L’Ue vuole finanziare la distruzione della vita con i soldi dei cittadini

Vita: politiche di bioetica

EMBRIONI E RICERCA. SCONTRO IN EUROPA


Strasburgo: giovedì al Parlamento europeo un gruppo trasversale di circa 60 eurodeputati cercherà di impedire, che nell’ambito del VII Programma quadro per la ricerca siano finanziati studi ed esperimenti che implicano la distruzione di embrioni umani. Il 4 e il 5 dicembre saranno le ultime due tappe per l’approvazione del VII Programma quadro per la ricerca

Pescare nel pozzo senza fondo degli embrioni soprannumerari – quelli prodotti in eccesso dalle pratiche di fecondazione artificiale e poi congelati – distruggerli estraendo cellule staminali, e usufruire dei finanziamenti comunitari per fare ricerca con queste ultime. Oppure, in paesi come l’Italia, dove la legislazione non consente di sezionare e sacrificare embrioni umani, acquistare in altri paesi comunitari (Spagna, Inghilterra…) il prodotto “finito”, linee cellulari embrionali, e ottenere finanziamenti dall’Ue per il successivo loro utilizzo in laboratorio. È questo, in sostanza, lo scenario che potrebbe concretizzarsi dopo il voto di giovedì prossimo al Parlamento europeo e la successiva riunione del Consiglio dei ministri per la Competitività, il 4 e il 5 dicembre: ultime due tappe per l’approvazione del VII Programma quadro per la ricerca (VII Pq), che riguarda lo stanziamento di circa 100.000 miliardi di vecchie lire da investire tra il 2007 e il 2013 in molteplici direzioni. Compreso, appunto, quello della ricerca sulle cellule staminali.
In parole ancora più semplici, si tratterebbe della prima operazione di distruzione della vita umana su larga scala finanziata con i soldi dei cittadini Ue, compresi i cittadini di quei paesi che si oppongono ad una simile deriva: in spregio al principio di sussidiarietà, presunto pilastro dell’Ue.
Fra i reponsabili di questa inedita e grave situazione l’attuale Governo italiano merita certamente uno dei primi posti, come si può cogliere ricordando alcuni antefatti.
Il 29 novembre 2005, l’allora ministro dell’Università e della Ricerca Letizia Moratti – dopo aver chiesto e ottenuto un parere da parte del Comitato nazionale di bioetica – durante un Consiglio dei ministri europei sulla Competitività, sottoscriveva con Austria, Germania, Malta, Polonia e Slovacchia una dichiarazione etica secondo cui non era possibile «accettare che attività comportanti la distruzione di embrioni umani» potessero «beneficiare di un finanziamento a titolo del VII Pq». Era la creazione della cosiddetta “minoranza di blocco”, che impediva che soldi Ue finissero nella ricerca sulle staminali embrionali.
Il 30 maggio scorso, però, il nuovo ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, senza informare le competenti commissioni parlamentari, né portare la decisione in Consiglio dei ministri, né chiedere parere al Comitato nazionale di bioetica, decideva di cambiare la posizione dell’Italia, rendendo noto che in sede Ue avrebbe votato a favore della ricerca anche distruttiva di embrioni. Facendo così saltare la minoranza di blocco.
Da lì un inevitabile piano inclinato. Il 15 giugno si svolgeva la prima votazione del Parlamento europeo sul VII Pq: l’assemblea con 284 voti favorevoli, 249 contrari e 89 astensioni, approvava di fatto la ricerca sugli embrioni. Risultato che poteva tra l’altro essere evitato: un emendamento dell’eurodeputata tedesca Angelika Niebler – che proponeva una soluzione di compromesso, sul modello di quella adottata da Bush in America, cioè consentire il finanziamento della ricerca sulle linee cellulari embrionali prodotte entro una certa data, nello specifico il 2003, impedendo la presente e futura distruzione di embrioni – sarebbe passato se avessero votato a favore 34 eurodeputati che invece si astennero perché contrari a qualsiasi compromesso sul rispetto della vita umana.
Poche settimane dopo, il 24 luglio, il Consiglio dei ministri europei per la Competitività (presente il ministro Mussi) approvava un documento capolavoro di ipocrisia burocratica: la «Commissione europea» si leggeva «continuerà nella pratica corrente e non sottoporrà al Comitato regolatorio proposte di progetti che includano attività di ricerca che distruggano embrioni umani, comprese quelle per l’ottenimento di cellule staminali». Aggiungendo però che «l’esclusione dal finanziamento di questo stadio di ricerche non impedirà alla Comunità di finanziare stadi successivi che coinvolgano cellule staminali embrionali umane». In pratica si stabiliva che un ricercatore avrebbe potuto distruggere “in proprio” un embrione, chiedendo finanziamenti per la lavorazione di staminali da esso estratte. Come ha commentato Carlo Casini, «sarebbe come se un imprenditore edile non potesse chiedere finanziamenti per la posa delle fondamenta di un edificio», per rispettare obbligatori vincoli ambientali, ma «potesse poi chiedere un sostegno pubblico per la costruzione di tutti i piani dello stesso edificio».
Giovedì prossimo la partita sul VII Pq volge quindi alle sue ultime e decisive battute. Partita chiusa? Sì e no. Un gruppo trasversale di circa 60 eurodeputati ha preparato due emendamenti che mirano a far chiarezza su alcune incongruità tra quanto già approvato dal Parlamento a giugno e dal Consiglio dei ministri Competitività a luglio.
Il Consiglio prevedeva ad esempio una revisione delle decisioni prese sul VII Pq fra tre anni, ma, a differenza di quanto stabilito dal Parlamento, restringendo la possibilità di riesame proprio a quei punti che invece non dovrebbero mai essere toccati: per esempio clonazione umana e produzione di embrioni al solo scopo di ricerca. Il Secondo emendamento, quello più “delicato”, punta invece a rendere non ipocrita l’impegno reiterato a luglio dalla stessa Commissione europea di non voler finanziare la distruzione di embrioni. Questo suppone inevitabilmente la fissazione di una data dopo la quale le cellule embrionali estratte non possano essere utilizzate con il finanziamento della Ue.
Gli scogli da superare sono due: la possibilità che il presidente del Parlamento bocci gli emendamenti, ritenendo che sulle questioni da essi sollevate Parlamento e Consiglio già si siano espressi con sufficiente chiarezza; in secondo luogo la necessità di trovare una maggioranza assoluta dei consensi per far passare gli stessi emendamenti.
Da sottolineare, però, che il voto del Parlamento avrà un valore definitivo sul VII Pq in generale, ma per quanto riguarda i programmi specifici in cui si divide lo stesso VII Pq, avrà solamente un valore consultivo. Su di essi la parola finale spetta al Consiglio dei ministri Competitività che si riunirà la settimana seguente. Ed è qui che l’Italia può e deve fare la propria parte, con una chiara presa di posizione politica del Governo (e nello specifico un’azione efficace del ministro Mussi). Così aveva promesso personalmente Romano Prodi il 26 luglio (vedi box sopra). I fatti diranno se era stato sincero.


di Andrea Galli
Avvenire 26 novembre 06