La crisi nell’Azione Cattolica Italiana degli anni cinquanta

Dal mondo

Si è svolto presso la sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il convegno «Milano e l’Italia dal “centrismo” al Sessantotto. La preparazione di una rivoluzione nella cultura e nel costume» promosso dall’Istituto storico dell’insorgenza e per l’identità nazionale (Isiin) in collaborazione con l’Università degli studi e la Cattolica di Milano.
Riportiamo il testo della relazione:


La vita interna al mondo cattolico.
La crisi nell’Azione Cattolica Italiana degli anni cinquanta


 

di Luca Pignataro
Relazione del convegno Milano e l’Italia dal «centrismo» al Sessantotto
Tra ottobre e novembre 1956 si ebbe l’ultima occasione in cui il variegato mondo cattolico italiano si trovò unito in maniera compatta e spontanea: lo sdegno per i tragici avvenimenti d’Ungheria provocò un moto spontaneo di ammirazione e di soccorso per i coraggiosi combattenti e profughi magiari.
Mi limiterò qui a ricordare non solo le manifestazioni di solidarietà dei Comitati Civici in tutta Italia, i manifesti e le cerimonie di Milano con l’arcivescovo Giovanni Battista Montini, ma anche gli aiuti medici portati personalmente in Ungheria da alcuni democristiani di Reggio Emilia guidati da Corrado Corghi, o l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Lercaro, che fa parare a lutto le chiese per ricordare le vittime dell’invasione sovietica e nel 1959 intitola la polisportiva dei giovani lavoratori ad Antal Pallavicini, l’ufficiale ungherese che liberò dalla prigionia il cardinale József Mindszenty e poi fu condannato a morte dal regime comunista restaurato. Il 1956 fu dunque il culmine di almeno un decennio in cui il mondo cattolico italiano era stato mobilitato per restituire il mondo a Cristo e opporsi ai Suoi nemici (per usare una fraseologia in sintonia con l’epoca), in primis i comunisti.
Le impressioni di un diplomatico italiano
Nell’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Esteri tra le carte provenienti dall’ambasciata italiana presso la Santa Sede si trova qualche relazione non priva d’interesse. In particolare, i rapporti redatti dal consigliere Roberto Caracciolo di San Vito sui Problemi attuali della Chiesa cattolica e recenti orientamenti della Santa Sede con particolare riguardo all’attività da essa svolta nel 1953 e nel 1954 [1] denotano un’acuta capacità di analisi.
Il consigliere – nel suo rapporto sull’anno 1954 – esordisce precisando come la Chiesa, avendo sempre in vista l’eternità, è portata ad adottare una misura di tempo differente da quella in uso negli Stati temporali. Anche la crisi attuale, dunque, va inquadrata in un lasso di tempo molto maggiore. Le persecuzioni dell’epoca romana avevano paradossalmente accresciuto «il rigoglio e la spinta vitale del cattolicesimo» al punto che né le invasioni barbariche né gli scismi e le lotte sostenute dal Papato per molti secoli avevano potuto minarne la compattezza. Maggior pericolo aveva corso la Chiesa col movimento della Riforma, che Carlo V aveva tentato di comporre con l’ortodossia cattolica, sollecitando il Papa all’indizione di un concilio che avrebbe dovuto prevalere sull’autorità della Cattedra di Pietro, ma «una delle forze costanti della Chiesa – a giudizio di Caracciolo – è sempre stata quella che, anche quando i Papi si sono lasciati trascinare da passioni umane, mai hanno perso di vista il bene supremo della Chiesa», sicché Paolo III seppe resistere alle pressioni imperiali e prolungare il Concilio di Trento fino a quando non poté essere chiuso senza mettere in pericolo l’unità della Chiesa.
La crisi attuale della Chiesa, che «in un certo senso si identifica con la crisi dell’unità spirituale della cultura europea» era iniziata nel secolo XIX «con l’affermarsi del capitalismo e del mondo industriale e con il rapido sviluppo e la volgarizzazione delle scienze». Si trattava di una crisi «nel suo senso etimologico di rottura» provocata «dall’umanesimo laico che ha voluto separare il momento scientifico dalla tradizione religiosa» passando per il liberalismo, il marxismo e infine il comunismo, e di una rottura opposta – a giudizio sempre di Caracciolo – provocata da «quegli stessi teologi e scrittori cristiani (influenzati più o meno dal protestante Kierkegaard) i quali negavano la validità della ragione e l’efficacia della volontà». Con la fine del fermento rivoluzionario liberale e l’affermazione degli Stati moderni costituzionali, la Chiesa assorbì molte idee dal liberalismo e venne a patti con essi; in Italia un processo simile iniziò con l’attenuazione del non expedit nel 1904, continuò col patto Gentiloni e culminò con la Conciliazione del 1929, ma questo non consentiva di dedurre un possibile futuro avvicinamento tra Chiesa e comunismo.
Chiarisce Caracciolo: «Quando infatti la Chiesa si è trovata di fronte a dei regimi nei quali, qualunque fossero le ideologie dei partiti di cui essi erano l’espressione, i principi fondamentalmente anticristiani erano messi da parte oppure non venivano rigidamente applicati, essa ha potuto, sebbene riluttante […], trovare qualche modus vivendi con i Governi allo scopo di non abbandonare dal punto di vista religioso i popoli a loro stessi». Era stato questo il caso dei concordati stipulati con Stati retti da Governi di ispirazione laica, dal fascismo o dal nazismo. Col comunismo non era possibile un accomodamento, stante il fatto che la dottrina marxista è radicalmente materialista e imperniata sulla lotta di classe, donde discende per essa la necessità – pena l’aperta contraddizione – di combattere la religione quale “oppio dei popoli”. La tattica comunista prevedeva bensì di atteggiarsi a protettori della libertà religiosa, del basso clero contro l’alto clero, dei sacerdoti secolari contro i regolari, dei preti pacifisti contro i guerrafondai, ma mascherava solo l’intento di spezzare l’unità della Chiesa per meglio affrontarne la distruzione una volta che la struttura sociale ed economica fosse cambiata.
Il terreno sul quale la Chiesa cattolica continuava a scontrarsi col comunismo era quello della politica sociale, col fine di conquistare le classi operaie, allontanatesi da Cristo e dalla Chiesa, come già Pio XI aveva notato. Da parte comunista si asseriva l’ostilità della Chiesa cattolica alle rivendicazioni operaie o quanto meno un suo interesse unicamente per paura del socialismo e del comunismo. Da parte cattolica si riaffermava di aver invece prevenuto i tempi e di non aver avuto risultati decisivi a causa dello svilupparsi del marxismo rivoluzionario “avvelenatore” delle masse. Autorevoli cattolici, però, ammettevano che «almeno collettivamente, la cristianità non ha saputo intuire a tempo la gravità della situazione e pavidamente ha lasciato campo libero all’iniziativa altrui». Il movimento operaio cristiano, particolarmente attivo in Belgio – dove era nata la famosa Jeunesse Ouvrière Chrétienne (JOC) dell’ abbé Joseph Cardijn – , in Italia dopo il 1944 si era concretizzato nelle ACLI, il cui vice assistente ecclesiastico centrale, padre Aurelio Boschini, identificava tre cause dell’accusa alla Chiesa di essere insensibile ai problemi dei lavoratori: 1. la pigrizia di molti cattolici nel prendersi a cuore in tempo la causa del proletariato; 2. l’abile propaganda comunista che identificava movimento operaio e marxismo, cosicché la condanna della Chiesa contro quest’ultimo era stata presentata come una condanna al movimento operaio; 3. il metodo di lotta dei cattolici, necessariamente informato a criteri morali ed a una visione interclassista, mentre la psicologia della massa operaia era incline al risentimento, a metodi di lotta violenti ed alla lotta di classe. A tutto questo andava aggiunto il «messianismo incantatore» del comunismo, mentre la dottrina sociale cristiana offriva molte soluzioni che però alla massa non sembravano sempre chiare né soddisfacenti.
