Karol Wojtyla e l’Humanae vitae

Dal mondo

La lettura del cardinale arcivescovo di Cracovia

La verità dell\’«Humanae vitae»

Domenica 5 gennaio 1969 "L\’Osservatore Romano" pubblicò in prima pagina un ampio articolo del cardinale arcivescovo di Cracovia che – a distanza di cinque mesi – rileggeva e spiegava l\’enciclica di Papa Montini. Lo ripubblichiamo integralmente.

di Karol Wojtyla

 

 

Sembrerà strano che noi cominciamo le nostre riflessioni sull\’enciclica Humanae vitae partendo dall\’Autobiografia di M. Gandhi. "A mio avviso – scrive il grande uomo indiano – affermare che l\’atto sessuale sia una azione spontanea, analoga al sonno o al nutrirsi, è crassa ignoranza. L\’esistenza del mondo dipende dall\’atto del moltiplicarsi – dalla procreazione, diremmo noi – e poiché il mondo è dominio di Dio e riflesso del suo potere, l\’atto del moltiplicarsi – della procreazione, diremmo noi – deve essere sottoposto alla norma, che mira a salvaguardare lo sviluppo della vita sulla terra. L\’uomo che ha presente tutto questo, aspirerà ad ogni costo al dominio dei suoi sensi e si fornirà di quella scienza necessaria, per promuovere la crescita fisica e spirituale della sua prole. Egli tramanderà poi i frutti di questa scienza ai posteri, oltre che usarli a suo giovamento". In un altro passo della sua autobiografia Gandhi dichiara che due volte nella sua vita ha subito l\’influsso della propaganda che raccomandava i mezzi artificiali per escludere la concezione nella convivenza coniugale. Tuttavia egli arrivò alla convinzione, "che si deve piuttosto agire attraverso la forza interiore, nella padronanza di se stesso, ossia mediante l\’autocontrollo".

Rispetto all\’enciclica Humanae vitae, questi tratti dell\’autobiografia di Gandhi acquistano il significato di una particolare testimonianza. Ci ricordano le parole di san Paolo nella lettera ai Romani, riguardo alla sostanza della Legge scolpita nel cuore dell\’uomo e attestata dal dettame della retta coscienza (Romani, 2, 15). Anche al tempo di san Paolo una tale voce della retta coscienza era un rimprovero per quelli che, pur essendo "i possessori della Legge", non la osservavano.

Forse è bene anche per noi avere davanti agli occhi la testimonianza di questo uomo non cristiano. È opportuno avere presente "la sostanza della Legge" scritta nel cuore dell\’uomo e attestata dalla coscienza, per riuscire a penetrare la profonda verità della dottrina della Chiesa, contenuta nell\’enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Per questo all\’inizio delle nostre riflessioni, che mirano a chiarire la verità etica e il fondamento obiettivo dell\’insegnamento dell\’Humanae vitae, siamo ricorsi ad una tale testimonianza. Il fatto che essa sia storicamente antecedente all\’enciclica di qualche decennio, non diminuisce per nulla il suo significato:  l\’essenza del problema infatti rimane in entrambi la stessa, anzi le circostanze sono molto simili.

Il vero significato della paternità responsabile

Per rispondere alle domande formulate all\’inizio dell\’enciclica (Humanae vitae, 3), Paolo VI fa l\’analisi delle due grandi e fondamentali "realtà della vita matrimoniale":  l\’amore coniugale e la paternità responsabile (n. 7) nel loro mutuo rapporto. L\’analisi della paternità responsabile costituisce il tema principale dell\’enciclica, poiché quelle domande poste all\’inizio pongono appunto questo problema:  "Non si potrebbe ammettere che l\’intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasformi l\’intervento materialmente sterilizzante in un lecito e saggio controllo delle nascite? Non si potrebbe ammettere cioè, che la finalità procreativa appartenga all\’insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti? (…) non sia venuto il momento di affidare alla ragione e alla volontà più che ai ritmi biologici dell\’organismo – umano – il compito di trasmettere la vita?" (n. 3). Per dare una risposta a queste domande il Papa non ricorre alla tradizionale gerarchia dei fini del matrimonio, fra i quali il primo è la procreazione, ma, come si è detto, fa l\’analisi del mutuo rapporto tra l\’amore coniugale e la paternità responsabile. È la stessa impostazione del problema, propria della Costituzione pastorale Gaudium et spes.

