Inaudita violenza contro Eluana

La cappa ideologica

“ELUANA NON VOLEVA MORIRE”
LE TESTIMONIANZE MAI ASCOLTATE DAI GIUDICI

1) “Le bugie del padre Beppino: Eluana non voleva morire”
lettera aperta di Pietro Crisafulli

2) Zia Emma implora: “Lasciate vivere Eluana”

3) “Con Eluana mai parlato di morte”

4) “Ce la portano via dopo 15 anni”

5) Suor Albina: “Guardatela, vi accorgerete che vive”

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“Eluana non voleva morire”

Lettera aperta di Pietro Crisafulli

La redazione di Tgcom ha ricevuto questa lettera da Pietro Crisafulli (fratello di Salvatore che nel 2005 si risvegliò dopo due anni di stato vegetativo nel quale era caduto dopo un grave incidente stradale) e ha deciso di pubblicarla integralmente:

“Le bugie del padre Beppino”

In questi giorni di passione e sofferenza, nei quali stiamo seguendo con trepidazione il “viaggio della morte” di Eluana Englaro, non posso restare in silenzio di fronte a un evento così drammatico.

Era il maggio del 2005 quando per la prima volta ho conosciuto Beppino Englaro. Eravamo entrambi invitati alla trasmissione “Porta a Porta”. Da quel giorno siamo rimasti in contatto ed amici, ci siamo scambiati anche i numeri di telefono, per sentirci, parlare, condividere opinioni. Nel marzo del 2006 andai in Lombardia, a casa di Englaro, in compagnia di un conoscente (la foto in alto a destra lo testimonia, ndr).

Dopo l’appello a Welby da parte di Salvatore, Beppino capì che noi eravamo per la vita. Da quel momento le strade si divisero.

All’epoca anch’io ero favorevole all’eutanasia. Facemmo anche diverse foto insieme, e visitai la città di Lecco. Nella circostanza Beppino Englaro mi fece diverse confidenze, tra le quali che i rappresentanti nazionali del Partito Radicali erano suoi amici. Ma soprattutto, mentre eravamo a cena in un ristorante, in una piazza di Lecco, ammise una triste e drammatica verità.

Beppino Englaro si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che ‘non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire’. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni. Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti. Entro’ anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l’unica soluzione ERA FARLA MORIRE e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico.

In quella circostanza anch’io ero favorevole all’eutanasia e gli risposi che l’unica soluzione poteva essere quella di portarla all’estero per farla morire, in Italia era impossibile in quanto avevamo il Vaticano che si opponeva fermamente.

Ma lui sembrava deciso, ostinato e insisteva per arrivare alla soluzione del testamento biologico, perché era convinto che con l’aiuto del partito dei Radicali ce l’avrebbe fatta. (…)

Questa è pura verita’. Tutta la verita’. Sono fatti reali che ho tenuto nascosto tutti questi anni nei quali comunque io e i miei familiari, vivendo giorno dopo giorno accanto a Salvatore, abbiamo fatto un percorso interiore e spirituale. Anni in cui abbiamo perso la voce a combattere, insieme a Salvatore, a cercare di dare una speranza a chi invece vuol vivere, vuol sperare e ha diritto a un’assistenza e cure adeguate. E non ci siamo mai fermati nonostante le immense difficoltà e momenti nei quali si perde tutto, anche le speranze.

E non ho mai reso pubbliche queste confidenze, anche perché dopo aver scritto personalmente a Beppino Englaro, a nome di tutta la mia famiglia, per chiedere in ginocchio di non far morire Eluana, di concedere a lei la grazia, fermare questa sua battaglia per la morte, pensavo che si fermasse, pensavo che la sua coscienza gli facesse cambiare idea. Ma invece no. Lui era troppo interessato a quella legge, a quell’epilogo drammatico. La conferma arriva, quando invece di rispondermi Beppino Englaro, rispose il Radicale Marco Cappato, offendendo il Cardinale Barragan, ma in particolare tutta la mia famiglia. Troverete tutto nel sito internet www.salvatorecrisafulli.it

Noi tutti siamo senza parole e crediamo che il caso di Eluana Englaro sia l’inizio di un periodo disastroso per chi come noi, ogni giorno, combatte per la vita, per la speranza.
Per poter smuovere lo stato positivamente in modo che si attivi concretamente per far vivere l’individuo, non per ucciderlo.

