India: ogni anno cinque milioni di aborti soltanto di feti femmina

India, la lugubre contabilità delle quote rosa degli aborti selettivi


Ogni anno sono praticati cinque milioni di aborti soltanto di feti femmina. L’India è diventata la nazione al mondo con la percentuale più bassa di donne, ne mancano all’appello 60 milioni…

Roma. “Paga 500 rupie e risparmiane 50.000”, si legge sui muri del distretto di Salem, in India. Tradotto, abortisci subito un feto femmina e risparmierai in denaro cento volte tanto. Ranu, una diciottenne proveniente dalla regione indiana del Rajasthan, ha strangolato le sue prime due figlie e abortito le altre tre. “Ucciderò anche le altre se nasceranno femmine”. E’ solo una delle voci all’interno dell’ultimo rapporto dello United Nations Population Fund, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di demografia. In India mancano all’appello più di sessanta milioni di femmine fra gli zero e i sei anni. L’Indian Medical Association ha lanciato un appello ai leader religiosi per fermare questo “olocausto silenzioso”. Il primo ad aver risposto è stato Akal Takht, la massima autorità sikh. India Today è arrivata a parlare dei medici come della “Gestapo dei generi” e il posato The Hindu a titolare: “Dall’utero alla tomba”. Nei giorni scorsi si è messa in moto una carovana di veicoli per attraversare il paese e denunciare la china demografica. E’ guidata dal leader religioso Swami Agnivesh: “Non c’è forma più dolorosa, abominevole e priva di pudore di questo aborto di massa”. “Dove sono andate a finire tutte le ragazze?”, si chiedeva il Financial Times nel febbraio del 2003. Ogni anno sono praticati cinque milioni di aborti soltanto di feti femmina. L’India è diventata la nazione al mondo con la percentuale più bassa di donne. Continua The Hindu: “Negli anni Ottanta era un sospetto, nei Novanta una vaga certezza, oggi un fatto incontrovertibile. Siamo di fronte a un’emergenza nazionale, a un’epidemia dalle conseguenze sociali terribili”. Nel paese che riserva il quaranta per cento delle quote in Parlamento alle donne, si sta consumando la funerea profezia del 1991 del premio Nobel per l’economia Amartya Sen: “Mancheranno un milione di donne per ogni censo annuale. E’ una rivoluzione tecnologica di tipo reazionario. Il sessismo dell’aborto selettivo”. Nell’ottobre scorso Sen è tornato a denunciare “la strage delle bambine”: “In paesi come la Cina e la Corea del Sud e in alcune zone dell’India, le nascite di bambine sono in diminuzione rispetto a quelle maschili. Il progresso scientifico consente adesso la determinazione prenatale del sesso, così le donne subiscono questa altra offesa, una sorta di discriminazione high tech, l’aborto selettivo”. Nel 1981 in India c’erano 962 femmine ogni 1.000 maschi, nel 1991 sono scese a 945 e nel 2001 a 927. La norma è di  1.050 femmine ogni 1.000 maschi. Anche Stati poveri, come il Brasile, si attestano sulle 1025. Si parla già di 23 milioni di indiani che non troveranno una compagna. Il governo ha detto che è a rischio il futuro del paese. Per la United Nations Population Fund “non è un fenomeno raro, accade dovunque e senza ostacoli. Non è una pratica diffusa fra i poveri e gli illetterati, ma in crescita nelle regioni più ricche, dalla prosperità relativa e con un’elevata educazione”. Nel Punjab, la regione che traina il terziario indiano, le femmine sono scese addirittura a 793 ogni 1.000 maschi. Seguono Gujarat e Haryana, i due Stati più ricchi della federazione. Nel 1991 non un solo distretto indiano aveva meno di 800 femmine. Oggi se ne contano quattordici. Lo Stato dell’Andhra Pradesh ha offerto 2.000 euro alle famiglie che decidono di non abortire le femmine. Nei villaggi, ma anche nelle grandi città, sono moltissime le cliniche che offrono a prezzi stracciati l’esame ecografico alle donne incinte. La messa al bando dei test prenatali non ha mai funzionato. Entrata in vigore nel 1996, la legge ha registrato solo una manciata di denunce. “Le femmine sono una specie a rischio”, titola Times of India. Secondo la legislazione indiana, il medico dovrebbe limitarsi a comunicare alla famiglia esclusivamente le condizioni di salute del bambino e invece sono molti coloro che, in cambio di forti somme, comunicano il sesso del nascituro. Per aggirare la legge nell’ultimo periodo ginecologi ed ecografisti hanno inventato un codice verbale attraverso il quale, porgendo un semplice augurio o un saluto alla coppia, forniscono loro l’informazione desiderata. “Jai Ambe” per una bimba, “Jai Shri Ram” (Ram è una incarnazione del dio Visnu) o “Jai Ganesh” (dio della felicità e prosperità raffigurato con la testa di elefante,  figlio di Shiva) per annunciare la nascita di un maschio. Altri ricorrono direttamente alla “V” di vittoria se si tratta di un maschio. C’è chi offre dolcetti di tipo diverso a seconda del sesso. Le insegne dei laboratori