Alla fine della seconda guerra mondiale – continua Caracciolo – gran parte del lavoro politico intessuto sotto il pontificato di Pio XI dal Segretario di Stato Eugenio Pacelli era andato perduto. Questo lavoro aveva prodotto una serie di concordati che furono l’espressione più evidente della politica vaticana tra le due guerre mondiali. Per quanto riguarda i Paesi dell’Europa occidentale, coi quali la Santa Sede manteneva rapporti normali, «l’azione politica del mondo cattolico era sensibilmente cambiata, a causa della sparizione di quei partiti cattolici che, in Belgio, Olanda e Lussemburgo, erano stati partiti storici fortissimi di netto carattere confessionale e apertamente dipendenti dalla gerarchia ecclesiastica»: si allude qui ai cosiddetti “clericali”. «Al loro posto, in vari Paesi erano sorti invece i partiti cristiano-sociali e democratici-cristiani i quali, pur ispirandosi alle dottrine sociali cattoliche, premettevano alla loro azione l’indipendenza dall’autorità religiosa». Il Vaticano – sempre a giudizio di Caracciolo – aveva «accettato senza troppa difficoltà questa nuova situazione che dopo tutto ha il vantaggio di separare la responsabilità della Chiesa da quella dei partiti e degli uomini politici. Prima però che sparissero i partiti cattolici, e forse in previsione delle nuove tendenze politiche» aveva curato l’organizzazione dell’Azione Cattolica, la quale si era affermata appunto tra le due guerre raccogliendo tra i suoi quadri tutte le varie associazioni parrocchiali e diocesane, col compito, secondo quanto scrisse Pio XI, di divenire un apostolato laico in collaborazione con la gerarchia religiosa. Secondo l’insegnamento papale, l’Azione Cattolica non avrebbe dovuto avere finalità politiche ed economiche vere e proprie, ma avrebbe dovuto comprendere invece le attività religiose, di beneficenza e assistenza, di educazione e sport, cultura e arte, stampa e radio, «tutte messe al servizio della difesa e della propagazione del cattolicesimo».
La direzione del cattolicesimo era saldamente nelle mani di papa Pacelli, il quale tra l’altro conservava la guida di alcune delle più importanti Sacre Congregazioni e non aveva voluto più nominare un Segretario di Stato. Già nel rapporto sul 1953 Caracciolo metteva in luce la spiccata personalità di Pio XII, paragonandola a quella dei grandi vescovi del quinto secolo ed in particolare a papa Leone I e rilevandone la grande popolarità, che risultava ad esempio dal fatto che la rivista “Time” il 14 dicembre 1953 gli aveva dedicato un intero numero, «naturalmente in uno stile e in maniera prettamente americana». La «prodigiosa attività dell’attuale Pontefice […] è però volta principalmente ai mali interni di cui oggi soffre la società cristiana e che ne minano la fondamenta». Dopo di lui, le personalità più notevoli della Chiesa erano i due Pro Segretari di Stato, Montini e Domenico Tardini, preposti l’uno agli Affari Ordinari e l’altro agli Affari Straordinari (grosso modo, gli interni e gli esteri): «Di Monsignor Montini viene generalmente vantata l’acutezza d’ingegno, la sua finezza e una particolare sensibilità per i problemi moderni sociali, mentre è proverbiale in Monsignor Tardini il buon senso quasi “paesano” al quale è unito uno spirito vivace e pronto […]». Il Papa aveva espresso il suo pensiero a favore della pace: «Se vi è una generazione – aveva detto Pio XII – la quale abbia inteso nella sua coscienza il grido: guerra alla guerra, certo è l’attuale» [2]. La teoria che considerava la guerra arma capace di risolvere i conflitti internazionali era ormai superata. Ma il suo pensiero sui problemi attuali era contemporaneamente «politico, filosofico e religioso». Nel radiomessaggio natalizio del 1953, in cui fra l’altro incoraggiava l’idea di un’Europa unita, il Pontefice dimostrava come il progresso tecnico non sarebbe mai bastato «ad assicurare la pace fra i popoli, la vera pace, che è soprattutto un risultato di disposizioni morali. Ciò dicendo, Pio XII denunciava – secondo Caracciolo -, pur senza nominarli, i due grandi sistemi che raggruppano oggi la maggioranza degli uomini […], quello secondo cui il progresso è il frutto della sola libertà e l’altro per il quale bisogna spezzare con qualsiasi mezzo le resistenze egoistiche che si oppongono al raggiungimento di un siffatto progresso. Tutti e due questi sistemi concorrono a preparare un mondo nel quale spariscono le caratteristiche individuali e le aspirazioni personali […]. Ed è appunto per preservare l’umanità da questo mondo che il Papa chiama l’Europa a riunire le sue forze: quest’Europa che per le sue tradizioni e la sua cultura è particolarmente qualificata per resistere alla nuova barbarie prodotta dalle macchine».
Per quanto riguarda il cosiddetto “problema sociale”, la propaganda tendenziosa che cercava di far apparire la Chiesa come divisa tra riformatori, quali ad esempio il cardinale Lercaro o don Primo Mazzolari o il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, e gretti conservatori annidati negli ambienti vaticani, a giudizio di Caracciolo era «un dire ben lungi dalla verità». Occorreva distinguere fra errori involontariamente commessi da alcuni membri della Chiesa, in quanto uomini anch’essi esposti all’esagerazione di parte, e le direttive impartite dal Papa e dai suoi più stretti collaboratori. Roma non era contraria all’iniziativa dei cosiddetti “preti operai”, ma voleva solo correggerne imprudenti applicazioni. In generale, cadevano a proposito le parole del cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano nel 1953: «La Chiesa non va né a destra né a sinistra, ma incede sicura per la via luminosa del Santo Vangelo. Secondo questa norma anzitutto tutela i diritti dell’uomo, della libertà, della proprietà, dell’onore dell’individuo, sia esso povero o ricco».
La politica e la guida spirituale non bastavano a trattenere le masse. Ecco perché – a giudizio di Caracciolo – il 10 febbraio 1952 Pio XII «lanciò il “grido di risveglio” alla Diocesi di Roma», probabilmente il più bel discorso del suo pontificato sin allora. «Vi si parla di un mondo intero incamminato alla rovina e si chiede alla cattolicità uno sforzo generale di mobilitazione per ricostruirlo dalle fondamenta», per trasformarlo da selvatico in umano e da umano in divino, per fare insomma «un mondo migliore da Dio voluto». La Chiesa quindi – continua il diplomatico italiano – «punta su una riforma interiore dei propri quadri con una crociata a cui, pur senza precisarne la portata, Pio XII andava da anni incitando i fedeli di tutto il mondo. Per la prima volta nella storia un grande rinnovamento, invece di essere imposto dalla base, viene predisposto e programmato dalla Curia». Tale impulso, per quanto riguarda l’Italia, ebbe il suo motore nel Movimento per un Mondo Migliore, ideato e diretto dal gesuita Riccardo Lombardi [3], famoso per le sue infiammate predicazioni in Italia e all’estero [4], il quale nella sua sede di Villa Mondragone [5] presso Frascati, coadiuvato da alcuni collaboratori fra cui il confratello Virginio Rotondi, cominciò nel 1954 a tenere una serie di “esercitazioni” per il clero, riscuotendo grande successo specialmente fra i sacerdoti più giovani (il clero più anziano, oltre allo scetticismo connaturato all’età, temeva che l’applicazione dei nuovi metodi portasse un calo della disciplina e dunque facilitasse deviazioni), e per i laici.
Il cattolicesimo degli anni Cinquanta: spunti problematici
Nel 1945, alla conclusione della seconda guerra mondiale, era comune il pensiero di trovarsi in una fase di svolta epocale, contrassegnata dalla caduta delle barriere che sin allora avevano diviso i popoli e dal crollo di sistemi culturali ritenuti responsabili di aver provocato i due più terribili conflitti bellici della storia: dunque, un sostituirsi di nuovi valori alle strutture finora vigenti. «L’uomo deificato ha demolito il suo mondo, essendo inetto a governarlo» [6] : era questa la ferma convinzione di padre Lombardi, il quale inizialmente pensava che la rinascita dell’Italia dovesse compiersi sul terreno religioso, una rinascita spirituale a partire dai vertici stessi della Chiesa, mentre la sfera politica doveva essere impregnata della dottrina sociale della Chiesa. Padre Lombardi, padre Rotondi, don Giovanni Calabria, il domenicano Raimondo Spiazzi – per citare alcuni religiosi di allora tra i più attivi con la parola e l’esempio – credevano vivamente che quest’opera di rinnovamento dovesse partire dall’Italia, cui Dio aveva assegnato una missione particolare di evangelizzazione dei popoli. Gli stessi “gruppi di preghiera” di padre Pio si inserirono in questo quadro.
