La diagnosi pre-impianto? Eufemismo per selezione genetica!!

Vita: politiche di bioetica

Cara Dottoressa,
poco tempo fa si è molto parlato del caso di quel bambino selezionato per nascere senza tumore, in Inghilterra. Nella facoltà di Medicina in cui studio ci dicono che pratiche come queste sono dei grandi successi, perché riescono finalmente a debellare malattie finora incurabili, e che la gente le chiede insistentemente. A me invece, fanno paura, perché non vedo come, di questo passo, ci si potrà fermare di fronte alle richieste sempre più pressanti ed esigenti della clientela.
Potrebbe darmi un Suo pare sul punto?
(…)
Grazie infinite, Katia


* * *

di Claudia Navarini

 

Cara Katia,
la questione che affronti è davvero cruciale nel dibattito attuale sull’etica della ricerca e sull’etica medica, e merita una risposta dettagliata.

Fra i paesi che con determinazione perseguono la via della selezione umana, la Gran Bretagna si conferma capofila.
È del 10 maggio la dichiarazione dell’Authority britannica sulla riproduzione assistita, l’HFEA (Human Fertilisation and Embryology Authority), secondo cui anche gli embrioni portatori di geni associati – in una certa percentuale di casi – al cancro della mammella e al cancro dell’ovaio possono essere “selezionati”, cioè eliminati.

Per lasciar posto ai sani, ovviamente. Già un anno fa, nel 2005, la stessa Authority aveva concesso la selezione pre-impianto per gli embrioni con maggiori probabilità di sviluppare alcune forme di cancro, tra cui la poliposi adenomatosa familiare (cfr. C. Navarini, Il “piano inclinato” della diagnosi genetica preimpianto, ZENIT, 14 novembre 2004) e il retinoblastoma, mentre dal 2001 e fino al 2005 era possibile scegliere “solo” gli embrioni in vitro esenti da malattie genetiche certe, ossia con la probabilità del 100% di ammalarsi a causa dei loro geni (ad esempio di fibrosi cistica).

Dunque, il processo di estensione della pratica selettiva procede. Un passo alla volta, ma inesorabilmente. Lo afferma anche il genetista francese Jacques Testart, artefice in parte pentito della prima bambina concepita in vitro in Francia: da anni ormai mette in guardia contro le pratiche di diagnosi pre-impianto, che spingono verso la ricerca di una perfezione impossibile – investendo la scienza e la medicina di poteri disumani – e che per converso scavano il baratro di una mentalità eugenetica i cui esiti devastanti sono già realtà. E stavolta non per i folli programmi socio-politici di discriminazione (razziale o di altro tipo), ma per le sorridenti e pulite tecnologie della riproduzione che si fregiano di termini innocui come “prevenzione”, o addirittura come “cura” o “sconfitta” delle patologie.

Intanto, il primo bambino cancer free si prepara a nascere nel Regno Unito. Ne hanno parlato con toni entusiastici tutti i giornali del mondo: una donna inglese di 35 anni avrà fra quattro mesi un figlio non affetto da retinoblastoma, la malattia che la affligge.
La donna e il marito si sono sottoposti alla FIVET pur senza avere problemi di infertilità, all’unico scopo di avere un figlio “sano”.

E allora c’è da augurarsi che la coppia abbia compreso fino in fondo il significato di questa salute promessa. Intanto, è chiaro che il bimbo – come tutti – non ha alcuna garanzia di essere “sano”. Anzi, da un certo punto di vista avrà la garanzia di non esserlo, se – come ricorda ancora Testart – ciascuno di noi è portatore di un determinato numero di geni associati a difetti e patologie, molte delle quali sono potenzialmente mortali.

Non avrà (forse) il retinoblastoma, ma potrà avere altre malattie non meno gravi. O forse più gravi, dato che il retinoblastoma, soprattutto quando colto precocemente, si cura bene, consente una vita normale, e non è incompatibile con la vita. Può causare cecità parziale o totale, ma si può curare bene, e non rappresenta una condanna a morte per la persona colpita.

E poi non va trascurato il prezzo del successo: la soppressione di altri embrioni – anche loro inequivocabilmente figli – per il solo fatto di essere maggiormente a rischio di malattia. Non bambini certamente malati, dato che anche con il gene incriminato la patologia potrebbe non esprimersi mai; non bambini malati mortalmente, dato che anche con la malattia la qualità di vita può essere buona.

Ma nella peggiore delle ipotesi, in caso di embrioni certamente malati e con prognosi infausta? Dobbiamo dire che, almeno in questi casi, la selezione sia lecita? Si situa qui tutta la differenza fra l’aiuto alla vita e il potere sulla vita umana.
Il compito dei genitori è di accogliere responsabilmente il dono dei figli, prendendosi cura dei sani come dei malati, e circondandoli dello stesso amore. Nessun genitore può garantire la salute – o la vita – ai propri figli, che sono esposti ai numerosi rischi dell’esistenza. Può solo accompagnarli, promuovendo e augurandosi per loro il massimo del bene. Ma deve sapere accettare i loro limiti, le loro cadute, e magari le loro disgrazie.