Una retta e penetrante analisi dell\’amore coniugale presuppone un\’idea esatta del matrimonio stesso. Esso non è "prodotto della evoluzione di inconscie forze naturali", ma "comunione di persone" (n. 8), basata sulla loro reciproca donazione. E per ciò un retto giudizio sulla concezione della paternità responsabile presuppone "una visione integrale dell\’uomo e della sua vocazione" (n. 7). Per acquistare un tale giudizio, non bastano affatto "le prospettive parziali, siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico" (n. 7). Nessuna di queste prospettive può costituire la base per una adeguata e giusta risposta alle domande sopra formulate.

Ogni risposta che emana da prospettive, parziali non può essere che parziale. Per trovare una risposta adeguata, occorre avere presente una retta visione dell\’uomo come persona, poiché il matrimonio stabilisce una comunione di persone, che nasce e si realizza attraverso la loro mutua donazione. L\’amore coniugale si caratterizza con le note che risultano da tale comunione di persone e che corrispondono alla personale dignità dell\’uomo e della donna, del marito e della moglie. Si tratta dell\’amore totale, ossia dell\’amore che impegna tutto l\’uomo, la sua sensibilità, la sua affettività e la sua spiritualità, e che insieme deve essere fedele ed esclusivo. Questo amore "non si esaurisce tutto nella comunione tra i coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite" (n. 9); è perciò amore fecondo. Una tale amorevole comunione dei coniugi, per cui essi costituiscono secondo le parole della Genesi, 2, 24 "un solo corpo" è come la condizione della fecondità, la condizione della procreazione. Questa comunione essendo una particolare – poiché corporale e nel senso stretto "sessuale" – attuazione della comunione coniugale tra persone, deve realizzarsi al livello della persona e convenientemente alla sua dignità. In base a ciò si deve formulare un giudizio esatto della paternità responsabile.

Tale giudizio riguarda prima di tutto l\’essenza della paternità – e sotto questo aspetto è un giudizio positivo:  "l\’amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di "paternità responsabile"" (n. 10). L\’enciclica in tutto il suo contesto formula questo giudizio e lo propone come risposta fondamentale alle domande poste prima:  l\’amore coniugale deve essere amore fecondo, ossia "orientato alla paternità". La paternità propria dell\’amore di persone è paternità responsabile. Si può dire che nell\’enciclica Humanae vitae la paternità responsabile diventa il nome proprio della procreazione umana.

Questo giudizio, fondamentalmente positivo, sulla paternità responsabile richiede però alcune precisazioni. Solamente grazie a queste precisazioni troviamo una risposta universale alle domande di partenza. Paolo VI ci offre queste precisazioni. Secondo la enciclica, la paternità responsabile significa "sia (…) la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia (…) la decisione (…) di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita" (n. 10). Se l\’amore coniugale è amore fecondo, cioè orientato alla paternità, è difficile pensare che il significato della paternità responsabile, dedotto dalle sue proprietà, essenziali, possa identificarsi solamente con la limitazione delle nascite. La paternità responsabile viene perciò realizzata sia da parte dei coniugi, che grazie alla loro ponderata e generosa deliberazione si decidono a procreare una prole numerosa, come da parte di quelli che vengono nella determinazione di limitarla, "per gravi motivi e nel rispetto della legge morale" (HV 10).

