La battaglia di Vienna per difendere la fede

Dal mondo

LA VITTORIA
NEL NOME DI MARIA


Poitiers non fu una battaglia offensiva, come non lo furono Lepanto e Vienna. Le crociate non furono bandite per conquistare la Mecca, per piantare la Croce sulla Kaaba, ma per difendere i luoghi santi e le terre cristiane di fronte a un Islam che continuava la sua espansione imponendosi con la forza…
La storia insegna.


 

Forse pochi riflettono sul fatto che la minaccia islamica fu più viva e pressante per la Cristianità nell’Età moderna che nei secoli del Medioevo.
Le Crociate “classiche” alla lunga fallirono solo in parte il loro obbiettivo, nel senso che, sebbene da un lato la Cristianità perse definitivamente le conquiste d’oltremare, dall’altro ottenne la Custodia della Terra Santa e in concreto la fine della minaccia saracena.
L’Islam però tornò a gravare come un incubo ben più devastante nei secoli modemi, in seguito all’avanzata dei turchi ottomani, i quali, dopo secoli di tentativi, nel 1453 conquistarono l’Impero Romano d’Oriente e di seguito gran parte dei Balcani, arrecando ovunque morte, strage eschiavitù.
Ancora nel 1529 assediarono Vienna, quindi nei decenni successivi assalirono Malta (difesa dall’eroica resistenza opposta loro dai Cavalieri di Malta prima e dagli spagnoli poi), conquistarono Cipro (ove va ricordata l’eroicissima quanto tragica resistenza di Marcantonio Bragadin) e, infine, subirono la devastante sconfitta di Lepanto, il piu grande trionfo deilla Cristianità.
Ma ancora nel XVII secolo i turchi continuarono nei loro assalti. Due furono le potenze cristiane cui toccò il compito di fermarli: il Sacro Romano Impero e la Repubblica di Venezia.
Per quanto riguarda Venezia, dapprima tra il 1645 e il 1669 si svolse la Guerra di Candia (Creta), ove i veneziani, sotto la guida intrepida di Francesco Morosini, resistettero eroicamente per 25 anni all’assedio dei turchi, per poi capitolare; quindi si presero la rivincita nella Guerra di Morea (1685-1687), ove, sempre sotto la guida di Morosini, i veneziani riconquistarono il Peloponneso, che poi peró riperderanno nel 1717.
Per quanto riguarda l’Impero, bisogna ricordare che già nel 1664 l’esercito imperiale, al comando del grande generale italiano Raimondo Montecuccoli, fermò nella battaglia di San Gottardo l’avanzata dei turchi verso la Moravia e la Slesia. Cionondimeno, gran parte dell’Ungheria con i Balcani e la Transilvania rimanevano ancora in loro mano.
Il vero pericolo peró per tutta l’Europa venne a partire dall’anno 1683, quando uno sterminato esercito turco (300.000 uomini, più altri 200.000 di riserva) pose l’assedio addirittura a Vienna, capitale del Sacro Romano Impero. Le poche forze imperiali – appoggiate da milizie ungheresi guidate dal Duca Carlo V di Lorena (1643-1690) – tentarono invano di resistere. Immediatamente l’Imperatore Leopoldo I d’Asburgo (1658-1705) chiese aiuto a tutte le potenze cattoliche.
Il Beato Innocenzo XI come San Pio V a Lepanto
In primis, come naturale, si rivolse al Papa Innocenzo XI (1676-1689), al secolo Benedetto Odescalchi (1611-1689), beatificato da Papa Pio XII ne1 1956.
Il Pontefice, intuendo la portata del pericolo, non minore di quello dei giorni della battaglia di Lepanto, concepì, sull’esempio di quanto aveva fatto san Pio V, una vera e propria crociata per salvare Vienna e l’Europa dalla minaccia turca.
Egli spese tutte le sue energie (politiche, fisiche e soprattutto economiche) per tessere un’alleanza la più vasta possibile fra i sovrani cristiani.
La diplomazia pontificia in quegli anni concilió i contrasti europei, pacificó la Polonia con l’Austria, favori l’avvicinamento con il Brandeburgo protestante e con la Russia ortodossa, difese perfino gli interessi dei protestanti ungheresi contro l’episcopato locale, perché tutte le divisioni della Cristianità dovevano venir meno davanti alla difesa dell’Europa dall’Islam.
