J. LEJEUNE: la scienza strumento di servizio o di dominio?

Vita: politiche di bioetica

La genetica umana e lo spirito


In un periodo in cui i temi della bioetica, in tutti i suoi aspetti, dalla fecondazione artificiale all’eutanasia, vengono a trovarsi sempre più al centro del dibattito del mondo culturale e scientifico, abbiamo voluto riportare l’intervento del famoso genetista, il professor Jérôme Lejeune al convegno “Le manipolazioni della vita: la scienza strumento di servizio o di dominio sull’uomo” tenutosi ormai circa 15 anni fa, il 18 maggio 1991 a Potenza presso l’Università degli Studi della Basilicata.
Un intervento che pur dopo tanti anni non ha perso nulla della sua importanza nel chiarire il vero legame che deve esistere tra scienza e morale.

Lo sviluppo delle tecniche biologiche è e sarà fulminante. Ma l’uomo, ne sarà egli fulminato? Tale inquietante domanda ci obbliga a riconsiderare la congerie di conoscenza, ipotesi e opinioni di cui dibattiamo ogni giorno.
È possibile mettere in ordine tutto questo in modo conforme al cammino dello Spirito?
Poiché è lo Spirito che dà la vita. Non si dà “materia vivente”. La materia non può vivere. Non può riprodursi. Ma esiste una materia animata.
L’oggetto della genetica, è esattamente quello di cogliere sul vivo ciò che anima la materia bruta, di descrivere quell’informazione che produce e controlla le miriadi di molecole capaci di canalizzare il pullulare dell’energia al fine di conformare il caso delle particelle alle nostre proprie necessità.
Nella vita, c’è un messaggio. E se questo messaggio è umano quella vita è una vita d’uomo. La materia animata dalla natura umana costruisce allora un corpo in cui prende carne uno spirito.
I doni dello Spirito, come è noto, sono in numero di sette. Resta da sapere se la loro enumerazione può servici da guida.
1
. Alla sapienza competerebbe anzitutto di precisare a quale uso sono destinati i mezzi di cui disponiamo.
Un esempio storico ci fará comprendere questo punto. Meno di mezzo secolo fa, un esecutore di aborti americano ebbe l’idea di applicare alla sua pratica l’effetto tossico dell’aminopterina, inibitore del metabolismo dell’acido folico (…).
Thiersch pensava di uccidere il bambino nel ventre di sua madre. Ciò che infatti egli fece. Ma alcuni non morirono se non tardivamente, colpiti da gravi anomalie del sistema nervoso:
spina bifida meningocele, anencefalia.
Trent’anni dopo, Smithells e poi Laurence scoprirono che l’acido folico somministrato alla madre al primissimo inizio della gravidanza, o anche un poco oltre, protegge i bambini contro tali malformazioni del sistema nervoso centrale.
Se il fine perseguito da Thiersch fosse stato la lotta contro una malattia e non l’aggressione contro dei bambini, la profilassi della spina bifida o dell’idrocefalia sarebbe stata inventata circa trent’anni prima: decine, centinaia di migliaia di bambini sarebbero stati protetti durante tutto quel periodo!(…)
Anche se i fatti saltano agli occhi, non si può vedere se non ciò che si cerca. Senza sapienza, niente intelletto: che è esattamente il secondo dono dello Spirito.
2. L’intelletto. Difendere ogni paziente, prodigare le proprie cure a ogni uomo senza chiedergli il suo nome, la sua razza, la sua religione, implica che ognuno di noi sia tenuto per unico e dunque insostituibile. Per accertarsi di questo occorrerebbe un’intelligenza dell’essere che proprio dalla genetica ci è fornito.
Il numero delle combinazioni possibili tra i diversi alleli, di cui padre e madre ci trasmettono la metà, supera talmente il numero degli uomini viventi o vissuti, che ognuno si trova dotato di una composizione originale che non si è mai prodotta e non si riprodurrà più.
Questa certezza statistica, noi l’abbiamo ora sotto gli occhi mediante il metodo Jeffreys. La tecnica sarebbe troppo lunga a descriversi, ma il suo principio è  il seguente.