Secondo la dottrina della Chiesa, la paternità responsabile non è, e non può essere solo l\’effetto di una certa "tecnica" della collaborazione coniugale:  essa infatti ha anzitutto e "per sé" un valore etico. Un vero e fondamentale pericolo – al quale l\’enciclica vuole essere appunto un rimedio provvidenziale – consiste nella tentazione di considerare questo problema fuori dell\’orbita dell\’etica, di fare degli sforzi per togliere all\’uomo la responsabilità delle proprie azioni che sono così profondamente radicate in tutta la sua struttura personale. La paternità responsabile – scrive il Pontefice – "significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare" sulle tendenze dell\’istinto – e delle passioni (n. 10). Questo dominio presuppone perciò "conoscenza e rispetto dei processi biologici" (n. 10), e ciò pone questi processi non soltanto nel loro dinamismo biologico, ma anche nella personale integrazione, cioè a livello della persona, poiché "l\’intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana" (n. 10).

L\’amore è comunione di persone. Se ad essa corrisponde la paternità, e paternità responsabile, il modo di agire che conduce a una tale paternità, non può essere moralmente indifferente. Anzi, esso decide, se l\’attuazione sessuale della comunione di persone sia o non sia autentico amore, "Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l\’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore" (n. 12).

L\’uomo "non può rompere di sua iniziativa la connessione inscindibile tra i due significati dell\’atto coniugale:  il significato unitivo e il significato procreativo" (n. 12). È proprio per questo che l\’enciclica sostiene la precedente posizione del Magistero e mantiene la differenza fra la così detta naturale regolazione della natalità, che comporta una continenza periodica e l\’anticoncezione che fa ricorso a mezzi artificiali. Diciamo "mantiene", perché "i due casi differiscono completamente tra di loro" (n. 16). C\’è tra di loro una grande differenza riguardo alla loro qualificazione etica.

L\’enciclica di Paolo VI come documento del supremo Magistero della Chiesa presenta l\’insegnamento della morale umana e insieme cristiana in uno dei suoi punti chiave. La verità dell\’Humanae vitae è dunque anzitutto una verità normativa. Ci ricorda i principi della morale, che costituiscono la norma obiettiva. Questa norma è scritta pure nel cuore umano, come prova almeno quella testimonianza di Gandhi, a cui abbiamo fatto appello all\’inizio di queste considerazioni. Non di meno, questo obiettivo principio di morale subisce facilmente sia delle soggettive deformazioni sia un comune oscuramento. Del resto simile è la sorte di molti altri principi morali, come ad esempio di quelli che sono stati rievocati nell\’enciclica Populorum progressio. Nell\’enciclica Humanae vitae, il Santo Padre esprime anzitutto la sua piena comprensione di tutte queste circostanze che sembrano parlare contro il principio della morale coniugale, insegnata dalla Chiesa. Il Papa si rende conto anche delle difficoltà, alle quali è esposto l\’uomo contemporaneo, come pure delle debolezze, a cui è soggetto. Tuttavia, la strada per la soluzione delle difficoltà e dei problemi non può passare che attraverso la verità del Vangelo:  "Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime" (n. 29). Il motivo di carità verso le anime, e nessun altro motivo, muove la Chiesa che "non lascia (…) di proclamare con umile fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica" (n. 29).

Una retta gerarchia dei valori

La verità normativa dell\’Humanae vitae è strettamente legata a quei valori che si esprimono nell\’obiettivo ordine morale, secondo la loro propria gerarchia. Questi sono gli autentici valori umani che sono legati alla vita coniugale e familiare. La Chiesa si sente custode e garante di questi valori, come leggiamo nell\’enciclica. Di fronte a un pericolo che li minaccia, la Chiesa si sente in dovere di difenderli. I valori autenticamente umani costituiscono la base e nello stesso tempo la motivazione dei principi della morale coniugale, rammentati nell\’enciclica. Conviene metterli in risalto, sebbene si siano già rilevati nelle argomentazioni precedenti, e la cosa è ben chiara, poiché il vero significato della paternità responsabile è stato nell\’enciclica già espresso nel rapporto all\’amore coniugale.

Il valore che sta alla base di questa dimostrazione, è il valore della vita umana, cioè della vita già concepita e anche nel suo sbocciare, nella convivenza dei coniugi. Di questo valore parla la stessa responsabilità della paternità, alla quale l\’intera enciclica è principalmente dedicata.