Alla fine, nonostante difficoltà enormi e insuccessi vari, Innocenzo arrivó comunque a creare un esercito crociato (giunse perfino a pagare personalmente un reparto di cosacchi dell’esercito della Polonia). Oltre ad inviare personalmente una grandissima cifra in denaro, il Papa riusci a coinvolgere molti Stati dell’Impero (non solo cattolici), fra cui la Baviera, la Lorena e il Palatinato, gli Stati italiani, il Re di Polonia Giovanni Sobieski, cui venne affidato il comando generale dell’Armata Cristiana, che non vide peró la presenza del Re di Francia Luigi XIV. Quest’ultimo, sulla scia del suo predecessore Francesco I, non solo non fece nulla per salvarel’Europa dall’Islam, ma addirittura, a causa della rivalità politica con gli Asburgo, aiutó in segreto i turchi!
Il Papa fu il vero cuore palpitante della riscossa cristiana. Vi fu con lui un altro umo, che non esitó ad andare personalmente sul campo di battaglia a guidare spiritualmente, e non solo, i crociati contro il nemico: stiamo parlando di un umile cappuccino, Padre Marco d’Aviano, taumaturgo e predicatore insuperato nel suo secolo, crociato indomito e salvatore della Cristianità, artefice del trionfo di Vienna.
Padre Marco d’Aviano a Vienna
Padre Marco era divenuto famoso in tutta Europa sia per le sue straordinarie capacità di predicatore, sia per la sua ineguagliata santità personale e, soprattutto, per le incredibili doti di santo taumaturgo.
Molti fra i piú grandi principi e politici di quei tempi lo avevano eletto come padre spirituale: vanno annoverati fra questi il già citato Carlo V di Lorena (capo dell’esercito imperiale contro i turchi, che fù guarito da una fastidiosissima ferita dal cappuccino) e sua moglie Eleonora, il duca di Neuburg Filippo Guglielmo e suo figlio Giovanni Guglielmo, l’Elettore di Baviera Massimiliano Emanuele e lo zio Massimiliano Filippo, la principessa di Vaudemont Anna Elisabetta, la delfina di Francia Maria Anna Cristina Vittoria, il Re di Spagna Carlo II e la sua seconda moglie Marianna di Neuburg, e in modo particolare il Re di Polonia Giovanni Sobieski, l’Imperatore Leopoldo I e vari esponenti della corte imperiale. Mete dei suoi viaggi annuali furono in questi anni la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera, la Boemia e l’ Austria.
Già a partire dal suo secondo viaggio a Vienna, nel 1682, il Beato veniva pienamente informato sugli sviluppi della situazione politica intemazionale (ed in particolare per quanto concerneva l’avanzata turca in Ungheria) sia dallo stesso Imperatore sia dal Conte Palatino Filippo Guglielmo di Neuburg: “Entrambi nutrivano singolare fiducia nel Servo di Dio, e consideravano la di lui presenza in mezzo ai soldati come il pegno più sicuro della vittoria“.
Leopoldo voleva attaccare subito e guidare personalmente l’esercito, a patto che il cappuccino fosse stato personalmente con lui fra i soldati: glielo chiese ripetutamente in varie lettere fra il novembre 1682 e il maggio 1683 (lo stesso valeva per il Conte Palatino, che anzi lo pregava di scuotere maggiormente l’Imperatore ).
P. Marco nelle sue risposte lo incoraggiava e lo consigliava per ogni questione sottopostagli, sempre spronandolo ad organizzare subitamente la crociata, e promettendogli di partire non appena avesse ottenuto il permesso da Roma, in quanto non bramava altro che essere lì a servire la Cristianità.
Novello Pietro l’Eremita, Padre Marco, in accordo con Papa Innocenzo, inizió anch’egli a predicare ovunque la crociata tramite le sue lettere a tutti i sovrani del tempo e, come detto, alla fine dell’estate del 1683 si portó direttamente sui campi di battaglia (come gli veniva incessantemente richiesto dall’Imperatore, dal Sobieski e da tutti i principi cattolici coinvolti nella lega), per assistere e guidare l’esercito crociato.
L’assedio
Nel frattempo, nell’agosto de1 1683, i turchi, al seguito del Gran Visir Kara Mustafà, stavano già iniziando a porre l’assedio a Vienna: il nerbo delle loro forze era composto di 150.000 uomini (con 300
cannoni); altri 150.000 erano ausiliari di vario genere, circa 200.000 erano gli inservienti: come é noto (anche dalle tante rappresentazioni dell’assedio), da Vienna non si vedeva all’orizzonte la fine delle loro tende bianche: erano migliaia da tutte le parti! Mustafà, dopo aver saccheggiato e bruciato circa 400 città lungo il suo cammino, aveva dichiarato ufficialmente il suo scopo: prendere Vienna e Praga e poi marciare su Roma, per fare di San Pietro le scuderie per i cavalli del Sultano Maometto IV.