Questo movimento spirituale era perfettamente impersonato ed animato dalla figura di papa Pio XII, il quale fu tutt’altro che un personaggio anacronistico ed aggrappato a certezze e forme del passato, magari nostalgico di una teocrazia. Basti pensare che nel 1951 la Congregazione Concistoriale – l’organismo della curia romana destinato ad occuparsi del clero – proibì ai vescovi di continuare a fregiarsi di titoli nobiliari laddove era in uso. Ben diverso è, semmai, il problema costituito dal fatto che proprio in quest’epoca il popolo italiano – a partire, come sempre, dalle sue élite – comincia a perdere il legame con la sua tradizione culturale e a percepire tutto ciò che viene dal passato come automaticamente obsoleto e illeggibile e non più come qualcosa di proprio. Un esempio della compresenza di questi due aspetti è, all’indomani della scomparsa di Pio XII, un editoriale della “Nuova Antologia” in cui veniva posta in rilievo la modernità del suo pontificato, consistente – secondo la rivista – nel «gettar ponti sull’antico e ormai incomprensibile abisso tra la concezione ascetica e la concezione attivistica della vita: ponti attraverso i quali la Chiesa avrebbe dovuto andare verso il mondo» [7]. In effetti, a partire dai famosi radiomessaggi degli anni di guerra, il Pontefice mostrò sempre più chiaramente il disegno di collegare la dottrina della Chiesa a tutti gli aspetti sociali della contemporaneità: dalla democrazia [8] come forma di governo preferibile purché rettamente intesa (distinzione fra massa e popolo, necessità dell’autorità fondata in Dio, il potere politico conferito alle persone competenti), alle singole professioni, allo sport, al cinema [9] e alla nascente televisione. Numerosissimi furono i discorsi da lui tenuti in udienze che spesso videro affluire un grandissimo numero di persone, di tutte le categorie sociali e professionali, e per le quali appare alquanto fuorviante il paragone con le adunate dei regimi totalitari, ancorché ripetuto. Commentava nel 1956 un altro diplomatico italiano, il consigliere Maurizio Basso:
«La Chiesa, sfatando le accuse di oscurantismo o di assenza o di superficialità rispetto ai problemi del lavoro, cercando l’adesione delle masse ad una sua politica sociale, ha instaurato un colloquio immediato e costante di queste ultime col Vicario di Cristo in terra. La necessità di corrispondere, per la cura delle anime, alle aspirazioni profonde delle popolazioni, oltreché alle loro necessità materiali, ha viepiù indotto il Pontefice a superare passati convenzionalismi ed intermediari burocratici, accorciando le distanze con i cattolici di tutto il mondo e con i loro singoli problemi. Tale circostanza contribuisce a dar ragione del carattere più accentuatamente accentratore e autoritario dell’attuale pontificato quale emerge, ad esempio, dalla ridotta frequenza di regolari contatti tra il Papa ed i Capi delle diocesi vescovili in Italia, o dall’intransigenza dimostrata dalla Chiesa verso pensatori laici o ecclesiastici, specie francesi (tipico è il caso di Jacques Maritain), suscettibili di influenzare orientamenti di vita pratica, oppure anche dalla perdurante mancanza di un Segretario di Stato» [10].
L’impostazione papale – chiarita, come abbiamo visto, dal discorso del 10 febbraio 1952 – era quella di mirare alla ricostruzione di una società cristiana, cosa che veniva interpretata da alcuni intellettuali liberali come la minaccia di un “totalitarismo cattolico” politicamente guidato, un “integralismo” [11]. Riusciva loro difficile accettare il fatto che il cattolicesimo fosse una concezione “integrale” e organica della vita personale e sociale, ed in ciò consisteva il suo fascino su tanti non credenti poi convertiti [12]. Tuttavia la necessità di una rinascita spirituale – se si vuole, “religiosa” in senso stretto – non fu mai trascurata durante il pontificato di Pio XII, anche se è stata poi inglobata dalle esigenze della mobilitazione anticomunista. L’anelito di papa Pacelli e di tantissimi cattolici andava infatti a scontrarsi con la realtà di una scristianizzazione persistente, nella quale il vecchio laicismo di matrice liberale era contiguo al rifiuto dell’esperienza cristiana in quanto tale proprio della nuova “religione politica” dilagante, il comunismo. Nel 1953, a chi gli faceva notare che “i lontani” si potevano avvicinare di più se la Chiesa non fosse stata vista come parte politica, Pio XII rispose: «Già, solo che il comunismo non è politica, è distruzione morale, religiosa» [13].
L’articolo 2 dello statuto del partito comunista sancito nel 1946 permetteva l’iscrizione «indipendentemente dalla razza, dalla fede religiosa e dalle convinzioni filosofiche» e veniva citato come esempio dell’apertura comunista verso i cattolici (la famosa “mano tesa”, che già era stata porta verso la metà degli anni Trenta [14] ma respinta da Pio XI). Invano qualche anno dopo un ex militante notava però come subito dopo si facesse obbligo ad ogni membro del partito di accettare il programma politico del partito stesso, che implicitamente si rifaceva pur sempre al marxismo-leninismo e dunque all’odio verso la religione, sia pur tatticamente celato [15] : il numero dei militanti era largamente aumentato [16]. Per tutti gli anni successivi il PCI avrebbe continuato ad attrarre sia persone provenienti da ambienti poveri economicamente e culturalmente, generalmente facendo leva su dubbi in materia di religione e sull’invidia sociale, sia giovani intellettuali dalla DC stessa [17]. Un fascino particolare il comunismo esercitava nei riguardi dei professori delle scuole, come non mancarono di segnalare alcuni ecclesiastici [18]. Un calo di militanti e simpatizzanti si ebbe solo dopo i fatti d’Ungheria del 1956, ma fu presto recuperato in termini di voti alle elezioni del 1958. Senza parlare, poi, dei vari “compagni di strada” nel mondo della cultura: non tutti gli intellettuali avevano lo spirito libero di Anna Maria Ortese, la quale, ad un amico che la incitava ad una letteratura “impegnata” nel fiancheggiamento politico a sinistra, rispondeva di essere al servizio di un “P.C.D.D.”, ovvero “Partito dei Cercatori di Dio”! [19]
Se nel 1945 poteva ancora capitare che il domenicano Felix Morlion scrivesse che «i più pericolosi nemici della religione sono i fascisti e non gli uomini di sinistra» [20], pochi anni dopo la realtà era ben diversa: il comunismo aveva ormai esteso il suo ferreo dominio su diversi Paesi europei e vi perseguitava apertamente la Chiesa. Leggere talune mosse, come l’espropriazione delle proprietà terriere ecclesiastiche in Ungheria, alla stregua di questioni secondarie o magari di un alleggerimento della Chiesa da fardelli temporali (la lettura già in voga durante il Risorgimento italiano), o vedervi l’effetto dell’intransigenza di vescovi retrogradi, non aiuta a cogliere la realtà. In Ungheria la terra veniva espropriata anche ai contadini, che si ritrovarono ben presto in miseria; la sottrazione delle basi di sostentamento materiale impediva alla Chiesa di svolgere la sua funzione anche educativa mantenendo scuole; i comunisti attaccarono non solo i cattolici conservatori ma anche quelli democratici; quanto alle iniziative del clero più aggiornato, erano proprio quelle che i comunisti temevano di più, come quando uno dei capi del regime comunista magiaro ammonì quei sacerdoti che andavano nelle fabbriche a parlare con gli operai: «È bene che la Chiesa cattolica si metta al fianco del popolo, ma gli opifici non sono destinati al culto dell’anima; a tale scopo devono servire le chiese, le parrocchie e non le aziende industriali» [21]. La famosa scomunica ai comunisti del 1949 va letta alla luce di quanto accadeva nei Paesi da essi dominati: dire che le spaventose notizie al riguardo fossero “stampa pornografica”, oppure che Pio XII era ossessionato dai comunisti perché “arteriosclerotico”, come dissero alcuni dirigenti della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) [22], denota obiettivamente una grave mancanza di conoscenza. Per quanto riguarda l’Italia, fu notato già allora come anche le riforme sociali operate dal governo De Gasperi nei primi anni Cinquanta non valsero a smuovere dalle loro idee i militanti comunisti [23].