Il fatto che questo valore della vita già concepita o anche nel suo sbocciare non si esamini nell\’enciclica sullo sfondo della procreazione stessa come fine del matrimonio, ma nella prospettiva dell\’amore e della responsabilità degli sposi, pone il valore stesso della vita umana in una luce nuova. L\’uomo e la donna nella loro convivenza matrimoniale che è convivenza di persone, devono dare origine a una nuova persona umana. Il concepimento della persona attraverso le persone – ecco la giusta misura dei valori, che deve essere qui adoperata. Ecco nello stesso tempo la giusta misura della responsabilità, che deve guidare la paternità umana.

L\’enciclica riconosce questo valore. Sebbene essa non sembri parlarne molto, non di meno indirettamente lo fa risaltare ancor più, quando lo pone fermamente nel contesto di altri valori. Questi sono valori fondamentali per la vita umana, e insieme i valori specifici per il matrimonio e per la famiglia. Sono specifici, poiché soltanto il matrimonio e la famiglia – e nessun altro ambiente umano – costituiscono il campo specifico, in cui appaiono questi valori, quasi un suolo fertile, nel quale crescono. Uno di questi è il valore dell\’amore coniugale e familiare, l\’altro è il valore della persona, ossia la sua dignità che si manifesta nei più stretti e più intimi contatti umani. Questi due valori si permeano così profondamente, che in certo qual modo costituiscono un solo bene. Questo appunto è il bene spirituale del matrimonio, la migliore ricchezza delle nuove generazioni umane:  "i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di valori spirituali:  essa (la disciplina) apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace (…); favorisce l\’attenzione verso l\’altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l\’egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l\’educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonioso delle loro facoltà spirituali e sensibili" (n. 21).

Ecco il pieno contesto e nello stesso tempo la prospettiva universale dei valori, sui quali è fondata la dottrina della paternità responsabile. L\’atteggiamento di responsabilità si estende su tutta la vita coniugale e su tutto il processo di educazione. Solo gli uomini che hanno raggiunto la piena maturità della persona attraverso una completa educazione riescono a educare i nuovi esseri umani. La paternità responsabile e la castità dei mutui rapporti dei coniugi ad essa inerente, sono una verifica della loro maturità spirituale. Essi perciò proiettano la loro luce sull\’intero processo di educazione, che si compie nella famiglia.

L\’enciclica Humanae vitae contiene non solo perspicue ed esplicite norme concernenti la vita matrimoniale, la conscia paternità e la giusta regolazione della natalità, ma attraverso queste norme indica anche i valori. Essa conferma il loro retto senso e ci mette in guardia da quello falso. Essa esprime la profonda sollecitudine di salvaguardare l\’uomo dal pericolo di alterare i valori più fondamentali.

Uno dei valori più fondamentali è quello dell\’amore umano. L\’amore trova la sua sorgente in Dio che "è Amore". Paolo VI pone questa verità rivelata al principio della sua penetrante analisi dell\’amore coniugale, perché esso esprime il più grande valore che si deve riconoscere nell\’amore umano. L\’amore umano è ricco di esperienze che lo compongono, ma la sua ricchezza essenziale consiste nell\’essere una comunione di persone, cioè di un uomo e di una donna, nella loro mutua donazione. L\’amore coniugale è arricchito dalla autentica donazione di una persona ad un\’altra persona. Appunto questa mutua donazione della persona stessa non deve essere alterata. Se nel matrimonio si deve realizzare l\’amore autentico delle persone attraverso la donazione dei corpi, cioè attraverso "l\’unione nel corpo" dell\’uomo e della donna, proprio per riguardo al valore stesso dell\’amore, non si può alterare questa mutua donazione in nessun aspetto dell\’atto coniugale interpersonale.