Vorrei anche precisare che dopo quegli incontri e totalmente dal Giugno del 2006, fino a oggi, io e Beppino Englaro non ci siamo più sentiti nemmeno per telefono, nonostante ci siamo incontrati varie volte in altri programmi televisivi”

Pietro Crisafulli

Preciso che sono in possesso anche di fotografie che attestano i nostri vari incontri.

Catania, 04 Febbraio 2009

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Zia Emma implora: “Lasciate viva Eluana”

«Io gliel’ho detto: Beppino, Dio te l’ha data e solo Dio te la può togliere. Lui ha risposto che allora io tradisco Eluana, e sono giorni che non mi parla più. Mi ha detto di non chiamarlo». Il tinello di Emma Englaro sposata Mori è a Sutrio, frazione Priola, il cimitero è a Paluzza in frazione Naonina. Due alture della Carnia che si guardano in faccia. Zia Emma tiene la foto della nipote in cima alla credenza, mentre gli ovalini cerchiati d’oro con le immagini un po’ pompose dei suoi genitori – i nonni di Eluana – sono nella tomba di famiglia. Gio Batta Englaro, morto il 3 agosto 1980. Jolanda Di Centa, mancata il 3 marzo 1995. Fra pochi giorni la foto della ragazza costretta a vegetare in un letto da 17 anni sarà messa accanto alla loro, perché forse già domani interromperanno l’alimentazione. I medici prevedono che potrà sopravvivere due o forse tre settimane, poi morirà. Il padre ha deciso che sarà sepolta qui, nel cuore del Friuli, tra le Alpi che segnano il confine con l’Austria e le acque vorticose del Tagliamento, in un presepe di larici e case di pietra, nella terra di origine della famiglia Englaro.

«Avrà avuto tredici o quattordici anni, non ricordo bene, quando mi parlò della morte la prima volta. Un suo amico era finito in coma irreversibile e lei era stata a trovarlo in ospedale. Ne fu sconvolta. Se dovesse mai succedermi qualcosa di simile, continuava a ripetere, lasciatemi morire: non ha senso vivere senza essere coscienti. Allora sembrava una reazione allo choc, e il fatto che non se lo togliesse dalla testa un’inquietudine da adolescente. Oggi a ripensarci mi vengono i brividi».

Eluana veniva spesso a Paluzza, a trovare i nonni e la zia, e anche lo zio Armando che ha una ditta di moquettes nella zona industriale. L’accompagnavano i genitori, era figlia unica amata e vezzeggiata. «Vivevano per quella ragazza. Mio fratello poi, aveva lavorato per anni in Germania e non l’aveva vista crescere. Mi diceva sempre: non vedo l’ora di diventare nonno, mi sono perso troppi bacini e troppe coccole di lei quando era piccola. Devo rimediare. Lo ripeteva ridendo ma io sapevo che era vero, le voleva un bene dell’anima e non si dava pace di essere stato lontano. Del resto, anche lei… Si sa come sono le bambine».

Attaccatissime al papà, complici, un po’ gelose, quasi sempre viziate. «Lei onestamente non lo era, ma mi parlava di Beppino con un calore che lasciava capire quanto fosse profondo il suo legame con lui. Non aveva ancora avuto fidanzati, non me ne ha mai accennato: si vede che non erano importanti, perché a me raccontava tutto. C’era ancora il papà nella sua vita, povera stella, era così piccola e tenera».

