La Pira, Krusciov e la ‘povera gente’

Socialismo

Anche i santi possono sbagliare. Il centenario e il processo di beatificazione di Giorgio La Pira rinverdiscono le dispute su comunismo e liberismo. Cubeddu e Ichino criticano i cardinali Martini e Tettamanzi

ROMA – Il 9 gennaio 2004 sono passati cento anni giusti dalla nascita di Giorgio La Pira, figura di grande rilievo nel cattolicesimo italiano e mondiale del Novecento. Vittorio Peri, “scriptor” della Biblioteca Vaticana e postulatore della sua causa di beatificazione, non esita a paragonare La Pira a madre Teresa di Calcutta e a Charles de Foucauld.



La Pira fu anche politico e sindaco di Firenze. Memorabili restano le sue iniziative di dialogo con i capi comunisti di Mosca e le sue battaglie per “le attese della povera gente”, contro i fautori della libera economia.



Sul primo punto, La Pira alimentò fortemente la mitizzazione di Krusciov. Le sue lettere, i suoi discorsi, le sue visite al di là della “cortina di ferro” contribuirono ad associare il regime kruscioviano alla leggenda di dialogo e di pace dei primi anni Sessanta, accanto alle figure altrettanto mitizzate di Giovanni XXIII e di Kennedy.



Quando invece oggi si sa che in Russia “il periodo forse più terribile di persecuzioni e repressioni mirate a far morire la Chiesa” fu proprio quello di Krusciov. L’affermazione è dell’attuale patriarca della Chiesa ortodossa di Mosca, Alessio II ed è sostenuta da una documentazione imponente e inoppugnabile.



Su questo primo punto, dunque, la figura di La Pira è consegnata sostanzialmente al passato, almeno per quanto riguarda il suo ingenuo confidare in Krusciov.



Sul secondo punto, invece, il pensiero di La Pira continua a essere di forte attualità. La sua avversione al libero mercato ispira tuttora una larga parte dei cattolici e della stessa gerarchia della Chiesa.



Uno scritto molto rappresentativo del suo pensiero in materia è questa lettera a Pio XII. La lettera – di prossima pubblicazione in un libro con l’epistolario di La Pira ai papi – è stata anticipata dal “Corriere della Sera” del 3 gennaio 2004. Eccone i passaggi salienti:



 


Beatissimo Padre…



[Dalla lettera di Giorgio La Pira a Pio XII del 1 maggio 1958]



 


Beatissimo Padre, […] gli insegnamenti della Chiesa parlano chiaro: la condanna del liberalismo economico (e non soltanto economico) è estremamente chiara e decisa! Il tossico della civiltà, la causa del comunismo è espresso ed è contenuto in questo tessuto di “norme liberali” che hanno come radici il “bellum omnium contra omnes” (“homo homini lupus!”).



Sapete, Beatissimo Padre, la forza davvero demoniaca del denaro accentrato in poche mani! […] Una azienda chiude: duemila operai sono licenziati: chi controlla? Chi dà garanzia e giustizia? Nessuno: la cosa più preziosa dell’uomo – dopo l’orazione e la vita interiore – il lavoro, è nelle mani incontrollate (spesso avare ed impure) del “padrone”! […]



Beatissimo Padre, quando don [Luigi] Sturzo scrive i suoi articoli sul “Giornale d’Italia”, articoli astratti, scritti da chi non conosce che la sua camera da studio e da chi non conosce che certi “schemi mentali” scambiati per principi, noi sentiamo una amarezza profonda! Ma non esiste, non esiste, non esiste, questo “libero mercato” a cui si fa sempre ricorso, come se fosse un principio teologale! Non è vero in teoria e non esiste in pratica: ciò che esiste in pratica è il triste fenomeno della disoccupazione e della incertezza dell’occupazione: due atti dovuti essenzialmente alla strutturazione liberale dell’economia e della finanza. […]



Beatissimo Padre: si vuole sradicare il “socialismo”? Si vogliono riprendere le “masse” umane e fare che esse ritornino nell’orbita integralmente cristiana? Altra via – dopo quella della preghiera – non c’è: mutare le strutture economiche, fare otri nuovi, assicurare il pane e la dignità dei lavoratori. Si creerà così una società più giusta ove la grazia del Signore, ove l’amore del Signore, potrà circolare più rapidamente, più liberamente. […]



Beatissimo Padre, sapeste come è diffuso questo male, anche fra i cattolici che hanno in mano le leve più potenti dell’economia, della finanza, della politica! Credono – e sono finanche capi di Azione Cattolica! – che esistano davvero, quasi leggi naturali e di origine divina, le cosi dette “leggi” dell’economia liberale! Credono a Ricardo, a Bastiat, a Malthus; alla “legge di bronzo dei salari” e così via! Fa una pena immensa questa ignoranza che non è solo di natura teologica e filosofica, ma anche di natura specificatamente tecnica ed economica! Purtroppo le conseguenze di questa ignoranza sono gravi per la società e per la Chiesa; perché la radice del comunismo è, in sostanza, qui!