Il valore stesso dell\’amore umano e la sua autenticità esigono una tale castità dell\’atto coniugale, quale è richiesta dalla Chiesa ed è richiamata nell\’enciclica stessa. In vari campi l\’uomo domina la natura e la subordina a sé, mediante i mezzi artificiali. L\’insieme di questi mezzi equivale in qualche modo al progresso e alla civilizzazione. In questo campo però, in cui si deve attuare attraverso l\’atto coniugale, l\’amore tra persona e persona, e dove la persona deve dare autenticamente se stessa (e "dare" vuol dire anche "ricevere" vicendevolmente) l\’uso dei mezzi artificiali equivale ad un alteramento dell\’atto di amore. L\’autore dell\’Humanae vitae ha presente il valore autentico dell\’amore umano che ha Dio come sorgente e che viene confermato dalla retta coscienza e dal sano "senso morale". E proprio nel nome di questo valore il Papa insegna i principi della responsabilità etica. Questa è anche la responsabilità che salvaguarda la qualità dell\’amore umano nel matrimonio. Questo amore si esprime pure nella continenza – anche in quella periodica – poiché l\’amore è capace di rinunciare all\’atto coniugale, ma non può rinunciare all\’autentico dono della persona. La rinuncia all\’atto coniugale può essere, in certe circostanze, un autentico dono personale. Paolo vi scrive a proposito:  "questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all\’amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano (n. 21).

Esprimendo la premurosa sollecitudine per l\’autentico valore dell\’amore umano, l\’enciclica Humanae vitae si rivolge all\’uomo e richiama il senso della dignità della persona. L\’amore infatti, secondo il suo autentico valore, deve essere realizzato dall\’uomo e dalla donna nel matrimonio. La capacità ad un tale amore e la capacità all\’autentico dono della persona richiedono da entrambi il senso della dignità personale. L\’esperienza del valore sessuale deve essere permeata di una viva consapevolezza del valore della persona. Questo valore spiega appunto la necessità della padronanza di sé che è propria della persona:  la personalità infatti si esprime nell\’autocontrollo e nell\’autodominio. Senza di essi l\’uomo non sarebbe capace né di donare se stesso né di ricevere.

L\’enciclica Humanae vitae formula questa gerarchia dei valori che si dimostra essenziale e decisiva per tutto il problema della paternità responsabile. Non si può capovolgere questa gerarchia e non si può mutare il giusto ordine dei valori. Rischieremmo una tale inversione e mutamento dei valori, se per risolvere il problema noi partissimo da aspetti parziali e non invece "dalla integrale visione dell\’uomo e della sua vocazione".

Ognuno di questi aspetti parziali in se stesso è molto importante e Paolo VI non diminuisce affatto la loro importanza:  sia dell\’aspetto demografico-sociologico, che bio-psicologico. Al contrario, il Pontefice li considera attentamente. Egli vuole impedire soltanto che uno qualsiasi degli aspetti parziali – qualunque sia la sua importanza – possa distruggere la retta gerarchia dei valori e possa togliere il vero significato all\’amore come comunione di persone e all\’uomo stesso come persona capace di autentica donazione, nella quale l\’uomo non può essere sostituito dalla "tecnica". In tutto questo però il Papa non trascura nessuno degli aspetti parziali del problema, anzi Egli li affronta, stabilendone il contenuto fondamentale e, legata ad esso, la retta gerarchia dei valori. E proprio su questa strada esiste la possibilità di un controllo delle nascite e quindi anche la possibilità di risolvere le difficoltà socio-demografiche. E perciò Paolo VI ha potuto scrivere con tutta sicurezza, che "i pubblici poteri possono e devono contribuire alla soluzione del problema demografico" (n. 23). Quando si tratta dello aspetto biologico e anche di quello psicologico – come appunto insegna l\’enciclica – la via della realizzazione dei rispettivi valori passa attraverso la valorizzazione dell\’amore stesso e della persona. Ecco le parole dell\’eminente biologo, professore P. P. Grasset dell\’Accademia delle Scienze:  "L\’enciclica va d\’accordo con i dati di biologia, rammenta ai medici i loro doveri e all\’uomo segna la via, sulla quale la sua dignità – così da parte fisica come da quella morale – non subirà nessuna offesa (Le Figaro, 8 ottobre 1968).

