Islam senza lumi

I diversi islam

INTERVISTA

Il politologo tunisino Redissi : «I musulmani non hanno mai ripensato la loro obsoleta ideologia. È più facile aggredire gli altri»

«Oggi il Medio Oriente è fiero del suo rifiuto della modernità È impossibile che si affermi la democrazia»

E Jean-Luc Pouthier


Un'”eccezione”, un’anomalia, che rende l’islam incapace di coniugarsi con la modernità: l’ha individuata ed analizzata Hamadi Redissi, esperto di Medio Oriente e professore all’università di Tunisi, che nel suo ultimo libro, L’exception islamique (L’eccezione islamica, pubblicato in Francia dalle Éditions du Seuil), pone il mondo musulmano di fronte alla sfida del rinnovamento.

Professor Redissi, che cos’è l'”eccezione” islamica?

«È una somma di dubbi sulla capacità dell’islam di sposarsi con la modernità e adeguarsi ai valori dell’Illuminismo: valori universali, che ritengo siano i capisaldi della democrazia».

Non la pensa così la maggior parte degli intellettuali musulmani contemporanei.

«Io non cerco la provocazione. Prima di essere un intellettuale sono un ricercatore che fa un lavoro scientifico. E qui la posta in gioco è la verità. Non pretendo che il mondo arabo-islamico cammini al passo dell’Occidente, che segua lo stesso percorso, però una cosa è certa: le vie della modernità sono numerose, ma, alla fine, sboccano tutte in una società moderna e democratica. La mia riflessione è cominciata molto prima dell’11 settembre. Quell’evento mi ha obbligato a rivedere il mio lavoro ma ha confermato l’intuizione di base: l’idea di un islamismo “post-moderno” compatibile con la democrazia è una chimera. L’islamismo è ormai l’ultima ideologia che predica la violenza come modo di risolvere i conflitti politici».

Lei attribuisce un valore negativo a questa “eccezione” islamica, eppure, in genere, ciò che è “eccezionale” viene percepito come positivo.

«Bisogna distinguere il quadro teorico da un discorso più proprio sull’islam. Quando gli americani vantano la loro “eccezionalità” fanno riferimento al loro sentirsi più religiosi, più ottimisti, più intraprendenti, più liberali e più individualisti degli europei. L’eccezione è positiva, inoltre, quando alcune società vincono la scommessa della modernità, come è successo in Giappone o nei Paesi asiatici. I musulmani, invece, presentano se stessi come un eccezione in modo del tutto ambiguo. Perché il loro discorso rinvia alla competizione con le altre religioni monoteiste: l’ebraismo e il cristianesimo. Dunque cambia la natura dell’eccezione: non si tratta più di una questione culturale o politica. I musulmani si considerano “a parte” come una comunità di fede, di religione, del tutto eccezionale. E sottolineano l’evidenza di questa eccezione spiegando che, nel passato (nel Medioevo), sono riusciti a realizzare delle sintesi uniche con la filosofia greca o con l’ebraismo. Ora: questa conciliazione degli opposti, che a suo tempo fu, effettivamente, un grande successo, è ormai un handicap di fronte alla modernità».

Perché?

«Perché l’islam, fiero di questa eccezione, ha poi evitato di affrontare le cause delle sue difficoltà. Fu il caso, in particolare, dei grandi riformisti del XIX secolo. Essi rifiutarono di trattare i problemi con cui l’islam si doveva confrontare: il colonialismo, l’Occidente. Condivido pienamente la critica dell’imperialismo: è una questione importante ma, secondo me, non determinante. L’islam deve procedere a un sincero esame di coscienza. Ed è un processo complicato, perché è molto più facile accontentarsi di accusare gli altri che rivolgere un pensiero critico su se stessi».

A cosa porterebbe questo esame di coscienza?

«Consentirebbe all’islam di uscire dallo stallo in cui si trova. Nei Paesi musulmani, i religiosi condizionano lo Stato, che, per parte sua, condiziona l’opinione pubblica. Bisogna rompere questa catena. Esiste una connivenza fatale tra i politici, i religiosi e la gente. I politici diffidano della religione, ma da essa traggono la loro legittimità; i religiosi fingono di essere obbedienti per meglio preservare la legge islamica, e l’opinione pubblica di accontenta di questo circolo vizioso perché è condizionata da una visione anacronistica della religion e, insegnata nelle scuole pubbliche e diffusa dai media».

Concretamente, che cosa sarebbe opportuno fare?

«Innanzitutto, rifiutare la violenza. La jihad è obsoleta. La risoluzione pacifica dei conflitti è legge nelle società moderne. Secondariamente, bisogna riflettere su cos’è una società fondata sull’etica del lavoro. Infine, bisogna portare a termine quattro riforme che riguardano la politica, l’educazione, la secolarizzazione (il rapporto tra religione e politica) e la condizione delle donne. In breve, bisogna arrivare a una visione dell’islam compatibile con la modernità, la democrazia e i diritti dell’uomo. Queste riforme sono state lanciate dall’Occidente in ragione della sua presenza massiccia, all’epoca coloniale, e della sua supremazia economica, attualmente. A un certo punto, è stato improvvisamente chiesto agli arabi di avviare un processo di riforma, e le riforme, imposte dall’esterno o arrivate dal basso, si sono arenate. È arrivato il momento di abbandonare sentimenti nostalgici di un islam delle origini che ormai è solo una finzione. Il terrorismo islamico si nutre dell’autoritarismo e della confusione fra religione e politica. La sfida più urgente, adesso, è quella di osare a pensare in modo nuovo».

(per gentile concessione del quotidiano «La Croix».
Traduzione di Barbara Uglietti)

Da Avvenire on Line del 24 luglio 2005