LEGGE 40, RAGIONE E LIBERTA’

Vita: politiche di bioetica

PROPONIAMO IL TESTO DELL’INTERVENTO CHE IL RETTORE DELLA PONTIFICIA UNIVERSITA’ LATERANENSE HA TENUTO A MERATE IL 2 MAGGIO NEL CONVEGNO PUBBLICO ‘SIAMO TUTTI EX EMBRIONI’ [12/05/2005] di Rino Fisichella* Tempi num.20 del 12/05/2005


LEGGE 40, RAGIONE E LIBERTA’

di Rino Fisichella*

1. è necessario previamente giustificare l’interesse diretto da parte dei Pastori della Chiesa su una questione così importante come il contenuto della legge 40 e i quesiti del referendum voluto da alcune forze politiche. Su queste questioni, comunque, è bene ricordare che Giovanni Paolo II aveva già espresso in maniera forte il suo magistero con l’enciclica Evangelium vitae. Perché, dunque, un interesse così forte? Perché siamo posti dinanzi a una sfida che tocca i princìpi basilari della nostra cultura, di come è sorta e si è formata la civiltà occidentale a partire dalla riflessione greca, romana e poi salvaguardata e promossa dal cristianesimo.
Il riferimento al IV secolo con la conclusione della cultura greco-romana e l’ergersi della sua custodia e promozione da parte del cristianesimo per quanto riguarda i concetti fondamentali del vivere sociale, civile, politico e del diritto. è solo un pallido esempio di ciò che sta sul tappeto.

2. Viviamo un momento di cambiamento culturale che non è azzardato definire ‘epocale’; esso richiede la consapevolezza di una sinergia d’impegno per orientare il cambiamento in maniera significativa verso scelte di reale cultura come progresso ed espressione di libertà. Ci sono, comunque, sfide che richiedono un consenso ampio che faccia riferimento a una razionalità politica in grado di accogliere un orizzonte valoriale condiviso per il suo riferimento a un denominatore comune prima ancora che per la sua connotazione confessionale. In questo frangente, limitarsi a descrivere i fenomeni non è più sufficiente; dobbiamo essere capaci di imprimere un impulso propositivo perché risulti chiaro il limite e la contraddizione dell’attuale tendenza culturale mentre si deve poter cogliere l’orientamento differente che vogliamo offrire.
Diversi fattori mostrano che viviamo un momento del tutto peculiare della storia. Si conclude un’epoca che, nel bene e nel male, ci ha fatti essere ciò che siamo; se ne apre un’altra che ancora non permette di sapere cosa saremo. Se la prima si lascia ormai definire nei suoi contorni e nei contenuti, la seconda appare ancora avvolta nell’incertezza. Si chiude l’epoca della modernità e, senza troppa fantasia, si chiama postmodernità la nuova che si affaccia. A una cultura che faceva leva sul primato del soggetto, subentra un’altra che cede il primo posto alla tecnica; la cosa non è priva di conseguenze, non solo sul piano delle modalità del vivere quotidiano, ma soprattutto nell’ordine etico. Ciò che nei decenni passati sembrava fantascienza, oggi è realtà e lo spazio di conquista appare ancora sempre più illimitato. Si potrebbero descrivere diversi tratti di questo momento di passaggio epocale; ciò che preme sottolineare, tuttavia, sono due elementi che maggiormente devono interessare la nostra azione se si vuole guardare con lungimiranza e in maniera costruttiva al futuro che ci sta dinanzi.
In primo luogo è necessario ribadire che la cultura, ogni cultura, ha in se stessa un bisogno naturale della religione. Se nei decenni passati è prevalsa la tesi -che trovò purtroppo non poca ingenua accoglienza nella comunità cristiana- che bisognava vivere nel mondo ‘come se Dio non esistesse’ (etsi Deus non daretur), per esprimere al meglio l’autonomia e indipendenza dell’uomo davanti a Dio, per la maturità di giudizio raggiunta, oggi è urgente ribadire che un mondo e una cultura privi del riferimento a Dio permangono come spazi in preda all’arbitrio del più forte e del più prepotente. La cultura ha bisogno del richiamo della religione perché ogni persona che in essa vive ed esprime se stessa è per essenza aperta alla trascendenza e al Mistero. Una cultura nel momento in cui si allontana dalla religione, creando una forma di alternativa ad essa, perde la sua stessa ragion d’essere. Da questa prospettiva, è estremamente rischioso per il cristiano considerare e vivere la frattura tra la sua vita religiosa e la vita culturale e sociale, come se si trattasse di due mondi separati che nulla hanno da condividere. Nei decenni passati si è insinuata progressivamente la tesi di questa separazione in nome di una non chiara ‘laicità’ che ha portato progressivamente i cristiani a rinchiudersi nello spazio delle loro comunità senza più il vivo desiderio di impegnarsi nel mondo per orientarlo a Cristo. Deve far riflettere l’articolo scritto da G. De Rita su un quotidiano nazionale: «Forse, sono rimasto l’ultimo a cercare di non confondere fede e vita pubblica. io resto fermo nella convinzione che l’appartenenza religiosa non può dar luogo a un’automatica mobilitazione emozionale, sociale e politica» (CdS 29.II.05). Un’espressione come la seguente, tuttavia, dimentica proprio ciò che il Concilio aveva insegnato: «Il distacco, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo.Non si venga ad opporre, perciò, artificiosamente, le attività professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall’altra». Non si può negare che presso molti cristiani sia cresciuta la mentalità secondo la quale appare ormai come naturale che i diversi campi della vita politica, economica, sociale, del pensiero scientifico, dell’educazione. debbano svilupparsi muovendo unicamente dalle proprie norme immanenti. Si è creata in questo modo uno stile di vita non-cristiano, parallelo e alternativo alla fede che si impone talmente da apparire come assolutamente normale. Spesso gli stessi credento più impegnati subiscono passivamente questa situazione, quando pensano che le cose della religione costituiscano un settore a sé e altrettanto le cose del mondo. In una parola, non solo si è smarrita la forza nella verità della fede, ma come sua conseguenza si è indebolito anche il senso religioso naturale che spinge a influire sulla cultura e sul mondo, rispettandone la loro valenza di apertura al sacro.