Priola e Noanina sono sepolte dalla neve, davanti alla casa di Emma Englaro e alla tomba di famiglia si affonda fino al ginocchio. La zia si asciuga gli occhi con il grembiule a fiorellini, al cimitero non c’è nessuno. Solo un cartiglio sul cancello che annuncia prossime esumazioni, ci sono altri due Englaro – Riccardo e Galliano, scomparsi nel 1985 e nel 1966 – che lasceranno il posto. Sono parenti lontani.

Passa Dino Di Bello, «rappresentante in pensione dei salumi Molteni», 75 anni, compagno di carte del nonno di Eluana: «Per la gente di qua lui era Purchil. Meno male che non ha vissuto fino all’incidente». La signora Jolanda, invece. Ha cominciato a morire quella stessa sera del 1992, se ne è andata tre anni dopo. »E ora la mamma, sapete?» Zia Emma scuote la testa: «Il dottore glielo ha detto tante volte, signora, provi ogni tanto a pensare a qualcos’altro. Deve. Se continua così muore prima lei». La mamma di Eluana si chiama Saturna. Avrebbe voluto chiamare la figlia Etrusca, «e Beppino figurarsi se non era d’accordo: troppo contento, lui, di avere una bambina. Ma quando è andato all’anagrafe gli hanno detto che quello non era il nome di un cristiano».

Eluana, dunque. La conoscevano il parroco, don Tarcisio, che ora prega per la sua vita davanti all’altare della chiesa che ha il campanile a cipolla, come nelle vicine terre d’oriente. Il sindaco, Aulo Maieron, che non si fa trovare per paura di dire cose troppo più grosse di questo paesino, tremila anime e qualche capannone industriale, una segheria, le villette di chi fa il pendolare con Tolmezzo e l’allevamento delle trote lungo la strada che porta al confine.

«Mio fratello morirà con lei. Lui non lo immagina, ma il giorno in cui staccheranno il sondino cominceranno a fermare anche il suo cuore, perché vorrà dire che davvero Eluana non tornerà mai più. E Beppino su questo non ha mai riflettuto. Lui pensa alla figlia come se fosse viva, e quindi sa che soffre e vuole farla smettere di soffrire. Ma se questo accadrà lui dovrà fare i conti con la sua assenza per sempre, e non sopravviverà».

Zia Emma parla piano e accarezza la fotografia che ha sistemato accanto a una bambolina, un angolo di tenerezza nel tinello della vecchia casa. Sta proprio al limitare bosco, oltre la fontana ghiacciata. L’ultima volta che lei è venuta a trovarla era con un’amica, si sono sedute sul bordo della fontana e sono restate un pomeriggio intero a ridere e a chiacchierare.

«Parlavano della scuola, della comodità dell’automobile. Maledetta automobile. Quella sera era andata a trovare un amico e lui si è offerto di accompagnarla, perché c’era ghiaccio sulle strade tra Lecco e Milano: magari gli avesse dato retta. Anch’io ho una figlia, si chiama Annarita e ha 48 anni. A volte penso che se anche Eluana fosse vissuta in Friuli, nella nostra terra… Ma sono discorsi senza senso».

Ora zia Emma piange piano, «non so cosa fare. Se scendere a Udine per salutarla l’ultima volta, e voglio vedere se non mi fanno passare: sono sua zia. Oppure se restare qui per non ferire mio fratello, perché lui lo sa che non condivido quello che sta per fare. Lo capisco perché è impazzito dal dolore, non lo giudico, trovo crudeli e ingiuste certe accuse nei suoi confronti: però è il Signore che prende e che dà, e il Signore non ha ancora deciso di prendersi l’anima di Eluana».

Quando succederà, lei verrà a riposare qui. Salirà i tornanti che da Paluzza portano a Naonina, si fermerà sul ciglione dove c’è una delle quattro chiese di don Tarcisio, costretto a celebrare la messa in ognuna delle frazioni di Paluzza, perché c’è la crisi delle vocazioni anche nel cattolicissimo Friuli. Spaleranno la neve, quel giorno. Dicono i medici che senza acqua e senza cibo Eluana morirà entro febbraio, e nel mese di febbraio nevica sempre moltissimo sulle montagne della Carnia.