I gesti di vilipendio da parte di comunisti nei riguardi della religione cattolica e di disprezzo delle norme di comportamento da essa derivanti erano diffusi anche in Italia e destavano scalpore soprattutto nei piccoli centri [24], tuttavia tra coloro che votavano comunista o frequentavano il partito c’erano pur sempre molti che continuavano a frequentare anche la chiesa – anche se magari per una religiosità ridotta a puro rito -, motivo per cui la scomunica di fatto fu scarsamente applicata, temendo che si rivelasse controproducente. Nel 1953 una fonte ufficiosa vaticana chiariva che non tutti i comunisti erano scomunicati, ma solo quelli che aderivano alle teorie del materialismo ateo (scomunicandosi da sé, quindi) o le propagavano, teorie di fatto non conosciute da alcuni comunisti; era pur vero, però, che, iscrivendosi al partito comunista o votandolo, di fatto si cooperava al trionfo di quelle idee anticristiane e antidivine portate avanti con qualunque mezzo, anche il più ripugnante, e dunque chi favoriva il partito comunista era reo di colpa grave ed escluso dai sacramenti. Lo erano anche i socialisti del partito di Pietro Nenni, legati al partito comunista, mentre erano esenti da scomunica e peccato quei socialisti che non professavano le dottrine del materialismo ateo e non conducevano una lotta «contro la religione, la libertà, la moralità privata e pubblica. Tali sono per esempio i socialisti inglesi o laburisti […]» [25]. I comunisti da parte loro non mancavano di ostentare personaggi come il prete pacifista (poi ridotto allo stato laicale) Andrea Gaggero [26], vincitore nel 1954 del “Premio internazionale Stalin per il consolidamento della pace tra i popoli”, e l’ex gesuita Alighiero Tondi, uscito dalla Compagnia di Gesù nel 1952 in concomitanza con l'”operazione Sturzo” e autore di diversi articoli apparsi ne “L’Unità” durante il 1954, in cui elogiava le cosiddette “democrazie popolari” di Oltrecortina per la loro libertà religiosa [27]. Lo stesso anno, dopo una conferenza di Gaggero nel Palazzo d’Accursio, in cui si accusava, senza contraddittorio, la Chiesa cattolica di non osteggiare la bomba atomica, il questore di Bologna, per motivi di ordine pubblico e perché non erano consentite manifestazioni di propaganda per Paesi non concedenti trattamento di reciprocità, vietava a Tondi di tenere conferenze in quella provincia sul tema “La Chiesa del silenzio“; alcuni deputati di sinistra presentarono un’interrogazione cui rispose il sottosegretario all’Interno, Vittorio Pugliese, nel dicembre 1955, riepilogando numerosi atti di vilipendio da parte di comunisti verso i simboli della religione cattolica e i suoi rappresentanti [28].
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La vera grande macchina di mobilitazione della Chiesa fu l’Azione Cattolica. Nell’ottobre 1946 il suo nuovo statuto la definiva «l’organizzazione nazionale del laicato cattolico per una speciale e diretta collaborazione con l’apostolato gerarchico della Chiesa». Essa era al centro di un sistema articolato. Era composta da una presidenza nazionale, sette organizzazioni (Unione Uomini, Unione Donne, Gioventù Maschile, Gioventù Femminile, FUCI, Movimento Laureati, Movimento Maestri) con strutture nazionali e diocesane, le prime quattro anche parrocchiali. Accanto ad esse erano parecchie unioni professionali e associazioni di categoria. In più, le organizzazioni giovanili tra 1944 e 1946 avevano intrapreso la strada delle “specializzazioni” (Gioventù Operaia, Gioventù Rurale, Gioventù Studentesca) [29], le quali però – a differenza della Francia, dove nel 1956 l’Association Catholique de la Jeunesse Française si sciolse a vantaggio delle specializzazioni – non avrebbero acquisito una autonomia reale rispetto all’Azione Cattolica, che restava articolata in base all’età e in relazione ad essa rivolgeva la sua proposta educativa e formativa: si guardava, in altre parole, all’influsso esercitato dall’ambiente di lavoro sullo sviluppo della personalità, ma si finiva sovente col restare confinati nell’ambito parrocchiale. L’impianto etico-pedagogico dell’AC, particolarmente delle organizzazioni giovanili, s’impegnò molto a contrastare la crisi morale nell’Italia alla fine della guerra, un cui aspetto eclatante – ma non l’unico – era la sessualità disinibita: forse viene da lì quell’associazione che molti facevano e fanno, con fastidio, tra “azione cattolica” e moralismo contro i vizi sessuali (e, del resto, giunti all’adolescenza, tanti ragazzi non rinnovavano l’iscrizione). Tuttavia nell’Italia di allora questo impianto educativo era molto apprezzato, anche da quei non credenti che mandavano i figli piccoli nella GIAC perché erano sicuri di trovarvi un ambiente con valori sani, al di là dell’appartenenza religiosa. Per non parlare, poi, di tutte quelle località dove l’AC portava un nuovo impulso alla vita parrocchiale, altrimenti limitata al devozionalismo e al ritualismo formale. Spesso l’AC era l’unica occasione per tanti ragazzi poveri di trovare qualche lettura utile e di fare qualche gita istruttiva, magari sino a Roma in occasione dei raduni nazionali alla presenza del Papa. In qualche caso poi, come per l’inaugurazione della chiesa parrocchiale di San Leone Magno in un quartiere romano allora disagiato, realizzata senza contributi statali dall’Unione Uomini di AC e munita di cinema-teatro, campi sportivi e poliambulatorio con l’intento di “bonificare” l’ambiente [30], si ha persino l’impressione di ritrovare quello spirito del cattolicesimo sociale “intransigente” di fine Ottocento che si contrapponeva allo Stato. Si sbaglierebbe però a credere che l’AC non curasse una vita di fede più profonda e sentita. Colui che fu presidente della GIAC sino al 1949 per poi divenire vicepresidente e – dal 1951 – presidente nazionale dell’AC, Luigi Gedda, solitamente accusato di aver badato unicamente all’aspetto organizzativo – fecero impressione i grandi raduni da lui organizzati a Roma – e ai “grandi numeri” – sotto la sua presidenza l’AC raggiunse i tre milioni di iscritti -, era in realtà uomo di viva fede in Cristo [31], fondatore di un sodalizio spirituale laico chiamato “Società Operaia” che si proponeva, appunto, di preparare “operai” in senso evangelico alla «via spirituale da seguire per dare compiutezza alla nostra vita di apostolato nell’Azione Cattolica, consona alla nostra esperienza di laici» [32]. Alla spiritualità della Società Operaia, imperniata sulla meditazione del Getsemani, si ispirarono, fra gli altri, il beato Alberto Marvelli e il giovane Gino Pistoni, passato coi partigiani durante la guerra di liberazione e morto a seguito di uno scontro armato, dopo aver scritto col suo sangue: «Offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia – Viva Cristo Re» [33].
Il modello italiano di AC non piaceva a Cardijn e alle associazioni belga e francese sia per il centralismo sia per il coinvolgimento nella politica, ma quest’ultimo aspetto riscuoteva consensi altrove, ad esempio nel Catholic Social Movement australiano [34]. L’imminenza delle elezioni del 1948 preoccupò il Papa per il temuto successo del Fronte Popolare socialcomunista; Pio XII parlò della necessità di animare l’elettorato cattolico – ricordiamo che le elezioni politiche erano una cosa relativamente nuova per tantissimi italiani – a Gedda, il quale – non potendosi coinvolgere l’AC nella lotta politica – ebbe l’intuizione di far nascere i Comitati Civici, organizzati su base parrocchiale (Comitato Civico locale) e diocesana (CC zonale), come «un’organizzazione, un’iniziativa nuova che ha lo scopo di animare un’impresa destinata a tutte le istituzioni cattoliche italiane (diocesi, parrocchie, Ordini e Congregazioni religiose, scuole, Confraternite, organizzazioni laicali di ogni tipo ed età) e, mediante esse, a tutti i cattolici consapevoli, perché sappiano come comportarsi nella imminente battaglia elettorale» [35]. Da provvisori divennero permanenti, data l’ottima prova fornita nel mobilitare gli elettori, e suscitarono la diffidenza dei cattolici più legati alla DC, i quali vi videro una potenziale alternativa a questo partito. In realtà, il rimprovero che fu mosso a Gedda, di non essere entrato in politica e di aver invece avuto sempre sfiducia verso la DC [36], non considera che egli era mosso non da ambizioni politiche ma dall’intento di servire la Chiesa e il Papa in obbedienza. Per quanto riguarda, poi, i CC, è del tutto assurda l’immagine che ne è stata tramandata, come di una sorta di associazione segreta che tramava complotti [37]. Se si va a sfogliare “Collegamento”, la loro pubblicazione periodica, si trova satira non solo sui comunisti ma anche sul fascismo, persino nel fatidico anno 1952. Vero è, semmai, che il tipo di cattolicesimo integrale propugnato dai CC non mostrava particolare condiscendenza per il cattolicesimo politico contemporaneo: i corsi per attivisti civici tenuti negli anni Cinquanta erano intitolati a personaggi quali Garcia Moreno – il presidente dell’Ecuador fedelissimo di Pio IX e che fece consacrare il suo Paese al Sacro Cuore -, Giovanna d’Arco, Engelbert Dollfuss, Giuseppe Toniolo, alcuni giovani cattolici italiani caduti nei primi anni di guerra, Gino Pistoni, Piergiorgio Frassati, Stefano re d’Ungheria.