Si può dire che l\’enciclica penetra nel nucleo di questa problematica universale che ha impegnato il Concilio Vaticano ii. Il problema dello sviluppo "del mondo", sia nelle sue istanze moderne, come pure nelle sue prospettive più lontane, desta una serie di domande che l\’uomo si pone su se stesso. Alcune di esse, sono espresse nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. Non è possibile una giusta risposta a queste domande senza rendersi conto del significato dei valori che decidono dell\’uomo e della sua vita veramente umana. Nell\’enciclica Humanae vitae Paolo VI si impegna nell\’esame di questi valori nel loro punto nevralgico.

Profilo evangelico

L\’esame dei valori e attraverso di esso la norma stessa della paternità responsabile formulata nell\’enciclica Humanae vitae portano su di sé una particolare impronta del Vangelo. Ciò conviene ancora rilevare alla fine delle presenti considerazioni, sebbene fin dall\’inizio nessuna altra idea sia stata il loro filo conduttore. Le questioni che agitano gli uomini contemporanei "esigevano dal Magistero della Chiesa una nuova approfondita riflessione sui principi della dottrina morale del matrimonio:  dottrina fondata sulla legge naturale, illuminata ed arricchita dalla Rivelazione divina" (n. 4). La Rivelazione come espressione dello eterno pensiero di Dio ci permette e nello stesso tempo ci comanda di considerare il matrimonio come la istituzione per trasmettere la vita umana, nella quale i coniugi sono "liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore" (n. 1).

Cristo stesso ha confermato questa loro perenne dignità e ha innestato l\’insieme della vita matrimoniale nell\’opera della Redenzione e l\’ha inserita nell\’ordine sacramentale. Dal sacramento del matrimonio "i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l\’adempimento fedele dei propri doveri, per l\’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo" (n. 25). Essendo stata esposta nell\’enciclica la dottrina della morale cristiana, la dottrina della paternità responsabile, intesa come retta espressione dell\’amore coniugale e della dignità della persona umana, costituisce un\’importante componente della testimonianza cristiana.

E ci pare che sia proprio di questa testimonianza un certo sacrificio che l\’uomo deve compiere per i valori autentici. Il Vangelo conferma costantemente la necessità di un tale sacrificio e anzi lo conferma l\’opera stessa, della Redenzione che si esprime totalmente nel Mistero Pasquale. La croce di Cristo è diventata il prezzo della redenzione umana. Ogni uomo che cammina sulla via dei veri valori, deve assumere qualche cosa di questa croce come prezzo che egli stesso deve pagare per i valori autentici. Questo prezzo consiste in un particolare sforzo:  "la legge divina, come scrive il Papa, richiede serio impegno e molti sforzi", e subito aggiunge che "tali sforzi sono nobilitanti per l\’uomo e benefici per la comunità umana" (n. 20).

L\’ultima parte dell\’enciclica è un appello a questo serio impegno e a questi sforzi, sia all\’indirizzo delle comunità, affinché "creino un clima favorevole all\’educazione della castità" (n. 22), sia a riguardo dei pubblici poteri, come pure agli uomini di scienza, affinché riescano "a dare una base sufficientemente sicura ad una regolazione delle nascite, fondata sull\’osservanza dei ritmi naturali" di fecondità (n. 24). L\’enciclica fa appello infine ai coniugi stessi, all\’apostolato delle famiglie per la famiglia, ai medici, ai sacerdoti e ai vescovi come pastori delle anime.

Agli uomini contemporanei, irrequieti e impazienti, e nello stesso tempo minacciati nel settore dei più fondamentali valori e principi, il Vicario di Cristo rammenta le leggi che reggono questo, settore. E poiché essi non hanno pazienza e cercano delle semplificazioni e delle apparenti facilitazioni, Egli ricorda loro quale debba essere il prezzo per i veri valori e quanta pazienza e sforzo occorra per raggiungere questi valori. Sembra che attraverso tutte le argomentazioni e appelli dell\’enciclica, pieni per altro di una drammatica tensione, ci giungano le parole del Maestro:  "con la vostra perseveranza salverete le vostre anime" (Luca, 21, 19). Poiché in definitiva si tratta proprio di questo.

L\’Osservatore Romano – 28-29 luglio 2008