Di contro, gli eserciti cristiani – che Innocenzo XI e Leopoldo erano riusciti a mettere insieme raggiungevano, nel complesso, solo le 70.000 unità. In realtà, il Gran Visir commise un grave errore tattico: anziché attaccare subito la quasi indifesa Vienna (durante le settimane precedenti l’arrivo di P. Marco, erano già morti 11.000 soldati viennesi: ne rimanevano 6000), preferì porre l’assedio per prenderla per fame: in tal maniera, concesse il tempo necessario alla cristianità di organizzarsi e a P. Marco di giungere a guidarli.
Di fronte allo spaventoso spettacolo delle tende sterminate di numero, Leopoldo infatti iniziò ad insistere fermamente con Roma affinché fosse immediatamente concesso il permesso a P. Marco di correre da lui; Innocenzo XI diede ordine alla Segreteria di Stato di svolgere subito le pratiche necessarie, e il 7 agosto il Cardinale Cybo comunicava al Beato che poteva andare a Vienna con l’incarico di Legato Pontificio.
Vienna, invasa dai profughi, era sotto assedio. 6.000 soldati e 5.000 uomini della difesa civica si opponevano, tagliati fuori dal mondo, allo sterminato esercito ottomano, armato di 300 cannoni. Di tutte le campane della città solo quella di Santo Stefano, denominata ” Angstern”, “angoscia”, veniva fatta suonare con i suoi incessanti rintocchi, che chiamavano a raccolta i difensori. Gli assalti ai bastioni e gli scontri corpo a corpo erano quotidiani e ogni giomo avrebbe potuto essere l’ultimo.
Alle sollecitazioni del Papa e dell’Imperatore rispose alla testa di un esercito, il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la sua patria dai turchi.
Il 31 agosto si congiunse con il Duca Carlo di Lorena, che gli cedette (anche per consiglio di Padre Marco) il comando supremo. Ora l’esercito cristiano era radunato attorno a Vienna, fronteggiando il nemico invasore.
La liberazione di Vienna
Padre Marco il 1° settembre era a Linz, con l’Imperatore, che lo pose subito alla guida del Consiglio di Guerra come suo rappresentante personale, con l’incarico specifico di rappacificare i Principi cristiani. In realtà, questi lo misero subito a parte dei piani di guerra, ed inizió (come fosse stato un vecchio generale esperto) a preparare la controffensiva: “il Servo di Dio insistette sull’importanza di superare ogni indugio ed agire con estrema rapidità ed energia; inoltre con prudente fermezza si sforzà di far comprendere che non era opportuno che 1’Imperatore prendesse il comando delleforze operanti“.
In pratica, fu lui ad assumere la guida generale delle operazioni, e fu lui, pertanto, a garantire il comando supremo militare – anche allo scopo di porre fine alle divisioni fra i Principi che stavano facendo andare tutto in rovina (un po’ come nel caso della battaglia di Lepanto) – al Re di Polonia Giovanni Sobieski.
In particolare P. Marco volle solennizzare il giorno dell’8 settembre, festa della Natività di Maria e anniversario del suo primo miracolo pubblico, celebrando una memorabile Messa da campo dinanzi a tutto l’esercito, servita dal Re di Polonia, ove tutti i Principi capi delle armate si comunicarono: fece seguito la sua Benedizione apostolica con indulgenza plenaria.
Per capire fino in fondo il potere che il cappuccino aveva su tutti i Principi – e quindi il reale valore del suo ruolo storico nella liberazione di Vienna – si tenga presente il seguente fatto: dopo la Messa, il Beato mandó una missiva a Leopoldo per informarlo del felice esito della celebrazione e dell’ottimo umore dell’esercito. L’Imperatore rispose complimentandosi con lui, ma gli chiese apertamente – per iscritto, appunto – di poter prendere lui in persona il comando generale; di fronte al rifiuto di P. Marco (che non voleva creare moti di gelosia o preoccupazione nel Sobieski o comunque rompere il difficilissimo equilibrio appena raggiunto), l’Imperatore del Sacro Romano Impero rispose di sottomettersi alle sue direttive. Puó sembrare incredibile, ma questa é la realtà storica.