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Le elezioni comunali che si sarebbero tenute in diverse località italiane, soprattutto nel Sud e a Roma, nel 1952 fecero paventare una sconfitta della DC da parte delle sinistre. Per scongiurare ciò, personalità ecclesiastiche e del laicato cattolico si mossero al fine di realizzare un fronte anticomunista che comprendesse anche monarchici e missini [38]. Se da parte democristiana vi era una netta preclusione ad accordi con questi ultimi, le trattative col Partito Nazionale Monarchico, in particolare per quanto riguardava Napoli, si trascinarono per alcuni mesi ma vennero bruscamente troncate quando Achille Lauro, l’esponente monarchico più in vista, fece capire di non rinunciare all’apparentamento con il MSI. La sconfitta cattolica sarebbe stata particolarmente grave a Roma, dove le sinistre si presentavano in una lista comprendente, oltre a comunisti e socialisti, anche esponenti liberaldemocratici progressisti, alla cui testa era il vecchio antifascista Francesco Saverio Nitti. L’accordo centrista, dal canto suo, sembrava rimesso in discussione. Entrarono dunque in azione quei personaggi, fra i quali padre Lombardi e Gedda, i quali premevano invano sulla DC e su De Gasperi perché realizzasse un accordo con le destre. Non è chiaro chi a quel punto (aprile 1952) dal Vaticano, con l’avallo del Papa stesso, suggerì autorevolmente che don Luigi Sturzo, il vecchio sacerdote antifascista e anticomunista, capeggiasse una “lista civica” contro le sinistre. Il sacerdote siciliano accettò per obbedienza, ma l’equivoco verteva proprio su che cosa intendere per lista civica: se una lista comprendente la DC, i partiti di centro e “esperti” estranei ai partiti, oppure una lista di cattolici apparentata o fusa con le destre e appoggiata dai Comitati Civici e dall’autorità ecclesiastica. De Gasperi e i democristiani non potevano accettare quest’ultima scelta, che li poneva dinanzi all’alternativa tra il presentarsi da soli senza la fiducia della Santa Sede o confluire in questa lista senza il simbolo di partito. Alla contrarietà di larghi settori della DC – i quali oltretutto temevano che l’eco di questo accordo avrebbe fatto perdere loro, nelle elezioni politiche del 1953, il credito che avevano in tanti ambienti contadini e operai del Nord – si aggiungeva la pretesa dei partiti di destra di trattative ai vertici, il che avrebbe impresso una connotazione politica ben più significativa a quello che per Sturzo doveva essere unicamente un accordo “tecnico”. I partiti di centro non furono disponibili all’operazione, ma, cosa più clamorosa, si dichiararono contrari anche quasi tutti i rami dell’Azione Cattolica, compresa la GIAC guidata da quello che era stato in precedenza un discepolo di Gedda, Carlo Carretto. A quel punto l’operazione fallì e Sturzo rinunciò. Sembra che questo esito amareggiasse molto Pio XII, soprattutto perché dovette prendere atto di come l’Azione Cattolica non fosse più docile alle direttive papali: «L’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana» [39].
Padre Lombardi parlò due volte alla radio per incitare a mettere da parte le simpatie personali in nome della salvezza della patria e votare per il blocco di centro, che aveva le maggiori possibilità di battere i comunisti e i loro alleati [40]. La propaganda comunista ricorreva ad argomentazioni come quella secondo cui il Papa era proprietario dell’azienda del gas di Roma. Le elezioni, tenutesi in maggio, segnarono a Roma la vittoria della coalizione centrista e la riconferma del sindaco democristiano Salvatore Rebecchini. Un episodio “minore” può dare un esempio di certe ambiguità. Era stato candidato nella lista democristiana ed eletto consigliere comunale Bruno Cornacchiola, colui che si era convertito al cattolicesimo dopo aver visto la Madonna in una grotta presso le Tre Fontane nel 1947. Per svolgere la nuova mansione, all’epoca non retribuita, doveva mettersi in aspettativa dall’azienda municipalizzata da cui dipendeva. I maggiorenti democristiani, per fargli accettare la candidatura, gli avevano promesso che, una volta eletto, lo avrebbero sostenuto economicamente, ma dopo poco tempo gli negarono il sussidio. Cornacchiola, padre di famiglia, ridotto all’indigenza, fu dunque costretto a fare affidamento solo sugli aiuti saltuari di persone impietosite dal suo caso, ma continuò in quella che riteneva una missione consona al suo apostolato. Due anni dopo, gli fu proposto di passare nel gruppo monarchico in cambio di una cospicua somma di denaro ed egli inizialmente acconsentì, ma poi, sul momento di firmare l’adesione davanti a un dignitario massone, la penna gli cadde dalla mano per ben tre volte. Il veggente interpretò questo come un segno di contrarietà della Vergine Maria e rinunciò, ricavandone calunnie sulla stampa [41].
Tutte le manovre tese a creare un’alternativa cattolica da destra alla DC, però, si scontrarono con la preoccupazione del Papa di non indebolire quest’ultima, che restava il maggiore baluardo contro le sinistre, pur nell’insistenza di Pio XII affinché il partito difendesse realmente “i diritti di Dio e della Chiesa” e rispettasse le attese dei suoi elettori cattolici. Alla fine del 1954 monsignor Montini, il maggior sostenitore della DC, veniva nominato arcivescovo di Milano, ma non cardinale, come di solito avveniva per chi ricopriva quella carica; questo spostamento, se parve a molti un promoveatur ut amoveatur e dunque una punizione, può però essere letto – lo nota anche Andrea Riccardi [42] – viceversa come una preparazione a compiti più alti, designando il prelato lombardo a “Delfino della Chiesa”, come argutamente si espresse Caracciolo [43]. Uno dei compiti di Montini a Milano, notava Caracciolo, era quello di evitare che l’anello industriale intorno alla città lombarda assomigliasse sempre più alla banlieue rouge di Parigi, con le sue masse di operai comunisti lontani da qualsiasi specie di vita religiosa cristiana. Quasi contemporaneamente, però, padre Giacomo Martegani, che vedeva con favore uno spostamento a destra del cattolicesimo politico, fu rimosso dalla direzione de “La Civiltà Cattolica”, a seguito del contrasto con i suoi confratelli del milanese Centro San Fedele e della rivista “Aggiornamenti Sociali”, filocentristi [44]. Nel 1955, mentre il cardinale Giuseppe Siri, assertore costante della linea di unità politica dei cattolici intorno alla DC, veniva nominato presidente della Commissione episcopale per l’AC, monsignor Roberto Ronca [45], importante esponente della linea “clericomoderata”, veniva bruscamente rimosso dal suo incarico episcopale a Pompei e richiamato a Roma. Terminava così ogni progetto o velleità di favorire la formazione di un blocco “clericomoderato” e anticomunista.
Nell’autunno 1955 fonti ufficiose vaticane ribadivano l’antitesi fondamentale tra cattolicesimo e socialismo, anche nel caso che il partito socialista si svincolasse da quello comunista e, per “impossibilità oggettiva” di formare un ministero su altre basi, fosse necessaria una collaborazione di governo tra cattolici e socialisti; tuttavia si chiariva altresì l’impossibilità teorica di formare un “partito cattolico nazionalista”, vera e propria contraddizione in termini, e che «di fronte all’ostinato tentativo di dividere i cattolici, il dovere di questi ultimi è più che mai categorico: unità» [46]. Nella quaresima del 1956 la lettera pastorale dell’arcivescovo Montini puntualizzava l’«incombente minaccia del comunismo ateo», un fenomeno non passeggero e postbellico, come si sarebbe potuto aspettare, ma persistente e attivo pur in una fase di ricostruzione e di «recuperata prosperità»:
«Fa pena – continuava l’arcivescovo – vedere come persone intelligenti e colte se ne lascino affascinare, come giovani generosi se ne lascino trasportare! Il fenomeno persiste nella sua stessa illogicità […] e trova disgraziatamente nella ancora malsolida formazione culturale e civica del nostro Paese, nel suo temperamento individualista e ribelle, nel suo atavico istinto di opporsi alla comune legalità, nel troppo facile ossequio della nostra mentalità alle formule straniere, nello stesso irresponsabile e sottile puritanesimo di alcuni onesti, sempre pronti a riconoscere il bene negli avversari e il torto negli amici, una certa complice condizione di presa di sviluppo». Proprio la gravità del male spingeva«chiunque abbia in cuore amore cristiano» a nutrire in cuore un«affannoso desiderio» di richiamare chi aderiva alla minaccia «antireligiosa e antiumana» del comunismo ateo.«Si comprende come questa certezza e questa sofferenza della carità abbia dato tra noi desiderio di dialogo. Parve condiviso. Ed è atroce osservare come a tal punto sia grave il male, da essere diventato insidia e menzogna. Il linguaggio non ha più termini umani comuni; ogni compromesso nasconde nel comunismo ateo un segreto proposito di disarmare chi tratta con lui e di soggiogarlo. […] Ma sappiano gli incauti e gli infedeli che si schierano nelle file dell’avversario, che Qualcuno ancora li ama. Fortemente perdutamente, divinamente. E chi continua nel mondo la missione dell’Uomo-Dio crocifisso li pensa, li segue, li ama, li aspetta nel cuore di Lui» [47].