3. Un secondo elemento fondamentale che merita attenzione da parte nostra è riflettere su cosa ci riserverà il prossimo futuro. Chi sarà il fortunato protagonista della postmodernità: l’uomo? oppure la natura? I due elementi oggi si pongono quasi sullo stesso piano; eppure, non basta lo sforzo di far vincere uno al posto dell’altro. Ciò che, piuttosto, ci si deve chiedere è: con quale concezione di uomo e di natura le prossime generazioni ragioneranno? Quale uomo sarà quello che vuole dominare la scena del futuro: un soggetto ancora al centro di tutto quasi un microcosmo in cui tutto, trova sintesi definitiva del suo essere personale, oppure un soggetto ormai schiacciato dal peso della tecnica che lo obbliga a una vita sempre più contraddittoria: indolenzita, stressata, senza preoccupazioni e senza volontà di pensare? E quale natura sarà alla base delle prossime legislazioni? Il concetto di natura immutabile con le sue leggi oppure una natura che è sottoposta alla manipolazione genetica e quindi una natura in cui tutto è possibile perché giustificato previamente dal giudizio etico soggettivo o di una maggioranza numerica che non è informata correttamente sulle conseguenze che la manipolazione comporta?

4. La svolta epocale investe il cambiamento paradigmatico di questi concetti basilari del vivere comune, sottoponendoli a una lettura relativista e storicista senza precedenti. Si è accresciuta l’illusione che la scienza produca certezza perché è neutrale. Quale illusione fatidica! La scienza non è mai neutrale e non può mai dare neppure una certezza che non sia probabilistica. Ne è evidente conseguenza la proposta e l’approvazione di alcune leggi presenti in diverse legislazioni che hanno assunto supinamente questo orientamento, dimenticando il ruolo pedagogico e culturale che la legge possiede. Affermare come ha fatto di recente qualche ministro del Governo Zapatero che: «Questa legge non danneggia nessuno e non fa del male a nessuno», equivale a non comprendere il valore della legge e la sua funzione sociale.
A questa debolezza dei cristiani è subentrata l’arroganza di altri che vogliono imporre regole fuori da ogni orizzonte di civiltà. Tutti possono rivendicare il proprio ateismo, ma questo non è certo segno di progresso e di scienza. è bene ribadire con forza che i cattolici non sono i portatori di alcun fondamentalismo; abbiamo creato cultura, siamo oggi probabilmente gli unici ad avere uno sguardo lungimirante su ciò che comporta questo cambiamento epocale e alla stessa stregua dei laici desideriamo anche noi essere rispettati. D’altronde, chi potrà mai stabilire che i laici sono tra i più intelligenti, forieri di un vero progresso mentre noi saremmo ottusi e conservatori? Qualche nome, d’altronde, non stonerà in proposito: Anselmo, Tommaso, Alberto Magno non sono stati forse i fondatori delle università e i primi maestri in cui tutti si riconoscono? Grozio, Erasmo, Keplero, Copernico, Galileo, Mendel, Spallanzani. a cui si riconoscono le più grandi conquiste del diritto e della scienza moderna non erano forse cattolici e molti di loro preti? Adenauer, Schuman e De Gasperi non erano forse cristiani quando convenivano sul fatto di avere un’Europa unita? E chi stabilisce che l’oncologo Veronesi sia più qualificato a parlare di procreazione assistita invece del prof. Dallapiccola che è ordinario di Genetica alla Sapienza? Chi stabilisce che la fisica Levi Montalcini sia più competente in questo ambito della prof. Di Pietro che è biologa? Quando si stravolgono le regole etiche, allora la convivenza sarà difficile per tutti, perché crescerà il sopruso dei più forti sugli altri e neppure la legge potrà più essere garantita come criterio di civiltà.