Sradicare il mondo liberale, sradicare i principi liberali; sradicare la mentalità liberale; dare il senso cristiano, “comunitario”, della società, della nazione, del mondo; altra via, per sradicare il comunismo, non c’è. […]



Noi, Beatissimo Padre, lotteremo senza tregua contro questo cancro sociale che ha “secolarizzato” la civiltà e la ha condotta – esso! – sul ciglio dell’abisso. San Giuseppe ci aiuti; la dolce Maria nostra Madre ci aiuti; e Voi, Beatissimo Padre, paternamente benediteci.



 


 


* * *



Fin qui la lettera di La Pira a Pio XII. Quattro anni prima, nel 1954, aveva fatto scalpore uno scontro tra lo stesso La Pira, all’epoca sindaco di Firenze, e il presidente degli industriali italiani Angelo Costa, uno di quei “cattolici con in mano le leve dell’economia” biasimati nella lettera.



E ancor più impressione aveva suscitato, quello stesso anno, un botta e risposta tra La Pira e don Luigi Sturzo, il fondatore nel 1919 del Partito popolare esule a Londra negli anni del fascismo, sostenitore convinto del liberalismo economico di tipo anglosassone.



Di fatto, in quegli anni, a vincere non fu il liberismo di Costa e di don Sturzo, del tutto minoritari e isolati, ma lo statalismo di La Pira e del suo amico Giuseppe Dossetti, la cui influenza sulla politica e sull’opinione cattolica era invece fortissima. Mezzo secolo dopo, il filosofo cattolico Dario Antiseri, che ha curato la pubblicazione del carteggio tra La Pira, Costa e Sturzo, ha scritto in un editoriale del “Sole 24 Ore” di domenica 4 gennaio 2004:



“È possibile oggi affermare che la sconfitta della linea di Sturzo è stata una iattura per il mondo cattolico e la causa di anni di ritardo sulla strada di una sana politica”.



E sul “Corriere della Sera” del 3 gennaio un’altro intellettuale cattolico di spicco, Giorgio Rumi, specialista in storia della Chiesa ed editorialista dell’”Osservatore Romano”, ha criticato anch’egli duramente il “pregiudizio anti-industriale e antimoderno” di La Pira:



“Al fondo c’è De Maistre, la negazione del mondo moderno, del valore della libertà, del rischio, dell’iniziativa personale che fanno parte della cultura cristiana. […] Trovo [in La Pira] una eco delle dottrine economiche prevalenti nel mondo cattolico degli anni Trenta e Quaranta, una specie di ‘terzaforzismo’ tra capitalismo e comunismo, l’illusione di un paese non libero, perché il governo dell’economia presuppone uno stato forte che non è tipico delle democrazie”.



 


 


* * *



Sta di fatto che l’avversione di La Pira alla libertà di mercato e di impresa continua ancor oggi a godere di largo consenso in campo cattolico ed ecclesiastico.



Uno dei maggiori studiosi del liberalismo politico ed economico, Raimondo Cubeddu, ordinario di filosofia politica all’università di Pisa, ha dedicato al pensiero cattolico in questa materia una critica serrata, in un capitolo del suo recente libro “Margini del liberalismo”, edito da Rubbettino.



Cubeddu scrive, tra l’altro:



“Un esempio delle incomprensioni sulla natura e funzione del mercato concorrenziale può essere individuato negli scritti, autorevoli e influenti, del cardinale [Carlo Maria] Martini”.



Secondo Martini – scrive Cubeddu citando il libro “Sulla giustizia” pubblicato nel 1999 dal cardinale – “alla comunità economica internazionale dovrebbe corrispondere una società civile internazionale capace di esprimere forme di soggettività economica e politica, ispirate alla solidarietà e alla ricerca del bene comune di tutto il globo”. In tale prospettiva, sempre secondo il cardinale, “diventa importante favorire la realizzazione di un governo mondiale dell’economia”.



Ma questo, obietta Cubeddu, significa presupporre che tale governo mondiale goda di “una conoscenza superiore” dei fini verso cui indirizzare il mercato, “stabiliti non si sa come”, e pretenda che i propri principii, “soltanto per il fatto che vengono definiti etici, possano anche essere imposti con la forza”.



Martini è stato arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Ma il suo successore, il cardinale Dionigi Tettamanzi, non ha innovato in nulla, su questo terreno. Già come arcivescovo di Genova si era segnalato dando il suo appoggio al movimento anticapitalista e no global. E arrivato a Milano ha proseguito sulla stessa linea, con una passione per “la povera gente” che ricorda quella di La Pira ma che appare sbagliata e fuori del tempo agli stessi esponenti della sinistra riformista. Uno di questi, Pietro Ichino, specialista in diritto e organizzazione del lavoro, in un editoriale del “Corriere della Sera” dell’11 novembre 2003 ha rimproverato alla “curia arcivescovile di Milano” di subire “l’egemonia culturale e politica dell’ala sinistra sindacale” e di nulla capire del moderno funzionamento del mercato del lavoro.


Sandro Magister


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