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Torniamo ora all’Azione Cattolica nel 1952. Non era una novità la contrarietà degli universitari e dei laureati all’operato dei Comitati Civici [48]. Nuova era invece l’opposizione della GIAC e di Carretto in particolare, fin allora un fedelissimo di Gedda. Nel periodo successivo alle elezioni del 1948 Carretto si era distinto per aver auspicato, allo scopo di risolvere i problemi economici del Paese, una politica imbevuta dal “fervore dell’azione” e da più “fede”: «Non è il bilancio che il cristiano deve guardare, è la vita» [49]. La militanza giovanile era chiamata al sacrificio per la rigenerazione di un mondo bisognoso di affidarsi alla regalità di Cristo e quindi alla supremazia della Chiesa. Non mancava in Carretto un prevalere degli slanci emotivi sul rigore intellettuale e una contraddizione [50] fra condanna dell’edonismo in nome di una sorta di “pauperismo evangelico” e auspicio del benessere economico per tutti. Un cambiamento in lui iniziò ad operarsi anche tramite don Arturo Paoli, il vice assistente centrale della GIAC, e alcuni dirigenti, più attenti alle novità teologiche provenienti dalla Francia. Nei primi anni Cinquanta, di fronte oltretutto alla delusione per il mancato “grande ritorno” di tanti comunisti nella Chiesa, iniziarono le frizioni di Carretto con Gedda, sia per il presunto primato che quest’ultimo attribuiva all’organizzazione a discapito dei contenuti, sia per il proseguire dell’attività dei Comitati Civici e l’intrecciarsi di rapporti con ambienti di destra. Carretto e la dirigenza della GIAC iniziarono ad affermare la necessità di un'”autocritica” nel settore della formazione, «dove il primato dello spirituale è sacrificato a idoli che di volta in volta si chiamano organizzazione, politica, assistenza, sport, filantropia» [51], e a ribadire l’importanza della democrazia e le condanne degli errori del fascismo, rifiutando qualsiasi “clericofascismo” o alleanza con i “reazionari” e il MSI [52]. A questo punto però cadevano in un’altra contraddizione [53]. Per contrastare la linea attribuita a Gedda e ai Comitati Civici, Carretto e i suoi amici opponevano la distinzione fra azione cattolica e azione politica; tuttavia, i timori per la sopravvivenza del “sistema democratico” richiedevano, secondo loro, ugualmente l’impegno dell’Azione Cattolica a sostegno di uno schieramento politico, con la sola differenza che lo schieramento politico da essi preferito non coincideva con quello sbilanciato verso destra, per il quale invece si riteneva lavorassero i Comitati Civici e Gedda. Questa contraddizione può valere riduttivamente come dimostrazione del fatto che nell’AC stavano prendendo piede le tendenze “di sinistra”, cosa che infatti viene citata ancora oggi dagli amici e collaboratori di Gedda come causa della frattura all’interno dell’associazione [54]. Aggiungerei però che anche l’enfasi del periodo geddiano sul “mondo da cambiare” può aver paradossalmente giovato ad uno slittamento verso posizioni “di sinistra”, laddove le vecchie istituzioni e strutture non erano più avvertite come capaci di realizzare il “mondo nuovo”. Non a caso, don Paoli, che in futuro si sarebbe identificato con la cosiddetta “teologia della liberazione”, affermò già nel 1951: «Il cristianesimo di difende quasi esclusivamente su trincee sociali e politiche» [55].
La crisi si aggravò dopo le dimissioni di Carretto, nell’autunno 1952, e l’arrivo alla presidenza della GIAC di Mario Vittorio Rossi, indicato da don Paoli. Rossi inizialmente affermò che l’associazione doveva essere apolitica, “né anticomunista né antifascista” [56], ma ben presto chiarì la propria impostazione: non più una “conquista” del mondo da parte della “civiltà cristiana”, nemmeno nella versione maritainiana che distingueva il religioso dal politico. Rossi era riconducibile a quelle correnti, nate nella nouvelle théologie , che insistevano sull’azione di Dio nella storia, di cui il cristiano era “il lievito”. I cristiani non dovevano dunque costruire un “mondo nuovo”, ma piuttosto “leggere” spiritualmente gli avvenimenti. La comunità cristiana era dunque “incarnata” nella storia e tale vocazione non poteva essere cristallizzata in formule o dottrine, nemmeno in una dottrina sociale specificatamente cattolica. Il cristianesimo comportava una vocazione sociale che si traduceva non in programmi o sistemi ma in un porsi in attenzione verso l’agire degli uomini per coglierne le aspirazioni più vere, a partire da quelle degli “ultimi”. La secolarizzazione stessa, dunque, poteva in sé e per sé non essere esclusivamente un male, in quanto avrebbe liberato l’uomo da ciò che nel cristianesimo non era essenziale. L’accentuazione dell'”autonomia delle realtà terrene” riconosceva ad esse finalità e leggi immanenti e portò dunque Rossi a propugnare una riorganizzazione della GIAC sulla base delle “specializzazioni” ambientali (studenti, rurali, lavoratori), non come espediente per portare l’apostolato nelle professioni, ma come metodo educativo necessario per sviluppare la personalità del giovane, aiutandolo a scoprire i talenti personali e con ciò i “valori” che poteva portare nel mondo, realizzando la propria vocazione personale. A tutto ciò egli aggiungeva un modello di vita religiosa più connesso allo studio della teologia. Rossi criticava l’apostolato inteso come «opporre struttura a struttura» [57], insistendo sull’inserire “il lievito” nella “pasta”.
Gli orientamenti di Rossi si scontravano con le propensioni verso destra di Gedda e dei Comitati Civici, col pretesto che questi comportavano una politicizzazione dell’AC ma di fatto perché l’asserita preferenza per gli “umili” e i lavoratori finiva col significare un’opzione “a sinistra”, visibile anche nell’intenzione di commemorare la Resistenza echeggiando le note tesi sul suo “tradimento” nel presente [58]. La scelta di Rossi di privilegiare le “specializzazioni” a scapito della tradizionale suddivisione per età (aspiranti, juniores, seniores) andava a cozzare non solo con le tradizioni della GIAC, ma anche con l’istituzione geddiana della “base missionaria”, un organismo centralizzato su base parrocchiale che avrebbe dovuto dirigere le attività di apostolato [59]. Le tensioni culminarono nell’allontanamento di don Paoli (gennaio 1954) e infine nelle dimissioni di Rossi (aprile) – accompagnate da quelle di molti dirigenti -, il quale inviò una vibrante lettera ai vescovi italiani in cui giustificava il suo operato [60]. Poiché la stampa diede risalto alla vicenda, generalmente letta in termini di contrapposizione politica destra-sinistra [61], “L’Osservatore Romano” pubblicò un comunicato in cui si parlava di “deviazioni dottrinali” in seno all’AC, espressione che diede adito ad altro sconcerto. Conclusasi l’assemblea generale dell’AC [62] tenuta pochi giorni dopo, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Francesco Mameli commentò così l’intera vicenda: in una lettera all’assemblea il Papa aveva ribadito il carattere di apostolato dell’AC e la sua non politicità; l’apostolato si interessava anche ai problemi della vita sociale coeva, ma il bene temporale è un mezzo per raggiungere il bene spirituale. Si condannavano, perciò, «quegli indirizzi che, con l’adozione di frasari e di obiettivi comuni oggi alla più parte dei partiti politici, possono creare confusione negli animi dei fedeli, su quelli che sono i veri fini e i limiti che si impone la Chiesa in materia temporale», in analogia con quanto stava accadendo in Francia a proposito dei “preti operai”. L’ambasciatore concludeva quindi che «le riforme sociali sono desiderate e incoraggiate dalla Chiesa, ma non altrettanto le “rivoluzioni sociali”; in altre parole le direttive che discendono dalla Cattedra di San Pietro devono precedere e non seguire il pensiero e le azioni dei militanti cristiani!», ed in ciò, a suo giudizio, consisteva il significato del comunicato dell'”Osservatore Romano” a proposito delle “deviazioni dottrinali” di Rossi [63].
