – è sopravvissuta anche senza rapporti diplomatici e io non vedo l’urgenza di cercarli ad ogni costo. Non ci sarà nessun colpo di scena finché il paese e la leadership politica non cambia.

Per la crescita della Chiesa in Cina io vedo altre priorità. Dobbiamo sostenere vescovi, sacerdoti, suore, seminaristi e fedeli dal punto di vista pastorale e spirituale in un periodo così delicato in cui l’autorità della Chiesa passa da una generazione anziana a una più giovane. E soprattutto dobbiamo aiutare la Chiesa in Cina ad affrontare le sfide insidiose della modernizzazione e della secolarizzazione, verso cui la Cina stessa sta pagando un alto prezzo.

Da: AsiaNews del 21 aprile 2005

http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=3108