5. Siamo tenuti a prendere in maggior considerazione alcuni contenuti per l’attenzione che stanno ottenendo nel contesto culturale, legislativo e mediatico di questo momento. In primo luogo, è necessario porre il tema della concezione della vita umana. La vera sfida che si staglia nei confronti del pensiero in generale e della fede in particolare, è la stessa visione della vita personale e le modalità della sua genesi, durata e termine ultimo. La sacralità della vita è oscurata per la tenacia di imporre una visione tecnicista, edonista ed effimera come se tutto dipendesse dal puro caso o dalla sperimentazione arbitraria e dove tutto si vive, cogliendo solo il semplice frammento senza preoccuparsi di una progettazione personale compiuta nella libertà che aprirebbe a spazi di vero futuro. Il mistero della vita viene frantumato per l’arroganza di voler dare a tutto una spiegazione partendo da sé, senza attendere che l’Altro possa intervenire nella vita. Tolta la sfera della dipendenza come gratuità si sviluppa la pretesa del possesso e si spezza anche l’ultimo bastione in difesa dell’amore come un donare se stessi per sempre senza nulla chiedere in cambio.
La prima conseguenza di questo modificato modo di porre la concezione della vita si manifesta nella cultura generalizzata secondo cui ciò che differenzia le persone non è la sessualità che è stata donata con il corpo, ma il genere che si è scelto di vivere. Il genere diventa la costruzione sociale in alternativa al sesso, come espediente per esprimere una libertà individuale di voler essere se stessi non in forza della natura, ma della propria volontà; espressione di libertà che si manifesta subito fragile e fittizia e che solo una impenitente faziosità persiste nel difendere. Tolta in questo modo, la differenza tra uomo e donna, si comprende facilmente che viene posta in crisi la prima cellula su cui la società si fonda: la famiglia. Carichi di una visione ideologica, che vuole relegale la concezione cristiana del matrimonio e della famiglia nella sfera dell’oscurantismo e della subordinazione della donna all’uomo, si insinua sempre più una visione individualista ed egoista della relazionalità tra le persone che mette in crisi l’istituzione stessa. Superfluo ricordare che la situazione di crisi che ha toccato la famiglia non fa altro che manifestare la permanente instabilità e crisi della società stessa. Per quanto paradossale possa sembrare, questa situazione di crisi spinge la società e gli individui a rinchiudersi sempre più in se stessi, aumentando l’insicurezza delle nuove generazioni. Se una società è costretta a verificare che al suo interno lo stile di vita che progressivamente si assume è quello del vivere soli (Austria 1/3; Italia 1/4), allora si dovrà ben riflettere sul senso stesso dell’essere societas. Se un Paese inizia ad avere un quarto o un terzo della popolazione che vive solo, allora è necessario che almeno per spirito di sopravvivenza si ponga rimedio.

6. La rincorsa a voler accontentare ogni tipo di simili manifestazioni, sembra spingere sempre più il legislatore ad assumere politiche pubbliche in netto contrasto con i principi etici fondamentali. Sarà bene ricordare che una legge composta sulla base del relativismo etico, avrebbe fondamenta talmente fragili da non poter neppure pretendere di essere assunta a norma dell’agire universale dei cittadini, perché offende la dignità stessa della legge prima ancora che la dignità del cittadino. Se non esistesse un’autorità morale capace di andare oltre la sfera dello Stato, allora sì, la libertà sarebbe realmente distrutta, perché di fatto un qualsiasi potere politico diventerebbe fondamento dell’istanza etica. Nel qual caso, la caduta in una strumentalizzazione del potere a proprio vantaggio, non sarebbe più solo un rischio e la porta al totalitarismo sarebbe spalancata. Pensare che la qualità della vita migliori, solamente perché si qualificano alcuni servizi di benessere, è illusorio e deludente se poi la concezione stessa della vita è lasciata all’arbitrio individuale. Ciò di cui dovremmo far prendere coscienza alle nuove generazioni è la responsabilità nei confronti della vita sic et simpliciter. La vita è il vero obiettivo del nostro impegno politico come credenti; in essa si racchiude l’essenza dell’annuncio cristiano: ‘La vita si è fatta visibile e noi ne siamo testimoni’ (1Gv 1,2). Responsabilità per la vita coinvolge di conseguenza l’essere responsabile per la natura, per l’uomo, per il mondo.