Dopo aver estratto chimicamente l’ADN di una particella di tessuto, lo si tratta con enzimi che lo tagliano in frammenti, che vengono separati secondo la loro dimensione facendoli migrare in un campo magnetico su un supporto appropriato. Mediante l’azione della sonda Jeffreys, il risultato prende un aspetto familiare, del tutto paragonabile al codice a barre che si utilizza nei supermercati.
Delle linee parallele di spessore variabile e disugualmente spaziate fra loro definiscono un messaggio che un lettore ottico trasmette a un calcolatore. Subito appare il nome, la quantità e il valore del prodotto.
Nel codice a barre di ognuno di noi, carta di identità genetica strettamente infalsificabile, e che si porta sempre con sé, la metà delle bande sono identiche a quelle che si trovano presso il padre, l’altra metà provengono dalla madre.
Cosi sotto i nostri occhi si manifestano, insieme, l’originalità di ogni uomo e la sua vera filiazione.
Questi codici a barre potrebbero essere letti anch’essi da un calcolatore, come al supermercato. La sola cosa che la macchina non potrà mai mostrare, sarà il prezzo della vita umana.
Per riassumere con una parola ciò che la sapienza e l’intelletto ci rivelano della nostra natura umana, si potrebbe dire semplicemente: Né cosa né animale, il corpo umano è indisponibile. Di fronte alla legge, ogni essere umano è una persona, dal concepimento alla morte. Ecco ciò che sarebbe, un consiglio prudente.
3. Il consiglio si impone infatti quando un’azione biologica è applicata all’uomo, sia direttamente, è naturale, sia indirettamente.
Quattrocento anni prima dell’inizio della nostra era, il saggio di Cos fece giurare ai suoi discepoli: “Io trascorrerò la mia vita ed eserciterò la mia arte nell’innocenza e nella purezza; io non darò veleni anche se me ne si pregasse né suggerirò tale uso – questo è per l’eutanasia – e non darò pessari abortivi a una donna – e questo è per l’aborto”.
La saggezza e l’intelletto avevano dettato il consiglio all’uomo che fondò la nostra arte. E per più di duemila anni, tutti i maestri della medicina hanno costantemente ripetuto questo giuramento di Ippocrate.
Essi, peraltro, furono seguiti da tutte le autorità morali o politiche del mondo civile, fino a tempi recentissimi. Il Concilio Vaticano II non faceva che riprendere un insegnamento assolutamente generale e costante richiamando: “l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti“.
Tuttavia si deve osservare che oggi si possono accertare in utero numerose situazioni più o meno sfavorevoli. Poiché i mezzi biologici si affinano ogni giorno, si scopriranno le più infinitesimali imperfezioni, o anche le predisposizioni a disturbi molto tardivi, quali la corea di Huntington, che appare verso la quarantina, o il morbo di Alzheimer, che appare fra i cinquanta e i sessanta anni e conduce alla demenza.
Il consiglio comanda forse di eliminare le persone riconosciute portatrici di tare? No. Lo si può affermare.
Certo le malattie costano care, in sofferenza per i pazienti e le loro famiglie e in costo sociale per la comunità che deve sostituire i parenti se il costo sociale diventa per essi insopportabile.
L’ammontare di questo costo, in denaro e in dedizione, è noto: è proprio ed esattamente il prezzo che deve pagare una società per restare pienamente umana.
Pur senza evocare le deportazioni dei selettori nazisti, gnadentodt per gli “unlebensvertenLeben” (il colpo d grazia attraverso la morte, per le vite indegne di essere vissute), citerò un esempio molto più antico.
Non disponendo di diagnosi prenatale, gli spartiati attendevano la nascita per esporre nelle apoteche del monte Taigeto i neonati la cui complessione pareva loro incompatibile con la professione delle armi e la procreazione di futuri soldati. È il solo popolo della Grecia che abbia sistematicamente praticato questo implacabile eugenismo.
Di tutte le città della Grecia, Sparta è anche la sola a non aver lasciato in eredità all’umanità né uno scienziato, né un artista e neppure una rovina! Perché questa eccezione tra i greci, che erano gli uomini più dotati della terra?