L’ 11 settembre, dinanzi a tutto l’esercito, diede il grande annuncio: “Domani libereremo Vienna!“. Domenica 12 settembre, di buon mattino, celebrò nuovamente Messa da campo per tutto l’esercito distribuendo la Comunione; tenne poi un discorso infiammante – incitava andando da una parte all’altra dell’esercito con il crocifisso in mano (oggi conservato a Cattaro), invitando tutti ad essere coraggiosi e ad avere incrollabile fede nella immancabile vittoria – e impartì la Benedizione papale con l’indulgenza plenaria. Concluse con la recita di una preghiera da lui composta appositamente per la vittoria contro i turchi. Alla fine, invitò il Sobieski a dare l’ordine di attaccare.
A questo punto, a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 300.000 ottomani effettivi piu 200.000 di riserva.
Erano presenti con le loro truppe i Principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i Signori di Turingia e di Holstein, i polacchi e gli ungheresi, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara, oltre al giovane Principe Eugenio di Savoia, che ricevette il battesimo del fuoco.
Dinanzi a tale scena, il pensiero non può non andare allo Spirito che moveva gli uomini della Prima Crociata al seguito di Goffredo di Buglione alla conquista del Santo Sepolcro, o a quello che spingeva San Luigi a tentare l’impossibile riconquista di Gerusalemme, fino a lasciarvi la vita. P. Marco ha guidato spiritualmente, moralmente (e non solo) l’ultima vera crociata della Cristianità. Anche se questa volta non si trattava di riprendere il Santo Sepolcro: si trattava di salvare Vienna, Roma e tutta la Cristianità dall’invasione islamica ottomana.
Fù un trionfo generale: durante tutta la battaglia, P. Marco, con il suo crocifisso in mano, correva ovunque a esortare i soldati a non cedere, a non aver paura, esponendosi lui stesso per primo ai colpi nemici ma rimanendo sempre miracolosamente illeso.
Il momento decisivo, dopo parecchie ore di tremendi scontri, fu quanto il Duca di Lorena riuscì a investire l’ala sinistra dei turchi, costringendola a ripiegare: iniziò così lo sfondamento delle forze nemiche, mentre i polacchi resistevano eroicamente alla controffensiva della cavalleria musulmana. A questo punto, 20.000 soldati austriaci sbaragliarono da soli 80.000 turchi.
Prima della sera, il nemico iniziò ad indietreggiare in una confusione totale. I turchi, compreso ormai l’esito della battaglia, cominciarono a fuggire all’impazzata verso i confini ungheresi, lasciando ogni cosa sul campo (non mancando peró di trucidare centinaia di cristiani fatti schiavi durante la loro campagna verso Vienna). Alla fine, i loro morti saranno circa 10.000, contro i 2.000 cristiani.
In un clima di gioia irrefrenabile, il 14 settembre, con il canto del Te Deum, tutte le campane di Vienna cominciarono a suonare contemporaneamente, mentre dalle fortezze i cannoni sparavano senza sosta, dalle finestre cadevano fiori verso il corteo imperiale che si dirigeva nella Cattedrale di Santo Stefano per il solenne ringraziamento, il cui inno fu intonato da P. Marco d’ Aviano.
Subito il Re di Po1onia invió al Papa le bandiere catturate accompagnandole con le parole: “Veni, vidi, Deus vicit“, e, in ringraziamento solenne alla Vergine per la vittoria, ordinó da quel giorno in poi nel suo Regno fosse celebrata con grande solennità la festa del “Nome di Maria”. Come é ben noto, il Beato Innocenzo XI non solo approvó questa pratica, ma dispose che la festa fosse universale, come ringraziamento solenne di tutta la Chiesa Cattolica alla Madre di Dio, che, come per la giornata di Lepanto, venne subito riconosciuta come la vera artefice della vittoria.
La Cristianità riportava così una vittoria decisiva nel secolare conflitto coi turchi. Da questo momento inizió la graduale riconquista dell’Ungheria e della Serbia da parte cristiana, di cui fu artefice principale uno dei piu grandi condottieri della storia moderna, il principe (già presente giovanissimo alla battaglia di Vienna) Eugenio di Savoia, che con la Pace di Carlowitz del 1699 riconquistó all’Impero austriaco, e quindi all’Europa, Ungheria, Transilvania e Slavonia.
Neg1i anni seguenti Eugenio sconfisse ancora i turchi a Petervaradino (1716) e Belgrado (1717), finché con la Pace di Passarowitz dei 1718 i turchi dovettero cedere all’Impero parte della Serbia, e della Valacchia, che peró furono poi riconquistate da loro nel 1739 sempre con l’aiuto della Francia.
Ormai peró l’Impero turco era in decadenza, e da allora l’Is1am non rappresentó mai piu una minaccia seria per l’Europa.
Fino ad oggi.


di Massimo Viglione
Lepanto, Anno XXV – nº72 Dicembre 2006