Paolo Crecchi, Il Secolo XIX, 05 febbraio 2009

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“Con Eluana mai parlato di morte”

Ecco la testimonianza di alcune amiche di Eluana e una sua lettera inedita pubblicata per la prima volta su «Avvenire» a luglio, che riaprono la discussione sulla effettiva volontà della giovane.

«Con Eluana di queste cose non ne abbiamo mai parlato, questi argomenti non rientravano nelle nostre discussioni di adolescenti. Si parlava di feste, di uscire, di trovarsi tra amici. E questo non perché fossimo superficiali» . No, dei casi dell’amico e dello sciatore Leonardo David lei con Eluana non ha discusso. Così ha risposto Laura Magistris, una compagna di scuola di Eluana, collegata al telefono con «Porta a Porta» nella trasmissione di martedì sera. Una testimonianza in viva voce. Ma molte altre sono passate, per iscritto, sul rullo della trasmissione di Bruno Vespa. Dichiarazioni dello stesso tenore di quella di Laura, che non sono state ascoltate dai giudici che hanno deciso sul caso. Sì, si sarà parlato in classe del caso di Rosanna Benzi, la donna vissuta in un polmone d’acciaio e che allora era alle cronache, «ma non ricordo prese di posizione da parte sua o di altre compagne» , dice una ragazza. «In queste settimane ci ho pensato spesso e se Eluana allora avesse espresso queste convinzioni senz’altro me ne ricorderei» , un altro passaggio.

Le ricostruzioni del pensiero di Eluana, definita spesso «piena di vita» , sono state raccolte da Rosaria Elefante, promotrice dell’istanza alla Corte europea in nome di una serie di associazioni, che le ha inserite in un esposto. «Attraverso queste amiche abbiamo scoperto un’altra Eluana» , ha detto la Elefante.

Anche la Madre generale dell’istituto delle Misericordine, che risiede a Monza, è stata intervistata in esclusiva dal programma. Così come la professoressa di Eluana, suor Caterina Gatti. La «Rina» della lettera di auguri natalizi scritta da Eluana (e pubblicata per la prima volta da Avvenire) e letta in apertura di quinte. Uno scritto, pieno di entusiasmo per gli studi universitari intrapresi in università Cattolica, che «non è stato messo agli atti del processo, perché?» , ha chiesto il conduttore, replicando con forza alla deputata radicale Antonietta Coscioni, che lo accusava di portare solo documenti e interviste «di parte».

La lettera inedita a suor Rina. Emergono dunque nuove testimonianze su Eluana Englaro e, ancora una volta, provengono da chi l’ha frequentata e conosciuta durante i cinque anni trascorsi al Liceo linguistico “Maria Ausiliatrice” di Lecco. A parlare è suor Rina Gatti, antica insegnante di Lettere di Eluana, che in questi giorni ha ritrovato una lettera scritta dalla giovane poche settimane prima del grave incidente del 18 gennaio 1992. Nella lettera alla religiosa, oggi in servizio all’Istituto Don Bosco di Padova, la ragazza, infatti, porgeva a suor Rina gli auguri per le imminenti festività natalizie e di fine anno. «In queste due paginette – racconta suor Rina – Eluana parla della sua vecchia scuola facendo trasparire il profondo legame di amicizia che si era instaurato tra di noi». Una testimonianza che, secondo la religiosa, contrasta con quanto riportato nella sentenza della Corte d’Appello di Milano, dove si dice che la ragazza fu invece «costretta» a frequentare la scuola delle suore perchè a Lecco non c’era un Liceo linguistico pubblico.

