La Polonia nel mirino delle lobby abortiste

Vita: politiche di bioetica



UNIONE EUROPEA: la Polonia nel mirino delle lobby abortiste


 

Che cosa avrebbero detto i “padri fondatori” dell’Europa, Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi, se avessero immaginato che l’Unione Europea avrebbe un giorno preteso di imporre ad uno dei suoi Stati membri la pratica e l’iscrizione dell’aborto nelle sue leggi nazionali? Eppure è quanto è accaduto a Strasburgo, con la sentenza del 20 marzo della Corte europea dei Diritti dell’uomo, che ha condannato la Polonia a emendare la propria legge, giudicata troppo restrittiva, e a pagare un risarcimento di 25.000 euro ad una donna alla quale i medici avevano rifiutato di interrompere la gravidanza.


Costringendo la Polonia ad adeguarsi ai costumi e alle leggi europee in materia di aborto, la Corte europea viola in un sol colpo, il diritto alla vita e la sovranità nazionale polacca. E ciò proprio nel momento in cui, il prossimo 25 marzo a Berlino, l’Unione Europea si appresta a celebrare i suoi 50 anni di vita.


Il Presidente del Senato, Marek Jurek, “maresciallo” della Dieta polacca, ha protestato vigorosamente contro la sentenza, ricordando che, alla vigilia dell’adesione alla UE, il Parlamento polacco votò a larghissima maggioranza una risoluzione in cui si respingeva ogni pretesa dell’Europa di stravolgere le legislazioni nazionali in tema di vita, di famiglia e di educazione.


Jurek appartiene a una generazione di giovani uomini politici decisi a rifiutare il relativismo morale delle istituzioni internazionali. Egli ha compreso che l’odierna Unione Europea ha ormai poco a che fare con la Comunità economica che ebbe il suo battesimo a Roma cinquant’anni fa. La CEE nacque da un’esigenza di pace e di sicurezza, dopo la divisione di Yalta tra un’Europa libera e un’Europa oppressa dal comunismo. I partiti comunisti europei che, come il PCI, facevano riferimento al Cremlino, avversavano allora la costruzione comunitaria, definendola come uno strumento antidemocratico, infeudato all’imperialismo americano.


L’Europa di Maastricht discende invece dall’idea di Gorbaciov di creare una “casa comune europea” dall’Atlantico a Vladivostock, per realizzare una “convergenza planetaria” tra capitalismo e comunismo. Il crollo del muro di Berlino mandò in frantumi il piano, ma nel Trattato firmato nella cittadina olandese il 7 febbraio 1992 si respira aria di dirigismo moscovita. In fondo la burocrazia di Bruxelles è l’ultima erede della vecchia mentalità socialista secondo cui le linee di sviluppo di un Paese o di un continente devono essere sottratte alla volontà dei popoli e affidate alla pianificazione di una nomenklatura illuminata. È quanto sta accadendo in questo momento, grazie alla pressione sulle istituzioni internazionali delle lobby come l’ILGA (Associazione internazionale dei gay e delle lesbiche), un’ONG che gode di status consultivo presso il Consiglio d’Europa ed è accreditata anche presso la Commissione Europea da cui è parzialmente finanziata.


Il caso della Corte europea di Strasburgo non è unico. Sempre in Francia, a gennaio, la Corte di Appello di Douai ha confermato in appello la condanna per «ingiurie verso gli omosessuali» di Christian Vanneeste, deputato dell’UMP, il partito di Sarkozy. Vanneste in un’intervista a “La Voix du Nord” del 26 gennaio 2005 aveva dichiarato che «l’omosessualità è moralmente inferiore all’eterosessualità» ed era stato condannato in primo grado, nel 2006, dal Tribunale di Lille. Ora dovrà versare 3.000 euro di ammenda alle associazioni SOS-Homophobie, Act-Up Paris e al Sindacato nazionale delle iniziative gay (Sneg), mentre la “comunità gay” già ne reclama l’esclusione dall’Assemblea Nazionale.


Le lobby incalzano le istituzioni che intervengono a loro volta sugli Stati con risoluzioni e raccomandazioni rivolte ai Governi e ai Parlamenti. Chi non si adegua viene screditato dai mass-media e denunciato come inadempiente sul fronte dei rapporti e dei trattati internazionali.


In questa prospettiva, il 18 gennaio 2006, il Parlamento Europeo ha invitato i governi degli Stati membri e dei Paesi candidati a introdurre nelle loro legislature aborto e matrimonio omosessuale, sferrando un duro attacco all’amministrazione Bush, per aver negato i suoi finanziamenti alle ONG abortiste e invitando la Commissione a «colmare la lacuna di bilancio provocata dall’attuazione di tale politica». Cosa che per altro l’Unione Europea aveva già iniziato a fare, con Romano Prodi come Commissario.


Nel periodo compreso tra la Conferenza del Cairo del 1994 e il 2001 la Commissione europea ha stanziato oltre 655 milioni di euro per la diffusione di aborto e contraccettivi, sotto veste di assistenza alla pianificazione familiare, alla salute riproduttiva, alla maternità sicura, all’HIV/AIDS e alla politica e alla gestione demografiche.


La situazione che si va delineando è nuova, anche se prevedibile. Il problema non è più quello della affermazione di nuovi diritti, ma della nascita e dell’imposizione di “nuovi doveri”.


L’espressione “dittatura del relativismo” è stata coniata dall’allora cardinale Ratzinger, nell’omelia tenuta durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005.


Il relativismo si avvia a divenire dittatura quando, contraddicendo le sue premesse, pretende di reprimere ogni affermazione che aspira a definirsi vera e oggettiva. Non si limita più all’istituzionalizza zione della devianza morale, ovvero alla trasformazione del vizio privato in virtù pubblica, ma pretende giungere alla censura sociale e alla repressione giudiziaria di ciò che un tempo era considerato verità e bene.


Benedetto XVI ha indicato, come antidoto alla dittatura del relativismo, quei valori che, nel suo Discorso del 30 marzo 2006 ai rappresentanti del Partito Popolare Europeo, ha definito “principi non negoziabili”, individuandoli nella difesa della vita dal momento del concepimento fino alla morte naturale; nel riconoscimento della famiglia naturale, composta da un uomo e una donna; nella tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.


Il Papa è convinto che queste siano le radici fondanti dell’Europa e lo ribadirà probabilmente nel discorso che terrà il 24 marzo alla vigilia del cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. L’identità cristiana del nostro continente continua a rimanere una posta in gioco non secondaria.  
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Corrispondenza Romana/985 del 24 marzo 2007


Pubblicato nella ML Bioetica e Famiglia