«Io, Barabba convertito da Gibson»

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CINEMA E FEDE
Trent’anni di carriera tra teatro, cinema e tv e una continua ricerca di senso in giro per il mondo, tra brahmini indù e monaci tibetani, fino all’incontro con il regista. «Ho capito tutto da uno sguardo».


L’attore Pedro Sarubbi svela i retroscena del set di «The Passion»: «Quel Gesù mi ha cambiato dentro»

Di Angela Calvini


A lezione da Barabba. Di recitazione, ovviamente: stiamo parlando di Pedro Sarubbi che tanti ricordano col feroce e drammatico ghigno di Barabba nel film The Passion di Mel Gibson. Quarantatré anni, l’attore vanta 30 anni di carriera nel teatro (ha lavorato con grandi come Grotowski e Kantor), nel cinema (Il mandolino del capitano Corelli) e nella tv, dal 15 febbraio dirigerà il primo Master di recitazione televisiva e teatrale per attori professionisti alla Scuola Civica d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. E anche se ha girato il mondo, lui preferisce vivere in una cascina fuori Milano con la moglie, quattro figli e tanti animali.
Senta Sarubbi, ma cos’è successo sul set di «The Passion» dopo quelle poche sequenze?
«C’è stata una svolta non solo professionale, ma soprattutto umana. Non mi vergogno di dire che sul set di The Passion mi sono convertito. Tutti noi attori siamo un po’ cambiati dopo quell’esperienza, ma io l’ho capito man mano che parlavo del film in qualche conferenza».
Ma lei era credente prima?
«La mia ricerca spirituale era cominciata tanti anni fa e mi ha portato in giro per il mondo. Ho fatto una lunga ricerca antropologica sul rapporto tra uomo e attore, tra teatro e rituale sociale. Ho imparato così le arti marziali dai monaci Shaolin e sono rimasto in un monastero tibetano 6 mesi con il voto del silenzio; ho studiato meditazione in India e ho vissuto in Amazzonia. Il mio traguardo l’ho raggiunto con Gesù».
È vero che è stato Mel Gibson a darvi la carica spirituale giusta sul set?
«Io volevo fare san Pietro, ma Gibson aveva scelto gli attori in base alla somiglianza ai dipinti del Caravaggio e di altri grandi pittori. Gibson mi aveva detto di non guardare mai Jim Caviezel (che impersonava Gesù Cristo) fino all’ultimo. “Barabba è come un cane inferocito, ma una volta è stato cucciolo anche lui: e incontrando il figlio di Dio si salva – mi diceva -. Voglio che i l tuo sguardo sia quello di chi vede per la prima volta Gesù”. Ho fatto come mi ha detto e quando ho incrociato i suoi occhi ho sentito una corrente elettrica, era come se guardassi davvero Gesù. In tanti anni di carriera una cosa così non mi era mai successa».
Ed ora la sua vita come è cambiata?
«Non è facile tornare a fare il bravo ragazzo, ma ce la sto mettendo tutta perché quegli occhi restano un monito per me. La mia famiglia viene prima di tutto e poi faccio il clown per i bambini ricoverati negli ospedali. Inoltre c’è il mio lavoro: insegno come comportarsi in pubblico ai manager delle aziende, insegno alla Scuola civica di cinema di Milano e alla Paolo Grassi, inoltre collaboro con il dipartimento di lingue dell’Università di Milano. Ora sto girando a Roma una sit-com per Sky».
E il nuovo Master milanese?
«Nasce da un’esigenza molto sentita dagli attori professionisti milanesi, preparatissimi per il teatro ma meno per il cinema e la tv. Terrò lezioni in vista della prossima nascita a Milano della Cittadella del cinema e della televisione. Il mio metodo? Lo chiamo “il guerriero, il sacerdote e il clown”: nella vita occorre essere forti e onesti, spirituali e giocosi. Un uomo armonico e giusto è anche un attore giusto».


Avvenire 4 Febbraio 2005