Italiani, pagate caro il Governo che vi salva…

Dal mondo

QUANTO COSTA LA CARICA DEI 102 DEL SUPERPRODI


Esclusivo. Si tratta di quindici milioni all’anno che con l’estensione dei benefit potrebbero aumentare di altri 3 milioni e 700mila euro. Ai 64 non parlamentari che fanno parte dell’esecutivo viene riconosciuta la stessa indennità dei deputati

Quanto costa il governo di Romano Prodi ai contribuenti italiani? È presto detto: più di 8 milioni e mezzo di euro all’anno. 43 milioni per l’intera legislatura, ammesso che la completi. No, non sono numeri tirati a casaccio. Spiegheremo più avanti come si arriva a calcolare questa cifra. Intanto partiamo da una premessa: tutti i governi, a prescindere dal colore, costano. La politica costa. Non c’è legge in Parlamento che ottenga maggior consenso trasversale di quella che preveda aumenti di stipendi per i politici o nuovi rimborsi per i partiti. Detto questo, però, va sottolineato che il governo Prodi costa di più dei precedenti. Non perché sia più prezioso o per via dell’inflazione. Le motivazioni sono di carattere politico e sono almeno due. La prima attiene alla natura della coalizione di centrosinistra che è composta da almeno dodici partiti. E tutti hanno preteso rappresentanza governativa. Si spiega così la genesi dell’esecutivo più numeroso della storia, la cosiddetta “carica dei 102” di cui la letteratura giornalistica ha ampiamente trattato. Il secondo motivo, quello che ci interessa, riguarda l’esito equilibrato del risultato elettorale. Che, a sua volta, ha determinato una maggioranza risicatissima, specie al Senato. Va da sé che, per non distogliere i (pochi) senatori e deputati di maggioranza dalle sedute parlamentari, i partiti dell’Unione abbiano scelto di essere rappresentati al governo soprattutto da tecnici o personale politico non eletto. Ed ecco il nocciolo della questione: il maggior costo del governo Prodi è dato dai ministri e sottosegretari non parlamentari (64 in tutto) cui tocca ugualmente lo stipendio da parlamentare. È quanto stabilisce una legge entrata in vigore il 16 novembre 1999 che concede «ai componenti non parlamentari del Governo un’indennità pari a quella spettante a deputati e senatori, al netto degli oneri previdenziali e assistenziali».


Bene, vediamo allora quanto guadagna un parlamentare.
L’indennità, per legge, deve corrispondere a quella di un magistrato con funzione di presidente di sezione della Corte di Cassazione.
Con la Finanziaria del 2006, il governo Berlusconi, volendo ridurre i costi della politica, ha tagliato l’importo del 10 per cento. Ed ora è pari a 5.419,46 euro, al netto delle ritenute previdenziali (749,79 euro) e assistenziali (503,59 euro), della quota contributiva per l’assegno vitalizio (692,42 euro) e della ritenuta fiscale (3.555,63 euro). Tutto ciò, dal ’99, spetta anche ai componenti del governo, a prescindere dall’elezione in uno dei due rami del Parlamento.
Come si arriva alla cifra di 8 milioni e mezzo di euro?
Semplicemente moltiplicando l’indennità lorda per dodici mensilità e, il totale, per 64 tra ministri, viceministri e sottosegretari. Se a questa somma ci aggiungiamo l’indotto (cioè lo stipendio per almeno due dipendenti e un autista), la tassa annua che i cittadini pagano per essere governati da Romano Prodi lievita a 15 milioni tondi di euro.


Il caso, tuttavia, non finisce qui. Mentre in pubblico il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, annuncia l’intenzione di voler tirare la cinghia per ridurre la spesa pubblica, gli sherpa unionisti stanno lavorando in gran segreto a un emendamento da inserire nel decreto legge relativo allo spacchettamento dei ministeri, che sarà approvato tra due settimane in Senato con il salvacondotto del voto di fiducia.


L’emendamento in questione, a quanto apprende L’Indipendente, estenderebbe ai componenti non parlamentari del governo tutti i benefit di cui godono deputati e senatori. Che nella fattispecie sono: la diaria (4003,11 euro), il rimborso per le spese di segreteria (4.190 euro), le spese di viaggio e di trasporto (3.995,10 euro per trimestre) e ancora indennizzi per viaggi studio (3.100 euro annui), spese telefoniche (3.098,74 euro annui), assistenza sanitaria. La nuova normativa comporterebbe un maggior onere, per il 2006, di 3 milioni e 700 mila euro circa.
Dove i tecnici dell’Unione abbiano intenzione di trovare la copertura finanziaria non è dato da sapere. Di sicuro c’è che un incentivo del genere stimolerebbe molti politici con il doppio incarico, parlamentare e istituzionale, a lasciare il primo per dedicarsi esclusivamente al secondo, senza perdere nulla.


Gli occhi sono puntati sul Senato, dove l’Unione è alla disperata ricerca di “braccia-lavoro” per assicurarsi la maggioranza. Allo stato, i senatori al governo sono otto: i ministri Clemente Mastella e Livia Turco, il viceministro Roberto Pinza, e i sottosegretari Beatrice Magnolfi, Alberto Maritati, Paolo Giaretta, Filippo Bubbico e Gianni Vernetti. Della truppa, l’unico ad aver dato la propria indisponibilità alle dimissioni è il ministro di Giustizia. Al capogruppo dell’Ulivo, Anna Finocchiaro, ha fatto sapere che «per lui, che è segretario di un partito, la tribuna parlamentare è di straordinaria importanza». Insomma, da Palazzo Madama, Mastella non schioda. Gli altri, invece, stanno valutando seriamente l’opportunità. Specie se dovesse arrivare quel “piccolo” incentivo economico di cui sopra.


di Salvatore Dama


L’INDIPENDENTE 17 giugno 2006