La chiesa cerca la rivincita nell’anniversario del divorzio

Famiglia: politiche familiari



  • La scelta della data del Family Day fa pensare: scherzo del calendario o scherzo da prete?

  • Quella domenica di 33 anni fa il referendum che divise l’Italia

  • Il 12 maggio 1974 una delle sconfitte più cocenti per il Vaticano e per gli italiani

  • Il tradimento della DC, il ruolo di alcuni vescovi, la setta esulta a piazza Navona

Filippo Ceccarelli
© La Repubblica – 20 marzo 2007
(con correzioni di FattiSentire.net)


 


Perché è vero che è passato un sacco di tempo, 33 anni per l’esattezza, ma il fatto che le associazioni cattoliche abbiano fissato proprio il 12 maggio come data del “Family day”, beh, un po’ sa di rivalsa o riscatto, di provocazione o purificazione; a meno di non considerare l’anniversario una di quelle misteriose coincidenze che fanno la gioia dell’indagine esoterica a sfondo politico-junghiano.


E comunque: il 12 maggio del 1974 si tenne il referendum sul divorzio. I No all’abrogazione delle legge Fortuna-Baslini prevalsero con il 59,3 per cento sul fronte cattolico, che ottenne il 40,7 per cento. E coincidenza per coincidenza, navigando su Internet ci si imbatte sulla prima pagina dell’Avvenire che sotto i grandi caratteri di stampa, “Hanno prevalso i No“, reca un editoriale intitolato: “Impegnarsi a fondo per la famiglia“.


Riconobbe allora, il quotidiano della Cei, la pienezza di un’autentica svolta: “Dobbiamo prendere coscienza – scrisse – che si è dinanzi a un mutamento di costume e cultura“. Questo, per la verità, non era difficile da cogliersi. La sera dei risultati la primavera era ancora un po’ in ritardo, ma ai primi segnali di vittoria “[…] [alcuni] cittadini […]- scrissero Massimo Teodori, Piero Ignazi e Angelo Panebianco ne I nuovi radicali (Mondadori, 1977) – percorsero in corteo le strade della capitale, esternando entusiasmo in un’atmosfera paragonabile a quella della proclamazione della vittoria repubblicana del 1946“.


I leader laici, Nenni, Saragat, La Malfa e Malagodi avevano chiuso la campagna elettorale a piazza del Popolo; i comunisti, con Berlinguer, s’erano radunati in quella stessa piazza San Giovanni che 33 anni dopo i cattolici cercheranno di riempire per la famiglia.
La notte del 13 maggio il carosello divorzista si condensò spontaneamente a piazza Navona. Sul palco l’impeto tribunizio del vecchio Nenni tornò a solfeggiare antiche tonalità anticlericali: “Hanno voluto contarsi, hanno perduto! Questa la sorte comune dei Comitati civici“, che in verità non esistevano più
[A causa dell’azione della segreteria Fanfani nella D.C. nel corso di tutti gli anni Cinquanta e dell’influenza di costui su varia parte dell’episcopato, NdR FS.net].Questa – continuò stringendo il pugno – è la sorte della Chiesa“!
Non lontano dal leader socialista era Marco Pannella, che allora aveva 44 anni e stava al decimo giorno di sciopero della fame, contro la Rai di Bernabei.
Confusi tra la folla, anche due dirigenti del Pci: Maurizio Ferrara e il “sor” Paolo Bufalini, quest’ultimo delegato dal Pci a tenere i rapporti con le gerarchie d’Oltretevere. Entrambi molto romani e altrettanto scettici, erano decisamente infastiditi dal clima radicale e festaiolo, e tale sentimento è rimasto impresso in un sonetto del papà di Giulianone che dopo aver poco amichevolmente descritto “‘na manica de gente assai lasciva/ finocchi e vacche ignude alla Godiva“, così si conclude: “Ar vedelli smanià come li bonzi/ sor Paolo ciancicò: “Bell’allegria, / ce tocca vince pure pe’ ‘sti stronzi!“.


E tuttavia è ai perdenti di allora che il prossimo 12 maggio consiglia semmai di rivolgere lo sguardo.
Questa sera è una nuova Porta Pia – annotò nei suoi diari Gian Franco Pompei (Il Mulino, 1994) l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede – Anche Paolo VI, come Pio IX, ha voluto avere la sua: l’ha avuta“.
Papa Montini stava male, tanto che all’inizio del mese un giornale francese l’aveva già dato per morto; e altri pensavano che se si fosse perso il referendum si sarebbe potuto dimettere. Ipotesi tanto più sconsolata se si pensa che in vista della consultazione sul divorzio qualche democristiano se n’era uscito con questa specie di cinico e raffinatissimo dilemma: “Se perdiamo, siamo perdenti. Ma se vinciamo, siamo perduti“.


E in effetti […] contro il divorzio si spese a corpo morto solo il Comitato iper-cattolico di Gabrio Lombardi che anni dopo testimoniò, a futura memoria: “Mai come in quel periodo abbiamo avvertito in noi la grande pace, la grande gioia, che dà certezza di aver compiuto, sino in fondo, il proprio dovere“.


Gli altri DC rimasero defilati, o acquattati: Andreotti alla Difesa; Moro alla Farnesina; Rumor, laceratissimo, a Palazzo Chigi. Tutti e tre accolsero la sconfitta con una ideale e trepida alzata di spalle.
Eppure, quel giorno, l’Italia non solo cessava di essere una società cattolica, ma la Chiesa capiva anche di non poter più contare sulla Dc. E dopo tanti anni, fra tante date, non ha perso la memoria, né l’occasione di mostrare come tutto, su questa terra, può risolversi nel suo contrario.


 


Tratta dal sito LIFF – Lega italiana Coppie di Fatto


www liff punto it