che eseguono i test sono ormai dovunque: “Ultrasuoni. Un bambino sano”. La femminista indiana Anna Dani scrive che “la scoperta degli ultrasuoni si è dimostrata una nemesi per il feto femmina. La classe medica ha capito velocemente le opportunità che si celano dietro le insaziabili richieste di un figlio maschio”. In India circola anche un film, “A nation without women”. Si apre con la sequenza di una bambina appena nata annegata dalla madre in un calderone di latte. Queste proiezioni hanno spinto un celebre ginecologo indiano Behram Anklesaria a dichiarare che “il feticidio femminile è bioterrorismo”. Lo stesso ha fatto un altro medico abortista, Mahendra Patel, che in venticinque anni ha praticato più di 30.000 aborti con un ritmo di sei al giorno: “Ora so che la soluzione alla povertà e al disagio non è l’aborto, ma l’educazione. Ho posto fine a 30.000 vite. Se riuscirò a salvarne almeno una, questa laverà i miei peccati”. Nel distretto di Patiala, un insieme dimesso di villaggi, baracche e piccole città, in dieci anni il numero delle femmine è sceso di 100 unità ogni 1.000 maschi. “E’ a causa dei test, le macchine per determinare il sesso del non nato sono ormai dovunque”, dice un ginecologo dell’ospedale di Dera Bassi, che aggiunge: “Un aborto costa solo 44 dollari e tutte le coppie indiane chiedono di determinare il sesso del loro figlio”.
Malformati senza alcuna possibilità
Per non parlare dei feti con malformazioni, che finiscono abortiti nella stragrande maggioranza dei casi. Il Medical Termination of Pregnancy Act del 1971 specifica addirittura che il bambino disabile non ha diritto a nascere. Quando Biresh Poddar, commerciante di Calcutta, strangolò moglie e cinque figlie femmine, la sua storia fece il giro del mondo: “Non mi ha regalato dei figli”, disse della moglie al processo. Già nel 1985 un sondaggio rivelava che il 90 per cento delle amniocentesi in India era finalizzato alla determinazione del sesso del feto. “Gli aborti qui sono a basso rischio e con un alto profitto. Come specialista nella medicina fetale, posso dire che nessuna donna incinta soffrirà se il test degli ultrasuoni venisse davvero bandito – dice Puneet Bedi, un ginecologo di Nuova Delhi – Il test è usato per salvare un feto su 20.000 e ucciderne 20 su cento perché del sesso sbagliato”. Un dramma che attraversa anche i  cristiani, come spiega John Dayal, presidente di All India Christian Council: “Il feticidio è praticato anche nelle loro comunità”. La Chiesa cattolica ha tentato di sensibilizzare la popolazione lanciando un Girl Child Day annuale. Nel Kerala sono nate delle associazioni che accolgono le madri che hanno deciso di non abortire e di non abbandonare i loro figli.
Sono molti i medici che difendono pubblicamente l’eugenetica intrauterina. Divya Kulkarni, una ginecologa di Belgaum, sostiene che “è più umano della pratica dell’infanticidio”. Anche la diagnosi preimpianto, eseguita su circa 15.000 nascite in provetta ogni anno, sta diventando uno strumento per la selezione, tanto che il governo sta studiando un emendamento alla legge del 1996 (che proibiva gli screening genetici) per, di fatto, abolirla. “In un embrione di sei-otto cellule, una viene prelevata per fare lo scanning. Se è femmina, viene quasi sempre scartata. Se invece è maschio viene impiantato”, spiegano dal Medical Council of India. Nel 1985 l’India, insieme alla Cina, fu uno dei primi paese a sperimentare la Ru486. Nel settembre scorso il ministero della Salute ha annunciato che tutte le donne, indipendentemente dalla loro età, potranno fare ricorso alla Ru486. La pillola può essere acquistata senza bisogno di prescrizione medica e si potrà trovare sugli scaffali di farmacie e drogherie. Costerà soltanto 80 centesimi di euro. “I medici qui stanno diventando degli impiegati che praticano aborti in modo automatico”, racconta al New York Times Namrata Madan, un obiettore di coscienza che lavora in consultori privi di reale capacità di persuasione. “La pillola ci sta portando nell’era dell’aborto fai-da-te”. Una giornalista indiana, Seema Sirohi, si è sfogata sull’americano Cristian Science Monitor: “Sbaglia di grosso chi sostiene che le indiane che abortiscono i feti femmina stanno esercitando una ‘libertà di scelta’. Una donna indiana deve produrre un figlio. A differenza delle americane, le femministe indiane non si stanno battendo per mantenere legale l’aborto, visto che non c’è alcun movimento che lo minacci. La battaglia qui consiste nel fare della nascita di una figlia un evento gioioso quanto quella di un maschio”. Francois Farah, che dirige il United Nations Population Fund, parla di “sacrilega alleanza fra il moderno desiderio di una famiglia piccola e le tecnologie di screening prenatale (…). In India due milioni di feti all’anno vengono eliminati per la sola ragione di essere femmine”.


di Giulio Meotti
Il Foglio 22 novembre 05