Suor Rina obietta qualcosa anche su un altro passaggio della sentenza, là dove si legge che dalle suore la giovane si dovette «adattare ad un contesto ambientale e ad un corpo docente che, nel giudizio di Eluana, sarebbero stati del tutto refrattari al confronto e al dialogo, mentre lei considerava questi ultimi di essenziale importanza». Infine, la religiosa apprende «con dolore» che, come si legge nella riga successiva della sentenza, frequentare il Liceo dalla suore di Maria Ausiliatrice, avrebbe provocato ad Eluana una «forte crisi di rigetto e di insofferenza». «Se così fosse – protesta suor Rina Gatti – non si capisce perché, a distanza di oltre due anni dalla maturità, senta la necessità di inviarmi questa lettera dove tra l’altro, scrive: «Ho deciso di ricominciare con te che sei – dice lei – la mia educatrice». E poi: «Volevo dirti sinceramente che mi manchi». E ancora: «E adesso chi mi sgrida quando ne combino una delle mie?». A Rina non sembra proprio che si rivolga ad una persona che le aveva provocato crisi di rigetto e insofferenza.

Poche righe più sotto, Eluana comunica a suor Rina «una supernotizia». E, come riferisce la religiosa, scrive: «Ho cambiato facoltà e… per la tua gioia sono andata in Cattolica. Mi trovo molto bene! Ho professori eccezionali. Pensa te che da quando sono iniziate le lezioni, il 6 novembre, non ho perso neanche una lezione. Sono brava?». Effettivamente, dopo essersi iscritta a Giurisprudenza all’Università Statale di Milano nell’anno accademico ’89/’90 e aver sostenuto l’esame di Istituzioni di Diritto romano, conseguendo una votazione di 26/30, Eluana il 10 ottobre 1991 inoltrò domanda di trasferimento all’Università Cattolica, nella facoltà di Lingue e letteratura straniere. La domanda fu protocollata alla segreteria di Largo Gemelli il 25 novembre ’91 e l’ammissione fu deliberata, senza però la convalida dell’esame sostenuto in Statale, perché non coerente con il nuovo piano di studi.

A causa dell’incidente Eluana non potè più formalizzare l’iscrizione e così, nel giugno del ’93, la procedura fu sospesa e la documentazione restituita alla Statale. Anche nella sentenza della Corte d’Appello si fa riferimento a questo cambio di facoltà, senza però specificare che la giovane transitò dalla Statale alla Cattolica. Semplicemente, si scrive che «mutò successivamente indirizzo di studi passando a frequentare una facoltà linguistica di tipo turistico-manageriale». «Perchè questa omissione» – si chiede suor Rina. Eluana era molto contenta della scelta fatta, tanto che mi scrive: «Penso finalmente di aver trovato la mia strada!!! Non ho mai amato tanto studiare e soprattutto frequentare le lezioni?. Anche in questo caso, non mi pare che Eluana fosse scontenta di frequentare un’istituzione cattolica, tutt’altro. Da questa lettera traspare invece il ritratto di una ragazza determinata e felice, soddisfatta del cammino intrapreso e desiderosa di comunicarlo a chi, come me, la conosceva bene, la stimava e le era amica».

Avvenire, 4 febbraio 2009

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“Ce la portano via dopo 15 anni”

Lecco – Le suore scuotono la testa. La loro era una battaglia che durava da 15 anni. Una lotta per la vita di Eluana, una resistenza per non farsela portare via, per non permettere al padre di prendere una decisione diversa da quella voluta dal Padreterno. «Eluana non è attaccata a nessuna macchina – dice suor Albina – respira in maniera autonoma, non è dipendente da altri. È viva. Non nutrirla vuol dire farla morire di fame. Che bisogno c’era di portarla via? Qualcosa c’è».

Sono due linguaggi diversi. Quello delle suore della Casa di cura Beato Talamoni di Lecco e quello del padre Beppino Englaro. Per le suore conta il linguaggio di chi ha la Fede, con la f maiuscola. Tutto ha un senso, anche se è difficile da capire come mai una ragazza di vent’anni resta in stato vegetativo permanente dopo un incidente d’auto. Per suor Albina e suor Rosangela non ci sono domande da fare, risposte da dare. È così.

