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Partecipazione del cittadino

Tolto il segreto a nove testimonianze sul carabiniere che sacrificò la propria vita per sottrarre 22 ostaggi alla rappresaglia dei nazisti. Gli ultimi minuti di Salvo D’Acquisto. «Lo vidi convincere i carnefici»

Quasi incredulo, Piton Attilio fu Angelo fa mettere a verbale: «Improvvisamente fummo tutti liberati eccetto il sottufficiale in parola il quale, pare, non fosse del tutto estraneo alla nostra salvezza».


Il «sottufficiale in parola» è la medaglia d’oro Salvo D’Acquisto.
Attilio Piton, uno dei 22 italiani catturati dai tedeschi la mattina del 23 settembre 1943 a Torre in Pietra, sulla costa a nord di Roma.
La storia è nota: i nazisti volevano ucciderli per rappresaglia dopo l’esplosione di una bomba nel loro comando. Davano la colpa ai partigiani, in realtà era stato un incidente.
Il plotone aveva già caricato le armi, la fossa era pronta, lunga quasi cinquanta metri.
Ma l’esecuzione fu fermata all’ultimo momento dal brigadiere D’Acquisto, che si attribuì la colpa di un attentato in cui non c’entrava niente e che non era nemmeno un attentato.
I nazisti si accontentarono di fucilare solo lui, risparmiando i 22 civili finiti nel rastrellamento.
Quando il comandante della Wehrmacht disse che potevano tornare a casa, qualcuno pensò a un atto di pietà, altri a un ripensamento.
Nessuno capì che dovevano tutto a quel carabiniere, che un mese dopo avrebbe compiuto 23 anni.


Le loro testimonianze, rese poco dopo il fatto, sono rimaste nascoste per anni in uno dei 695 fascicoli finiti nell’armadio della vergogna, ritrovato dieci anni fa negli uffici giudiziari militari di Roma. Uno schedario con le storie di 15 mila italiani trucidati dai nazisti dopo l’8 settembre, che probabilmente fu nascosto per ragioni politiche alla fine degli anni Cinquanta, quando il nemico tedesco stava diventando l’alleato della nuova coalizione occidentale. Il fascicolo sull’omicidio di Salvo D’Acquisto è uno dei 60 su cui la Commissione parlamentare d’indagine per le stragi nazifasciste ha deciso di togliere il segreto. «L’obiettivo – dice il presidente Flavio Tanzilli (Udc) – è desecretare tutti gli atti e accertare le responsabilità dell’occultamento: esecutori e mandanti».


Nell’incartamento su Salvo D’Acquisto, ci sono le testimonianze di nove persone. Sette erano fra i 22, catturati dai nazisti, che quella mattina di settembre arrivarono a un passo dalla morte. Racconta Umberto Trevisiol: «Con noi fu catturato anche il brigadiere della stazione di Torre in Pietra. Fino all’ultimo costui tranquillizzò noi tutti, assicurando che non v’era nulla di grave. A un certo punto fu visto confabulare, tramite l’interprete, con il comandante dei tedeschi. Cosa disse non è a mia conoscenza, ma certo è che dopo poco fummo tutti liberati». Le altre testimonianze confermano la stessa versione: sul momento nessuno capì cosa stava succedendo, nessuno capì che a salvarli era stato proprio quel brigadiere che veniva da Napoli. Dice Gedeon Rossin: «Cosa successe e cosa disse al comandante non sono in grado di dire». Aggiunge Michele Vuerick: «A un tratto vidi il carabiniere discutere con l’interprete che subito si portò dal comandante. Cosa disse non lo so, ma poco dopo fummo liberati».


Poche ore dopo, però, la situazione era già chiara.
Testimonia Angelo Amodio, un altro dei 22 catturati: «Quella sera stessa io e altri apprendemmo dai tedeschi che il brigadiere era morto da eroe assumendosi lui la responsabilità del fatto per salvare i civili innocenti». Il corpo di Salvo D’Acquisto fu sotterrato alla meno peggio. Nessuno osò avvicinarsi fin quando i nazisti erano ancora lì. Cosa successe dopo lo racconta il parroco di Palidoro: «Passati 19 giorni, essendo partita la compagnia tedesca, per interessamento di alcune signorine e signore del paese, fu fatta costruire una cassa decente e ci portammo al luogo dove era stato sotterrato. Scavammo, e messo nella cassa il corpo avvolto in un lenzuolo, lo portammo al camposanto di Palidoro, dove, letta la preghiera dei defunti, gli fu data onorevole sepoltura. Tanto per la verità, don Luigi Brancaccio».


Lorenzo Salvia


Il Corriere della Sera, 9 aprile 2004