Kyoto: un mondo più confuso e più inquinato?

Politiche ambientali

I paradossi di Kyoto

Al di là dei trionfanti slogan ambientalisti, con la decisione del 16 febbraio rischiamo di spostare le produzioni inquinanti verso l’India e la Cina…

Oggi entra in vigore il trattato di Kyoto. Esso obbliga tutti i paesi del mondo a ridurre le emissioni di gas che producono l’effetto serra e provocano il riscaldamento del nostro pianeta. L’India e la Cina ed altri paesi emergenti sono esclusi dagli obblighi della prima fase del protocollo di Kyoto, che nel periodo dal 2008 al 2012 impongono a tutti gli altri paesi di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra del 5,2 %.
Eppure l’India e la Cina sono tra i paesi al mondo che più producono inquinamento. Se avessero dovuto adeguare le proprie industrie alle norme previste dal trattato, ne avrebbero subito dei forti aggravi di costi. La crescita economica di India, Cina e degli altri paesi emergenti si ridurrebbe fortemente e, di conseguenza, si è detto, ne risentirebbe in modo grave la lotta al sottosviluppo e alla miseria di questi paesi. Il forte incremento di importazioni di combustibili fossili da parte di questi paesi rischia però di mettere in discussione le esenzioni loro concesse almeno fino al 2012. L’India ad esempio ha alcune fra le più inquinate città al mondo e molte di esse sono in perpetuo avvolte in uno smog di fumi nocivi di autoveicoli e industrie che irritano gli occhi e provocano lacrimazioni. Anche in India – come in Cina – la vendita di automobili sta esplodendo: nel 2004 l’incremento delle immatricolazioni è stato del 27,4 %. Uno studio dell’ONU mette in guardia sui rischi per la vita di milioni di persone derivanti dalla nuvola di inquinamento che avvolge tutta l’Asia meridionale. La nuvola, spessa 3 chilometri, si estende dall’Afghanistan allo Sri Lanka ed è un miscuglio tossico di ceneri, composti acidi, aerosol ed altre particelle. Questa nuvola d’inquinamento produce notevoli danni all’agricoltura (per il fenomeno delle piogge acide che rovinano i raccolti), e crea significativi cambiamenti climatici in tutta la regione.
Gli ambienti industriali indiani si rifiutano di prendere in considerazione misure che pongano limiti all’esponenziale espansione dell’industria manifatturiera locale. K P Nyati, un esperto di problematiche ambientali della Confederazione dell’Industria Indiana, ha dichiarato: “Se mai l’India dovesse accettare degli obbiettivi [limite] sarà in termini di emissioni pro capite, non per nazione” .
L’inquinamento di India, Cina, Stati Uniti
In effetti l’India, nonostante le sue città inquinate e nonostante la sua accelerata industrializzazione, ha un tasso di emissioni pro capite relativamente basso, circa 0,25 tonnellate annue nel 2001. In confronto, gli Stati Uniti producono un inquinamento pro capite 22 volte superiore. Il contributo indiano al tasso d’incremento mondiale di emissioni nocive è però del 3 % annuo, mentre quello americano è dell’1,5 %. Inoltre, mentre la popolazione indiana è di 1,050  miliardi di persone, quella americana è di circa 290 milioni e mentre la superficie degli Stati Uniti è di 9.600.000 kmq, quella dell’India è di circa 3.100.000 kmq con una densità di 324 abitanti per kmq, circa 10 volte superiore a quella americana, 29 per kmq.
Cifre diverse, ma di analogo orientamento, valgono anche per la Cina e non possono essere ignorate perché fondamentali per la dispersione dei fumi e l’impatto ambientale. Il punto principale è però che l’efficienza energetica di India e Cina, oltre che di molti altri paesi in via di sviluppo, è molto inferiore a quella delle economie sviluppate dell’Occidente. Il che vuol dire che per ogni punto di incremento del Prodotto interno lordo (Pil) in India e Cina, l’aumento del consumo di combustibili fossili è relativamente molto superiore e parallelamente molto superiore è anche il livello delle emissioni di carbonio, particolato e gas ad effetto serra.
Kyoto: un mondo più confuso e più inquinato?
Il primo paradosso di Kyoto è dunque che, se dai vincoli di Kyoto si esenta per ragioni comprensibili e condivisibili, una larga parte della popolazione mondiale – su una popolazione mondiale di 6 miliardi di persone gli abitanti di India e Cina sono circa 2,3 miliardi – si finisce per incentivare il trasferimento delle produzioni inquinanti in paesi che producono un inquinamento proporzionalmente maggiore. Se ne deduce che il probabile effetto netto del protocollo di Tokyo sarà un incremento e non un decremento netto dell’inquinamento.
Il secondo paradosso di Kyoto è che, in base agli attuali modelli climatici, se anche tutti i paesi al mondo applicassero strettamente i parametri del trattato, si potrebbe arrivare a posporre gli effetti del riscaldamento terrestre di appena 6 anni nel 2100, a fronte però di un costo di circa 150 miliardi di dollari all’anno fino a tale data. Bjorn Lomborg, un studioso di problemi ambientali ex attivista di Green Peace divenuto critico dell’ambientalismo, fa allora una proposta: invece di spendere tale enorme cifra per ottenere un ben piccolo beneficio climatico tra 100 anni, non sarebbe meglio spendere questa somma per altre e ben più urgenti emergenze umanitarie? Lomborg riferisce ad esempio che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, con la metà di tale cifra si potrebbe fornire acqua potabile, servizi igienici, cure mediche di base ed istruzione per tutti gli abitanti della terra. In conclusione, il paradosso di Kyoto spinge dunque ad ammettere che spenderemo una cifra enorme non per ottenere un piccolo beneficio climatico ma per sconvolgere il mondo, sia in termini economici sociali e politici, che di maggiore inquinamento. Alcuni giornali ed ambientalisti esaltano Kyoto come “un impegno sacro” per salvare “cieli azzurri, boschi verdi e acque limpide”.
Ad AsiaNews abbiamo un altro concetto del sacro ma rispettiamo tutte le opinioni. Speriamo solo che il dibattito ambientale si confronti su dati e fatti, non su preconcetti e mode culturali.


di Maurizio d’Orlando – Asianews 16 February 2005