Quando Eluana è arrivata in clinica, nel 1994, suo padre era già impazzito dal dolore. Chiedeva che i medici lasciassero morire la figlia e i medici lo trattavano come un uomo distrutto dal dolore. Poi Englaro è riuscito a controllare le emozioni e a mettere in fila tutte le sentenze che gli servivano per diventare tutore della figlia e far valere la sua volontà. «Elu non avrebbe mai voluto restare qui in questo stato – ha sempre detto Englaro -. Per lei questa è una tortura, uno stato innaturale, io vivo per far rispettare il suo volere». Tutti a dargli torto, anche quando i giudici della Cassazione gli hanno dato ragione. Un uomo contro il Vaticano che vede nella morte di Eluana un omicidio. Le suore questa parola non la dicono e hanno parlato solo quando hanno capito che Eluana stavano davvero per portarla via. Il primo tentativo è andato a vuoto. Nel secondo questa donna invecchiata in una clinica se ne stava andando da sola a causa di un ciclo troppo abbondante. E si è salvata. Un segno in più, se ce ne fosse stato bisogno, che secondo loro la vita di una persona non può essere cambiata da una legge e a tavolino. L’Eluana prima dell’incidente – capelli lunghi, vestiti firmati, weekend in montagna e vacanze all’estero – non avrebbe voluto una vita da vegetale. Ma l’Eluana delle suore era un esserino con i capelli corti e la camicia da notte nutrito attraverso un sondino, idratato e lavato da queste ancelle del Signore con il velo.

Non a caso le suore fanno parte dell’ordine delle Misericordine e come scrisse Manzoni nei Promessi sposi e come loro ripetono: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per riservarne loro una più grande e certa». A loro ha scritto anche il cardinale Dionigi Tettamanzi: «So che in voi c’è sofferenza, smarrimento, angoscia. In 15 anni di cure premurose che le avete prestato con amore evangelico, all’insegna della gratuità, nel rispetto dei sentimenti della famiglia. Mi sono chiesto il perché della vostra generosa dedizione: affetto, pietà cristiana o anche profonda solidarietà umana motivata dal rispetto dovuto a ogni persona, soprattutto se fragile e debole?». Di fronte allo smarrimento delle suore il cardinale scrive: «Davanti al suo letto vuoto sembra che tutti i vostri sforzi, le vostre attese, le vostre preghiere siano state inutili. L’amore non è mai sprecato, questa vostra dedizione è e rimarrà fecondo segno di provocazione per chi ha trasformato questa persona in un caso».

Anna Savini, Il Giornale, 4 febbraio 2009

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“Guardatela, vi accorgerete che vive”
L’appello di suor Albina

«Ascoltate il battito del cuore di Eluana, osservate il suo respiro, accarezzatela. Vi accorgerete che è viva, che è una persona viva. Non un caso clinico». L’ultimo appello per Eluana Suor Albina Corti lo indirizza ai sanitari della casa di riposo «La Quiete» di Udine, dove la giovane donna è stata ricoverata dopo che il padre l’ha prelevata dalla casa di cura «Beato Talamoni» di Lecco. Una replica indiretta ad Amato De Monte, il medico che ha viaggiato verso Udine in ambulanza insieme alla giovane per poche ore, ma evidentemente sufficienti per fargli dichiarare che Eluana Englaro è morta 17 anni fa, nella notte del terribile incidente stradale che le procurò gravi lesioni cerebrali.