È forse accaduto che, esponendo alla morte i foro malnati o i loro bambini troppo fragili, gli spartiati abbiano ucciso inconsapevolmente i loto poeti, i loro musici, i loro geometri? Si sarebbero in tal modo progressivamente instupiditi, attraverso una selezione a rovescio? Un tale meccanismo è ipotizzabile, ma non lo si può affermare con certezza. Oppure la loro sapienza e il loro intelletto erano già talmente degradati che essi commisero l’insipienza di uccidere i loro stessi figli?
La genetica non può fornire conclusioni, tanto più che entrambe le ipotesi potrebbero essere vere simultaneamente.
Se il consiglio sconfessa il culto ottuso della forza, ciò non esclude affatto che si debba tenere con fortezza alla verità, se non si vuole perdere il senno.
4. La fortezza dello spirito è infatti l’atto del resistere al crollo simultaneo dei tre doni precedenti, che oggi sono attaccati in tre tempi: diversione, inversione e perversione.
a. Anzitutto la diversione: “Non guardate l’essere che sparirà, ma considerate piuttosto le difficoltà che egli occasiona ai suoi familiari e alla società“.
b. L’inversione segue facilmente: “Quanto bene si potrebbe fare con il tesoro di denaro e di dedizione che così è speso invano!”.
c. La perversione si installa allora definitivamente: “È sufficiente sopprimere l’innocente“.
Non solo vengono eliminati quanti sono di peso (mediante l’aborto o l’eutanasia), ma si decreta che è eticamente accettabile sfruttare per presunti fini scientifici gli esseri che non hanno ancora la forza di manifestarsi.
Certo tutte le conquiste della genetica moderna sono state realizzate senza che la vita di un solo uomo sia mai stata messa in gioco. Ma i postulanti insistono, progetti di legge si accumulano, per reclamare i giovanissimi esseri umani.
Perché questa voglia di carne fresca?
Per una ragione preminente che non si usa assolutamente enunciare, tanto il suo realismo è sordido: un embrione di scimpanzè costa carissimo (bisogna provvedere all’allevamento). La vita umana non costa nulla. Essa ha anzi perduto ogni valore da quando nazioni per lungo tempo civili hanno rinnegato mediante un voto ciò che, per duemila anni e più, tutti i maestri della medicina avevano costantemente giurato.
La fortezza dello spirito è mancata invece al Parlamento britannico, lords e deputati inclusi. Dal 23 aprile 1990 i giovanissimi sudditi di Sua Graziosa Maestà britannica, fino a che non hanno raggiunto e compiuto i quattordici giorni, possono essere considerati come materiali da esperimenti.
Quale sventura che altri capi di Stato non abbiano seguito l’esempio ammirevole di Baldovino del Belgio, che rifiutò di firmare la condanna dei suoi più giovani sudditi, est regis tueri cives. È dovere del Re proteggere i cittadini.
5. La scienza embriologica ci insegna molto su questo punto.
Mi sia permesso di evocare qui il ricordo di una testimonianza resa in Tennessee, di fronte alla Corte di Maryville, nel corso di un processo in materia di divorzio.
La madre, di nome Mary, reclamava la custodia dei sette embrioni congelati, che ella aveva concepito con suo marito. Ella voleva trarli fuori dal freddo, ricondurli alla vita.
È cosa singolarissima che noi utilizziamo lo stesso vocaboloradice per definire sia la durata che si calcola con gli orologi, sia il calore che si calcola con un termometro: noi diciamo tempo e temperatura.
Ora, il moto delle molecole è esattamente il flusso del reale che passa, cosi che, abbassando la temperatura e arrestando il moto, noi “congeliamo” anche il tempo. La vita non è uno “slancio” quale Bergson lo pensava, poiché una volta fermato esso non potrebbe riprendere.
Mentre invece, se il prezioso edificio che contiene l’informazione per animare la materia non è stato distrutto dal congelamento, la vita si manifesta di nuovo, non appena il calore sia ritornato e dunque sia ritrovato il tempo.