Il compito della medicina è guarire e curare, non uccidere. Se la medicina e la scienza possono effettuare interventi preventivi o terapeutici hanno il dovere di farlo, e di esultare per i loro successi, che sono a servizio dell’uomo.
Quando invece “prevenzione” e “terapia” sono semplici eufemismi, in cui prevenzione della malattia significa prevenzione della nascita, e prevenzione della nascita significa soppressione del nascituro, allora usciamo dai confini clinici e sanitari, ed entriamo nel terreno di un’etica sganciata da fondamentali valori e di una giustizia privati dei più fondamentali diritti.

Come ha avuto modo di affermare lucidamente il comitato “Medicina e Persona”, proprio in conseguenza dal caso londinese, “laddove si confonde la cura della malattia con l’eliminazione del paziente non c’è più spazio per la scienza medica” (
F. Achilli e C. Isimbaldi, Anche il bambino che non può avere il tumore è selezione della specie, “Libero”, 16 maggio 2006, p. 14).

Infine, il compito della società civile è quello di promuovere il bene comune. In particolare, dovrà prendersi cura dei soggetti più deboli, come i bambini, i malati, i disabili, gli anziani, i poveri, gli emarginati, e mettere in atto leggi adeguate a questo scopo.
Sopprimere il debole (proprio perché è debole) rappresenta quindi – al di là delle finzioni sulla pietà e sulla liberazione dal dolore – quanto di più anticivile e di antisociale si possa immaginare.

Desta preoccupazione e tristezza profonde assistere alla deriva morale del nostro tempo. Che non capisce nemmeno più quale sia la differenza fra morire e uccidere, per il fatto che il risultato è – apparentemente – lo stesso: qualcuno se ne va. Poco importa se per cause naturali o artificiali, se in modo spontaneo o procurato. E a tal punto svilisce il valore della vita umana che addirittura provoca volontariamente la morte per “scontare” i dolori della vita.

In questi giorni, a ulteriore conferma di ciò, si è accesa una polemica a livello internazionale sui metodi naturali di regolazione della fertilità (in realtà si cita solo l’antiquato “metodo del ritmo”), che – secondo alcuni – sarebbero responsabili di un aumento probabilistico degli aborti spontanei, dal momento che porterebbero le donne a concepire con ovuli o con spermatozoi “vecchi” (Alison Motluk, Rhythm method criticised as a killer of embryos, NewScientist.com news service, 25 maggio 2006,
www.newscientist.com/article/dn9219-rhythm-method-criticised-as-a-killer-of-embryos-.html).

Secondo questa bizzarra interpretazione, nel tentativo di evitare la gravidanza la coppia si astiene dai rapporti sessuali nei periodi di maggiore fertilità, quando i gameti sarebbero più “adatti” alla fecondazione, rischiando così di concepire con ovuli e spermatozoi già “alterati”, e incorrendo pertanto nella formazione di embrioni difettosi che spesso verrebbero spontaneamente abortiti.

Le obiezioni sono scientificamente del tutto infondate. Intanto perché i gameti, per tutto il tempo in cui possono fecondare ed essere fecondati, sono “adatti”. E poi perché
qualunque concepimento naturale – a prescindere dai metodi naturali – avviene nei momenti del ciclo in cui questo fenomeno è possibile, senza distinzioni di sorta fra periodo di maggiore o di minore fertilità. Altrimenti dovremmo proporre l’astinenza sessuale nei periodi potenzialmente “meno fertili” del ciclo.

La teoria, inoltre, non è in alcun modo confermata dai fatti, che non registrano una maggiore incidenza di bambini nati con malformazioni a causa dell’uso dei metodi naturali. Al contrario, i nati da fecondazione in vitro presentano maggiori probabilità di avere malattie genetiche e anomalie cromosomiche.

Il problema è tuttavia più profondo. Il fatto che esistano gli aborti spontanei, che molti dei concepiti – per cause naturali – non arrivino alla nascita, rientra nella più generale realtà della finitezza e della caducità dell’uomo, che presto o tardi si ammalerà, soffrirà, morirà, senza che nulla e nessuno possano ultimamente evitarlo. Ma ciò non ha nulla a che vedere con una “licenza per uccidere”, come l’aborto procurato e la selezione genetica preimplantatoria.

Possiamo riferirci ancora a Testart – uno scienziato, un non cattolico – per spiegare chiaramente le conseguenze ultime di tale atteggiamento: perdere di vista il valore morale dell’uccisione di un innocente porterà, fra l’altro, al fatto che “quanto il sistema dei test genetici sarà pienamente operante, sentiremo dire che non si ha il diritto di fare un figlio a caso”. Cioè, si potrà addirittura passare dalla licenza per uccidere al dovere di uccidere.


www.zenit.org – 28 maggio 2006