In un colloquio difficile e commovente, la direttrice della struttura lecchese rompe a fatica e per l’ultima volta la consegna del silenzio in un pomeriggio piovoso e triste. Lo fa per amore della donna in stato vegetativo che è stata curata con amore dalle suore Misericordine per 15 anni. Lo fa per raccontare la sofferenza e il dolore che stanno provando in queste ore tutti i collaboratori della struttura, dai medici al personale infermieristico. Lo fa per ribadire che Eluana è viva. Al secondo piano della clinica, nella stanza dove la donna è stata ricoverata nell’aprile 1994, Suor Rosangela, che l’ha assistita quotidianamente, sta riordinando gli ultimi effetti di Eluana. Le foto non ci sono più. Non vuole parlare con noi, non l’ha mai fatto.

La direttrice resta in piedi sulla soglia della camera e negli occhi di suor Albina si leggono tutti i ricordi, le sofferenze come i momenti belli. Passano medici e infermieri del reparto. Sono tutti rigorosamente schivi, ma con gli occhi umidi. È ancora vivo il ricordo felice della giornata di Natale, quando Suor Rosangela ha accompagnato Eluana nella cappella, giù nel giardino. È stata l’ultima volta che sono potute uscire insieme. Suor Albina confessa di non aver più avuto la forza di salire al secondo piano da quando l’ambulanza ha portato via la degente all’una e mezza di martedì mattina. Per lei, per loro Eluana è diventata una figlia ed è stata trattata, sottolineano, come una paziente normale e con la tenerezza e che si riserva a una bambina appena nata, a una persona di famiglia.

Suor Albina, cosa ricorda di quei drammatici 30 minuti in cui Eluana è stata prelevata?
Ci siamo sentite addolorate e impotenti. L’abbiamo vista partire per andare verso il patibolo, come abbiamo detto a luglio. Ma anche se eravamo preparate al peggio, non ci aspettavamo che avvenisse così all’improvviso, pensavamo che il momento fosse più in là, più lontano nel tempo. Beppino Englaro è arrivato senza preavviso in una notte tetra di pioggia con l’ambulanza. Questo ha reso il distacco ancora più brutto e triste. Sono rimasta giù a lungo davanti all’uscita a fissare il vuoto quando è partita.

Avete parlato per l’ultima volta con il padre in quelle ore convulse?
No, è stato tutto freddo. Ci ha consegnato il decreto per far dimettere Eluana. A questo punto era inutile aggiungere altro. Ripeto, non lo giudichiamo. Con lui il rapporto in questi anni è stato corretto, anche se le nostre opinioni sono opposte alle sue.

Cosa avete detto ad Eluana?
Il suo medico curante l’ha accarezzata e le ha detto di non avere paura, che l’avrebbero portata in una stanza più grande, in un posto più bello. Penso che abbia capito.

E lei, come l’ha congedata?
L’ho salutata nel modo più naturale, con un bacio. Non ho potuto dirle altro, era troppo forte il mio dolore. Le parole che non le ho detto quella notte voglio esprimerle ora e spero gliele riferiscano: “Eluana, non avere paura di quello che ti succederà. Noi ti siamo vicini e soprattutto ti è vicino un Padre che ti accoglierà nelle sue braccia e un giorno ci ritroveremo a condividere la grande gioia di stare insieme”.

Vuol dire qualcosa al personale sanitario che la sta assistendo in Friuli in attesa del distacco del sondino per l’alimentazione?
Vogliamo inviare un appello ai nuovi operatori: accarezzate Eluana, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore. Sono i tre elementi che vi porteranno ad amarla, perché lei non è un caso, ma una persona viva.

E a Beppino Englaro?
Ripeto ancora una volta che, qualora cambiasse idea, nella nostra clinica c’è sempre posto per sua figlia. Lasci vivere Eluana e la lasci a noi. Non è ancora troppo tardi.

Cosa farete ora?
È l’ultima volta che parliamo di questa vicenda. Accogliamo l’appello al silenzio e alla preghiera del Cardinale Tettamanzi. Ma non smetteremo di pregare perché le menti si illuminino ed Eluana possa vivere.

Paolo Lambruschi, Avvenire, 5 febbraio 2009