Ammucchiati in un contenitore refrigerato con azoto liquido, privati di ogni libertà, in tale recinzione in cui il tempo stesso è fermato, i giovanissimi esseri umani sono per cosi dire internati in un “concentration can“, una cinta di concentramento.
Il giudice di Maryville lo aveva compreso benissimo.
Si tradusse tuttavia, in Francia; con “campo di concentramento”, traduzione doppiamente errata. Anzitutto, “can” significa “contenitore”, non “campo”. Inoltre, il “campo di concentramento” è un mezzo per accelerare terribilmente la morte, mentre il “concentration can” è un mezzo per rallentare terribilmente la vita!
È vero che, in entrambi i casi, la recinzione concentrazionaria è chiusa su innocenti!
Affidando le sette speranze di vita alla custodia della loro madre, il giudice di Maryville aveva pronunciato per la seconda volta, a tremila anni di distanza, il giudizio di Salomone; quella a cui il bambino deve essere affidato è quella che vuole che egli viva e che preferisce perfino che lo si dia a un’altra piuttosto che vederlo condannato per sempre.
Questo amore per il proprio discendente, questa pietà materna, ha per reciproco naturale l’amore del discendente per il proprio procreatore.
6. Il sesto dono dello spirito, per il genetista, la pietà filiale, è di una modernità stupefacente.
Si credeva finora che il patrimonio trasmesso dallo sperma e quello trasmesso dall’ovulo fossero strettamente omologhi (salvo i cromosomi sessuali).
Oggi sappiamo, grazie a Surani, a Swain e a Holliday, che ogni sesso segna con la sua “impronta” l’ADN che esso trasmette.
Un pò come lo studente che sottolinea il passaggio da utilizzare subito dopo e cancella quello da utilizzare più tardi, la metilazione dell’ADN segna i punti importanti.
L’uomo sottolinea ciò che permetterà di costruire le membrane e la placenta, la donna sottolinea le istruzioni per diversificare i tessuti necessari all’embrione.
Gli esperimenti sui topi hanno improvvisamente spiegato una patologia strana che si conosceva nella nostra specie.
Un ovulo fecondato contenente solo il messaggio maschile anche in doppio esemplare e con il numero voluto di cromosomi, non è un essere umano. Non forma che dei piccoli vasicoli, degli pseudo-sacchi amniotici: è ciò che è chiamato una mola idatiforme che può degenerare in cancro, il corionepitelioma. Reciprocamente, un ovulo fecondato contenente solo il messaggio femminile anche al completo, anche con due serie di cromosomi, non è neppure lui un essere umano: non fabbrica che pezzi staccati: pelo, denti, pelle, qualunque cosa, ma alla rinfusa, senza alcuna forma complessiva (è la crisi dermoide).
L'”impronta” maschile e l'”impronta” femminile sono simultaneamente necessarie al concepimento dell’essere umano.
Nell’ovulo fecondato, sfera minuscola del diametro di un millimetro e mezzo, si trova già, miniaturizzata all’estremo, la divisione del lavoro che ci è tanto familiare: all’uomo la costruzione del riparo e la ricerca del cibo. Alla donna l’elaborazione del bambino.
Questi fatti permettono di affermare che è necessario un uomo e una donna per generare un nuovo spirito.
Finita la pretesa di procreare “fra donne” fecondando un ovulo con il nucleo di un altro ovulo, prelevato da una “amica”.
Finito l’incubo “gay” del concepimento puramente maschile mediante introduzione di due spermatozoi in un uovo previamente privato del suo nucleo legittimo e impiantato più tardi in qualche utero prestato!
Svalutata la fantasticheria del miliardario che contava di riprodurre un “clone” a sua immagine per trasmettere nello stesso tempo il suo capitale ereditario e i suoi interessi finanziari!
La prima cellula che non avesse un padre e una madre, non potrebbe sopravvivere a lungo, l’essere non sarebbe neppure concepito!
Per il genetista, “onora tuo padre e tua madre, così da vivere a lungo”, è esattamente un comandamento divino: la natura gli obbedisce.
7. Qui inizia il timore di Dio, si potrebbe scrivere alla fine di questa enumerazione. Il timore, ma non l’abbandono di ogni speranza come all’entrata dell’inferno di Dante.
