La chiesa la costruiscono i poveri

Dal mondo

LA PECCATRICE E LA “MADUNINA”

Uno studio analizza per la prima volta i registri del ’400 con le offerte per la costruzione del Duomo: la maggior parte dei lasciti venne dalla povera gente…

di Roberto Beretta

È confermato: la chiesa la costruiscono i poveri. In epoca di ricorrenti polemiche sulle ricchezze del Vaticano & sui finanziamenti del clero, ecco una storia salutare per tutte le parti in causa: avete presente l’evangelico «obolo della vedova»? Ebbene, anche il maestoso Duomo di Milano – la gotica cattedrale dalla cui eterna «fabbrica» i locali hanno estratto un’espressione proverbiale che significa «impresa enorme e mai finita» –, anche il piedestallo gugliato della Madonnina è stato edificato lungo i secoli non tanto grazie alle offerte dei borghesi, degli «industriali» ante litteram, dei meneghini self-made-man (altrimenti detti cumenda) coi denari sempre alla pronta – «S’el custa?, Quanto costa?» –; bensì con gli spiccioli della povera gente e qualunque. Lo dimostra – scontrini alla mano – la ricercatrice Martina Saltamacchia nello studio Milano, un popolo e il suo duomo, approdato in un bel libro illustrato per Marietti 1820 (pp. 168, euro 56): i finanziamenti per la ciclopica impresa, che tenne impegnata la cristianità del capoluogo lombardo dal 1386 praticamente ai nostri giorni, sono venuti dal micro-credito, dalle offerte piccole e piccolissime, dai sacrifici dei fedeli più umili, e non certo dalla grande finanza di cui Milano si è sempre fatta bandiera. Nel 1400, infatti, la metà del valore delle donazioni raccolte pro Duomo erano costituite da monete di bassissimo conio. La fonte del dato sono i «Registri delle Offerte», in particolare un quattrocentesco «Registro delle oblazioni» dove zelanti tesorieri – gli «ebdomadali » – annotavano tutte le entrate a favore dell’erigenda cattedrale, non solo con la cifra elargita ma spesso anche con la motivazione del dono. Si potevano offrire soldi ovviamente, come pure cera, drappi, vini e oggetti vari.
Nel 1395, ad esempio, la moglie di Gian Galeazzo Visconti dona tre anelli così preziosi che non si riesce a trovare l’acquirente; e si decide alla fine di incastonarli in un altare. Però i libroni conservano anche la storia di Caterina da Abbiate Guazzone, una vecchietta che – non contenta di trasportare dietro misero compenso sassi e mattoni per la fabbrica – lascia in dono alla chiesa la sua unica pelliccetta; che per fortuna un benefattore riconosce, ricompra e restituisce. Le vicende esemplari non sono poche. C’è Marta de Codevachi, una maîtresse divenuta ricchissima che nel 1394 fa testamento a favore della cattedrale, purché si prenda cura della bambina da lei adottata. C’è il capitano Alessio della Tarchetta, di origine albanese: nel 1480 paga gli ornamenti marmorei di un altare. C’è il mercante Marco Carelli, che lascia averi così ingenti da superare quanto si riusciva a raccogliere in un anno per il Duomo. In qualche caso – all’opposto – sono gli stessi fabbricieri ad andare in soccorso di benefattori caduti in miseria; come quando restituiscono al marito i 48 bottoni d’argento offerti da una donna poco sana di mente.
Ammirevole anche l’organizzazione di raccolta dei fondi, che dimostra già in epoca signorile le capacità di marketing mediolanensi. Anzitutto, a fianco dell’altare della vecchia cattedrale sedevano in permanenza (notte compresa) almeno tre addetti alle elemosine, che si controllavano a vicenda. Poi c’erano le cassette delle offerte piazzate nei posti di massimo transito, alle porte, agli incroci, in tutte le chiese, alcune anche fuori città. Quindi si usavano le questue, effettuate da apposite squadre di chierici (e solo da loro!) che battevano di casa in casa il contado, raccogliendo anche generi in natura – poi rivenduti in aste pubbliche; e gli esattori venivano a volte ricompensati a percentuale, per incentivarne il lavoro. Altre entrate erano assicurate da indulgenze, tasse sui mestieri, collette di materiali da costruzione, raccolte di vino (poi distribuito alle maestranze del Duomo come apprezzata integrazione di salario), lasciti e incanti… Insomma, davvero una gran Fabbrica; anzi, una «gran macchina »: come apparve a Renzo Tramaglino quando scese a Milano. E chissà che qualche spicciolo non l’abbia gettato anche lui, nelle cassette per la costruzione del Duomo.

Avvenire 28/12/07