Al congresso mondiale per l’apostolato dei laici tenuto nell’ottobre 1957 giunse un messaggio di Pio XII, che chiariva – sembra su suggerimento di monsignor Léon-Joseph Suenens [64] – un punto cruciale: per Azione Cattolica non andava inteso un determinato tipo di organizzazione, ma l’insieme dei movimenti di apostolato laico, sicché ciascuno poteva mantenere la propria autonomia, pur essendo accomunato agli altri nelle finalità [65]. Il chiarimento da un lato andava incontro alla realtà dei movimenti “specializzati” di azione cattolica propri di Paesi come la Francia, dall’altro alle esigenze di realtà come la Legio Mariae, i Focolari di Chiara Lubich e gli scout, questi ultimi pressati da Gedda perché si facessero inquadrare nell’AC. Il carattere di Gedda, peraltro, era molto energico e direttivo, un po’ autoritario, sia pure in buona fede, e fu forse una causa non secondaria dei suoi contrasti con i dirigenti summenzionati: osserva Fiorenzo Angelini, allora assistente ecclesiastico centrale degli Uomini di AC, che, se errore vi fu da parte di Gedda, fu nel considerare il disaccordo di quei dirigenti col presidente nazionale come «una deviazione venata di eterodossia e di disobbedienza al magistero della Chiesa» [66].
* * *
L’Azione Cattolica di allora partiva dalle virtù umane per arrivare a quelle cristiane, ma non era la sola a reputarlo necessario. Nel 1953 lo scrittore inglese Clive Staples Lewis, interrogato da don Calabria su quale fosse la sua opinione riguardo al mondo contemporaneo, rispose che la maggior parte dell’Europa consumava l’apostasia dalla fede cristiana e perciò tornava a uno stato peggiore di quello in cui era prima di ricevere la fede; dunque la maggior parte degli uomini contemporanei aveva perso non solo il lume soprannaturale ma anche la legge naturale dei pagani. Era dunque necessario, secondo Lewis, richiamare molti alla legge naturale, prima di parlare di Dio: in altre parole, occorreva vincere il relativismo morale prima di affrontare l’ateismo [67].
Il metodo dell’AC aveva però limiti evidenti. Si esaltava ad esempio l’attività sportiva sia per fini educativi sia per attrarre nuovi elementi. A Milano la GS di AC sosteneva che «per poter parlare di Cristo a molti studenti scettici e lontani, occorre prima attrarli con lo sport e il divertimento e poi dissodare l’anima con la cultura e l’attività sociale» [68]. Questa insistenza sullo sport, in particolare sul calcio, si rifletteva anche nella realtà di molti oratori milanesi, che dunque non furono, come qualcuno ha supposto, un’integrazione della proposta di Azione Cattolica allora prevalente [69]. Non a caso, l’arcivescovo Schuster, nel suo discorso per la festa di sant’Ambrogio del 1950, avvertendo della urgenza di colmare la voragine tra Chiesa e mondo moderno ricristianizzando le masse, commentava:
«Non pochi giovani dal cuore infiammato di zelo hanno creduto di dover fare concorrenza al diavolo sulla stessa pista. Ed eccoli nelle parrocchie per attribuire il primato delle attività assistenziali e ricreative, per erigere delle colonie alpine, delle cooperative, per aprire dei cinema, per ampliare dei campi sportivi ecc.. Le intenzioni saranno certamente buone, ma il risultato finora è stato scarso; né fa meraviglia giacché il frutto della vita cristiana matura solamente sull’albero soprannaturale di Cristo. Ben diversa era la tecnica dell’Azione Cattolica – chiamiamola così – nei primi secoli della Chiesa, quando alle reclute della Fede si offriva lo spettacolo dei loro fratelli esposti per Cristo alle fiere nel circo, e le gare nello stadio erano quelle che vi sostenne a mo’ di esempio sant’Agata […]. Non dice il divin Padre: ordina ai tuoi discepoli di allargare i campi sportivi, di istruire compagnie calcistiche, o simili, ma dichiara semplicemente: tu prega , e questo ordine passa evidentemente alla Chiesa, ed io ti darò dei popoli in retaggio» [70].
Nel 1953 avrebbe insistito:
«Oggi c’è un pericolo. L’indole sportiva dei nostri ragazzi tende facilmente a trasformare l’ Oratorio, Scuola della Dottrina Cristiana , in un Ricreatorio Cattolico a spese della Parrocchia. Non si nega che anche l’Oratorio abbia il suo campo di ricreazione, con sufficienti aule, portici, docce ecc.; ma si pone in guardia il Clero di non trasformare un’istituzione eminentemente sacra e pastorale, qual è l’insegnamento catechistico, in una qualsiasi palestra laica di calciatori. […] Il criterio della concorrenza da farsi a quelli dell’opposta sponda è pericoloso a cagione dei debiti cui facilmente induce. Più discutibile poi è l’altro, di voler attrarre le anime giovanili col giuoco, mentre è la grazia del Divin Paraclito quella che deve condurre le anime a Cristo, e non lo sport. Codesto nuovo metodo è infetto di pelagianesimo, perché capovolge l’ordine soprannaturale col sostituirgli o preporgli quello naturale» [71]. « […] Ecco, se tutte queste migliaia di soci di Azione Cattolica, nei giorni festivi si trasformassero in apostoli del Catechismo, quale fonte di santificazione non sarebbero per la nostra capitale lombarda! Invece… A San Siro è pieno, ma in chiesa, pochi, ben pochi» [72].
Un giudizio negativo non solo sull'”eresia dell’azione e dell’organizzazione” di Gedda ma anche sullo sport come “talismano” delle parrocchie venne nel 1955 da un francescano considerato innovatore, padre Nazzareno Fabbretti, collaboratore della rivista “Adesso” diretta da don Primo Mazzolari. L’articolo di Fabbretti, sotto pseudonimo, venne intitolato L’uomo nuovo non nasce giocando a pallone [73].
A partire dal 1954 un sacerdote lombardo, don Luigi Giussani, avendo notato l’inadeguatezza del metodo e della proposta di AC – troppo “moralistica” e insistente sull’efficientismo individuale – e in particolare della specializzazione di Gioventù Studentesca, ne delineò una revisione, partendo innanzitutto dall’incontro personale con Cristo vivente nella comunità cristiana e criterio esplicativo del reale. Muoveva dunque i primi passi quel movimento che sarebbe sfociato circa vent’anni dopo in Comunione e Liberazione, separandosi del tutto da un’AC ormai anch’essa lontana dal modello geddiano ma per altri motivi. Negli stessi anni Cinquanta in Spagna un’altra nuova realtà, l’Opus Dei, si differenziava dal coevo cattolicesimo organizzato per il puntare ad un apostolato d’ambiente privo di tessere, di programmi e di esteriorità uniforme: proprio per questo subiva i duri attacchi delle organizzazioni cattoliche tradizionali e schierate politicamente. Né miglior accoglienza avrebbe incontrato in Italia. Risulta dunque curioso il fatto che alcuni oppositori cattolici di spicco del modello geddiano di AC siano poi stati accaniti avversari anche di queste due nuove realtà – CL e l’Opus Dei – assai diverse da esso e tra loro [74].
NOTE:
[1] Cfr. Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (d’ora in poi ASDMAE), Direzione Generale degli Affari Politici 1950-1957, Ufficio VII, pacco 1650, fascicolo 1954 Relazione annuale (contiene anche quella sul 1953).
[2] Cfr, un’edizione recente del discorso in PIO XII, Radiomessaggio natalizio “Benignitas et humanitas” diretto ai popoli del mondo intero il 24 dicembre 1944, Cristianità, Piacenza 1991, p. 20.
[3] Cfr. anche A. RICCARDI, Pio XII e Alcide De Gasperi. Una storia segreta, Laterza, Roma-Bari 2003, in particolare le pp. 17-21.