Eppure osservate la nostra potenza e dunque misurate i pericoli.
Noi abbiamo appena cominciato a pronunciare l’immenso messaggio genetico.
Esso riempirebbe l’equivalente di sei collezioni complete dell’Encyclopedia Universalis!
Nessun uomo lo leggerà per intero né potrà comprenderli, ma si metterà l’informazione in macchina. L’apparecchio ci restituirà, a domanda, il passaggio che ci interessa. Ancora, un robot sofisticato (utilizzando una speciale tecnica detta P.C.R.) ci fabbricherà su semplice domanda la porzione della molecola grazie alla quale si continuerà la sperimentazione, sia per eliminare un gene indesiderabile, sia per rattoppare un paragrafo carente.
Questa utilizzazione medica è altamente auspicabile e non solleva nessun problema morale, finché si opera con saggezza e nell’interesse personale del paziente.
Ma la nostra generazione non è la proprietaria della nostra specie.
L’ADN umano di cui noi siamo soltanto i depositari non è un materiale che si possa brevettare o vendere o pasticciare senza vergogna. Sarebbe necessario che le leggi lo dicessero: il genoma umano è indisponibile.
Si dirà: “Osereste proporre di imporre la vostra morale agli altri?!”.
In uno Stato pluralista che non fa riferimento a nessuna morale assoluta, tentare (legalmente, si intende) di far passare la propria morale nelle leggi del Paese, è molto più che un diritto, è il dovere del cittadino.
Il timore di cui è questione, non è affatto paura delle novità o terrore della tecnica; sottomesse ad un giusto governo, esse sono la chiave dell’efficacia.
Per impedire alla genetica di diventare inumana, le occorre assolutamente conservare il rispetto di ogni creatura, e nulla può meglio disporvela che il rispetto reverenziale per il Creatore.
Come si diceva un tempo: Timete Dominum et nihil aliud, ecco la vera libertà dello Spirito. Temete Dio e null’altro: tutta la scienza resterà l’onesta ancella degli uomini.


BREVE PROFILO
Il professor Lejeune (1926-1994), laureatosi in Medicina nel 1951 ed in Scienze Naturali nel 1961, ha collaborato fin dal 1952 con il Centro National de la Recherche Scientifique.
È stato titolare dal 1964 della cattedra di Genetica Fondamentale alla Facoltà di Medicina Necker Enfants Malades della Università di Parigi e consulente, come esperto in genetica umana, presso l’ONU dal 1957 e l’OMS dal 1962.
È stato membro della Pontificia Accademia delle Scienze, dell’Accademia delle Scienze di Londra, Boston, Stoccolma, Buenos Aires, Parigi e dell’Accademia dei Lincei a Roma.
Tra i molteplici riconoscimenti alla sua straordinaria opera si ricorda il conferimento della Laurea Honoris Causa all’Università di Düsseldorf (1973), Navarra (1974), Buenos Aires (1981) e Puebla (1986) ed il titolo di Professore Onorario all’Università di Santiago del Cile (1981).
II professor Lejeune deve la sua notorietà nel settore della genetica umana alle sue ricerche sul mongolismo (trisomia 21) che dal 1958 lo condussero a formulare per primo l’ipotesi del determinismo cromosomico in questa malattia. Tale scoperta costituisce uno dei capisaldi per il futuro sviluppo della genetica.
Per il complesso dei suoi lavori scientifici, è considerato uno dei pionieri della moderna citogenetica medica; le sue scoperte della trisomia 21, della malattia del “Grido del gatto” e delle traslocazioni autosomiche, gli attribuiscono un ruolo eminente tra i fondatori della patologia cromosomica umana.
Il professor Lejeune si è sempre impegnato, parallelamente alla sua attività scientifica, con coraggio, dedizione e convinzione alla difesa della vita (sin dal primo momento del concepimento) contro i molteplici attacchi che ad essa vengono perpetrati in una operazione di degradazione morale e civile.


Famiglia Domani Flash, n. 4, Ottobre – Dicembre 2004, pp. 3-6