Il trio Prodi-Rutelli-Fassino sconfitto dall’ala estrema

Socialismo

GLI IRRIDUCIBILI


L’Unione vince le elezioni di un’incollatura, ma ha già perso la partita politica per cui era nata: la sinistra riformista infatti è ostaggio dell’ala estrema…


 

Le braccia alzate in segno di vittoria e il viso funereo. Con questa immagine si consegna alla storia il centrosinistra italiano uscito dalle urne il 10 aprile.
È la contraddizione dell’Unione che vince le elezioni di un’incollatura, ma ha già perso la partita politica per cui era nata: la sinistra riformista infatti è ostaggio dell’ala estrema, alla Camera e al Senato i gruppi radicali (da Rifondazione a Di Pietro passando per la Rosa nel pugno, Pdci e Verdi) possono contare su 106 deputati e 42 senatori, senza considerare il fu Correntone Ds che al suo interno vanta non proprio dei moderati da club oxfordiano.
Visti i numeri, siamo davanti alla più grande sconfitta politica per il trio Prodi-Rutelli-Fassino che sognava la socialdemocrazia europea e si ritrova a fare i conti con barbudos e descamisados. L’Unione dalle maggioranze precarie, 24 ore dopo il voto si è ritrovata di fronte a Fausto Bertinotti che dettava l’agenda istituzionale: niente intese con la Casa delle libertà, niente presidenza di una delle due Camere al centrodestra. Poco dopo, Prodi ha eseguito lo spartito bertinottiano, confermando chi ha davvero il timone della coalizione. Quando le ali sinistre pesano per il 31 per cento alla Camera e per il 27 per cento al Senato, ogni ragionamento sulla politica riformista, sulle scelte liberali e sull’unità del Paese, è destinato ad essere archiviato.
Questi dati fotografano meglio di qualsiasi discorso la realtà dell’Unione e la sua impossibilità a governare il Paese senza l’aiuto del centrodestra: il Senato è praticamente in stallo, la Camera prigioniera di quella che un tempo si chiamava «ala massimalista della coalizione».
Di fronte a queste sciagurate prove tecniche di governo dell’Unione, il centrodestra ha avuto da subito un atteggiamento responsabile. Silvio Berlusconi insieme agli alleati ha offerto la massima disponibilità a discutere insieme del futuro del Paese, mettendo sul piatto perfino l’ipotesi di una Grande Coalizione alla tedesca, anche in caso – dopo la necessaria verifica del voto – di un’affermazione della Cdl. La mossa è stata quanto mai azzeccata, perché il niet corale dell’Unione ha reso evidente la vera natura del centrosinistra: uno schieramento di potere pronto ad arroccarsi nella trincea dello «zero virgola» e a sacrificare la governabilità per il proprio interesse. L’idea di utilizzare una manciata di voti – su cui per ora non vi sono certezze – per cercare a tutti i costi di varcare la soglia di Palazzo Chigi è un esercizio di cieca volontà. Quando la Germania si è trovata di fronte a un Paese spaccato e a un’agenda globale che non concede rinvii, la soluzione della Grosse Koalition è apparsa come la via maestra per uscire dall’impasse, far ripartire il Paese (che infatti sta agganciando la ripresa economica) e cercare la via della riconciliazione. La diga alzata dalla sinistra italiana su questa ragionevole soluzione offerta da Berlusconi è il chiaro segnale che lo spazio per una politica bipartisan è pari quasi a zero. Se questo è il preludio, possiamo immaginare quale sarà il seguito della stonata sinfonia ulivista.
C’è un tempo per le parole e un tempo per i fatti. Che incombono. Alla ripresa dell’attività parlamentare ci sarà da rifinanziare subito la missione dei militari italiani in Irak. Su questo punto il centrosinistra è una Babele e il risultato elettorale alimenta quelle forze che vogliono il ritiro immediato perché le mani dell’alleato Bush «grondano di sangue». Non hanno neppure cominciato a governare e il voto dell’Unione sull’Irak è già in bilico, tanto che ieri i politici iracheni hanno rivolto un appello a Prodi: non lasciateci soli di fronte al terrorismo.
Qualcuno nel centrosinistra (leggere alla voce Piero Fassino) confida nei voti del centrodestra per evitare la Caporetto della nostra politica estera. È l’eterno paradosso della sinistra: rifiuta qualsiasi collaborazione a livello istituzionale, ma pretende – invocando l’interesse del Paese – che l’avversario lo aiuti a restare a galla.


di Mario Sechi
Il Giornale 12 aprile 2006