[4] Cfr. R. SANI, Mobilitazione e rinnovamento: la proposta religiosa di padre Lombardi, in IDEM, “La Civiltà Cattolica” e la politica italiana nel secondo dopoguerra (1945-1958), Vita e Pensiero, Milano 2004, pp. 169-204. Padre Lombardi, contrariamente a quanto si legge ivi, p. 11, non era “proveniente da una famiglia dell’alta borghesia napoletana”, bensì nato a Napoli da famiglia piemontese.
[5] Dal 1865 al 1953 la villa era stata sede del Nobile Collegio di Mondragone, tenuto dai gesuiti, dove studiavano i figli della nobiltà e dell’alta borghesia, destinati ad essere la classe dirigente. Quando ne fu annunciata la chiusura, senza specificare la futura destinazione della villa, si addussero come giustificazione «esigenze presenti che richiamano ad altri campi di lavoro ritenuti più urgenti», ma il giornalista Silvio Negro commentò: «Oggi i gesuiti sanno che la società si è spostata, che i suoi dirigenti vengono dai più diversi ceti, e ne prendono atto. […] “Ma chi si dedicherà ora all’importante funzione sociale di dirozzare gli arricchiti che qui imparavano a vivere come signori?” chiese un laicista di nome nazionale, che ci aveva accompagnati nella visita perché era stato allievo di Mondragone. “Ci sono altri collegi – replicò il gesuita col quale parlavamo – comunque questo che lei dice non è compito della Compagnia” […]»: cfr. S. NEGRO, Un collegio chiude i battenti, in IDEM, Roma, non basta una vita, Neri Pozza, Vicenza 1997 (I ed. 1962), pp. 272-275.
[6] R. LOMBARDI, Squilli di mobilitazione, Edizioni “La Civiltà Cattolica”, Roma 1948, p. 18.
[7] Cit. in R. SANI, Gli intellettuali italiani e Giovanni XXIII, in IDEM, “La Civiltà Cattolica” e la politica italiana nel secondo dopoguerra (1945-1958), cit., pp. 245-274 (p. 247).
[8] Cfr. G. VEDOVATO, La Chiesa, il totalitarismo, la democrazia tra storia e presente, in “Rivista di studi politici internazionali”, LXXII, 4 (ottobre-dicembre 2005), pp. 631-658.
[9] Cfr. D. E. VIGANÒ (a cura di), Pio XII e il cinema, Ente dello Spettacolo, Roma 2005.
[10] Cfr. ASDMAE, Direz. Gen. Affari Politici 1950-1957, Ufficio VII, p. 1650, fasc. Rapporto annuale “Relazione sull’attività della S. Sede nel 1957”, contenente anche quella del 1956.
[11] Cfr. P. GENTILE, Democrazia e Azione Cattolica, in “La Stampa”, 14-2-1952.
[12] «La storia ci dimostra il fallimento finale di tutte le rivoluzioni, perché ogni Stato nuovo ha seguitato, come gli antichi, a togliere vite, averi e libertà. Non c’è ormai che un solo esperimento da tentare: la rivoluzione spirituale dell’Evangelo, la metanoia, il capovolgimento interiore che farà d’ogni suddito un cittadino del Regno dei Cieli, d’ogni cittadino un fratello nella universal confraternita dell’amore. Non c’è che una sola via per diventare liberi: farsi cristiani»: G. PAPINI, Lettere agli uomini del Papa Celestino VI, Vallecchi, Firenze 1946, p. 136.
[13] Cfr. appunto di Mario Vittorio Rossi in F. PIVA, “La Gioventù Cattolica in cammino…”. Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), Franco Angeli, Milano 2003, p. 374.
[14] Cfr. B. GRIECO, Un partito non stalinista. Pci 1936: “Appello ai fratelli in camicia nera”, Marsilio, Venezia 2004.
[15] Cfr. D. MUZZI, Confessioni di un comunista bolognese, A.B.E.S., Bologna 1953, disponibile anche nel sito www.mascellaro.it.
[16] Cfr. S. BERTELLI, Il PCI e il suo passato, in S. FONTANA (a cura di), Il comunismo nella storia del Novecento. Il caso sovietico e quello italiano, Marsilio – Fondazione Luigi Micheletti, Venezia 2005, pp. 133-209 (pp. 142-143).
[17] Cfr. U. BADUEL, L’elmetto inglese, Sellerio, Palermo 1992 e G. CHIARANTE, Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta, Carocci, Roma 2006.
[18] Cfr. due esempi in A. RICCARDI, Roma “città sacra”? Dalla Conciliazione all’operazione Sturzo, Vita e Pensiero, Milano 1979, pp. 278-279 (il quartiere romano Delle Vittorie) e A. D’ANGELO, Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra, Studium, Roma 2005, p. 27 (Avellino).
[19] Cfr. A. M. ORTESE, Alla luce del Sud. Lettere a Pasquale Prunas, Archinto, Milano 2006, pp. 92-93.
[20] F. A. MORLION, Le notizie “portatrici di idee”, in “Studium”, XLI, 1-2(gennaio-febbraio 1945), p. 28.
[21] Cfr. L. PIGNATARO, L’Ungheria dal 1945 al 1956, in “Nova Historica”, V, 18(2006)
[22] Citazioni riportate in F. PIVA, “La Gioventù Cattolica in cammino…”. Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), cit., pp. 125 e 373.
[23] Cfr. il parere del vescovo di Agrigento, mons. Giovanni Battista Peruzzo, cit. in A. D’ANGELO, De Gasperi, le destre e l’”operazione Sturzo”, Studium, Roma 2002, pp. 21-22.
[24] Cfr. alcuni esempi raccolti dal polemista padre T. TOSCHI, La maschera e il volto. Verità su l’opera antireligiosa del P.C.I., A.B.E.S., Bologna 1953.
[25] Cfr. telespresso n. 1061/484 dell’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Francesco G. Mameli, datato 28-5-1953, in ASDMAE, Direz. Gen. Affari Politici 1950-1957, Ufficio VII, p. 1650, fasc. Vaticano e Partiti Politici in Italia ed all’estero.
[26] Cfr. l’autobiografia A. GAGGERO, Vestìo da omo, Giunti, Firenze 1991.
[27] Cfr. su questi due personaggi anche ASDMAE, Direz. Gen. Affari Politici 1950-1957, Ufficio VII, p. 1673, fasc. Attività politica del Clero italiano e straniero. Va detto che Tondi diversi anni più tardi sarebbe tornato alla fede cattolica e allo stato sacerdotale: cfr. A. GALLI, Il gesuita in rosso, in “Avvenire”, 24-9-2004.
[28] Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, seduta del 3 dicembre 1955, pp. 22488-22489.
[29] Cfr. E. PREZIOSI, Piccola storia di una grande associazione. L’Azione Cattolica in Italia, AVE, Roma 2002, pp. 130 e 144-146 e F. PIVA, “La Gioventù Cattolica in cammino…”. Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), cit., pp. 65-74.
[30] Cfr. F. ANGELINI, La mia strada, Rizzoli, Milano 2004, pp. 114-125.
[31] Cfr. anche Luigi Gedda Operaio di Cristo, Editrice Orizzonte Medico, Roma 2003.
[32] L. GEDDA, Immagine di Mary, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, p. 62.
[33] Cfr. G. REDIGOLO, Gino Pistoni. Il partigiano disarmato, Ancora, Milano 2000, p. 77. I commenti del biografo sulla figura di Gino Pistoni sono peraltro sovente discutibili e anacronistici.
[34] Cfr. R. GOLDIE, Da una finestra romana. Cinque decenni: il mondo, la Chiesa e il laicato cattolico, AVE, Roma 2000, p. 24 e p. 145, nota 13.
[35] L. GEDDA, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998, p. 119.
[36] Cfr. una dichiarazione di don Arturo Paoli, ex vice assistente centrale della GIAC, in F. PIVA, “La Gioventù Cattolica in cammino…”. Memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), cit., pp. 104-105.
[37] Cfr. una riproposizione “letteraria” nel romanzo poliziesco di uno scrittore oggi di moda, C. LUCARELLI, Via delle Oche, Sellerio, Palermo 1996.
[38] Giuseppe Parlato ha chiarito che personalità ecclesiastiche, pur avendo protetto esponenti del cessato regime fascista dalle vendette e dall’epurazione, non ebbero alcun ruolo nella nascita del MSI nel 1946, ma si rivolsero ad esso in occasione delle elezioni del 1952: cfr. G. PARLATO, Fascisti senz