7. In questo ambito, è bene ricordarlo, i cristiani sono sempre stati in prima linea nel promuovere e difendere i principi basilari del vivere comune e civile. D’altronde, la stessa concezione di democrazia che si è imposta nella modernità non avrebbe potuto neppure essere concepita se il cristianesimo non avesse posto le premesse fondamentali per la sua genesi e il suo sviluppo. Merita, pertanto, ricordare quanto sia importante e non procrastinabile farsi promotori di un pensiero che chiarifichi la base stessa del diritto. In un periodo come il nostro in cui sembra che la vita civile, politica e sociale si debba sviluppare alla luce del diritto individuale, secondo il quale ognuno ha il diritto di creare un’unione matrimoniale come desidera, ad avere figli come vuole, a porre fine alla sua vita quando e come ha deciso e a imporre al legislatore di dare corpo a questo diritto, bisogna ribadire con forza che il diritto individuale non è solo una questione di coscienza singola, ma è primariamente un atto pubblico che deve essere regolato e limitato dalla forza della ragione, della giustizia e della convivenza reciproca. I nostri giovani studenti hanno l’esigenza di essere formati a questa visione della vita, alla correttezza del diritto e alla responsabilità di orientare pubblicamente queste tesi senza per questo venire emarginati. Presumere di avere ragione non per la forza degli argomenti, ma per la capacità a suscitare emozioni, non è esercizio di buona democrazia né tanto meno prerogativa di produrre cultura. Falsificare le carte dicendo che sperimentare con gli embrioni si possono curare delle malattie quali Alzheimer, Diabete e Parkinson è solo inganno e non meriterebbe risposta se la posta in gioco non fosse davvero così grande. Nascondere che le cellule staminali non sono solo embrionali, ma anche mature e che anzi queste danno maggior sicurezza nella ricerca è solo frutto della mistificazione che non aiuta a creare le premesse per un dialogo tra posizioni diverse.

8. In un momento culturale come il nostro dove l’uomo vive la tentazione di onnipotenza, perché si illude di essere padrone della vita, di poterla dare e togliere a suo piacimento, noi siamo il segno che la vita ha un carattere inviolabile e sacrale che neppure la scienza può misconoscere. La vita non è un esperimento da laboratorio, ma un’esperienza di trascendenza dove l’amore permette di percepire il mistero della partecipazione all’atto creativo dell’unico Padre. In questo senso, la fecondità dell’amore cristiano sa assumere in sé anche la rinuncia sofferta a poter procreare quando questa è segnata dal limite della natura. Questa fecondità, infatti, sa esprimersi in una pluralità di forme che sono reali espressioni di maternità e paternità responsabile. L’esperienza del proprio limite diventa forza per debordare in forme di donazione dinanzi alla povertà e alla solitudine che l’egoismo del mondo spesso impone. Questa fecondità prende il volto di una procreazione diversa, ma non per questo meno amorosa, e si trasforma in strumento di salvezza per tanti che non avrebbero possibilità alcuna di sperimentare l’amore di una famiglia. Una procreazione contro ogni possibilità inscritta nel proprio corpo non è affatto un segno di amore; essa, al contrario, evidenzia un egoismo latente che non accetta il proprio limite e impone la propria volontà come criterio di possesso e giudizio etico.

9. Su questi temi siamo impegnati perché la cultura all’interno della quale viviamo, possa ancora una volta esprimersi nelle sue esigenze e progettualità migliori con la partecipazione dinamica, attiva, competente e responsabile dei cristiani. è per questo che la nostra scelta diventa quella di difendere una legge che il Parlamento ha votato con grande fatica ma anche con profondo senso di responsabilità, venendo incontro a diverse istanze culturali. Noi non abbiamo voluto un referendum; non tocca a noi dare la prova. Noi abbiamo la presunzione di essere responsabili per il bene di tutti per questo per noi dire un sì o un no è troppo poco e rimane un’offesa all’intelligenza su un tema così delicato e fondamentale. Il nostro impegno concreto, civile e politico è quello previsto dalla legge che ammette di astenerci dal partecipare al voto. Noi non andremo a votare perché vogliamo impegnarci direttamente a non far dipendere un giudizio etico da un gruppo demagogico che propone solo pseudo valori. La nostra concezione della vita e dell’impegno sociale è talmente forte che, ancora una volta, ci vede propositivi di una scelta responsabile che chiediamo a tutti di condividere con noi.