Il riflesso di Erode

La cappa ideologica

Il riflesso di Erode


di Mario Giordano

E poi dicono che i politici non mantengono mai le promesse. Non è vero. L’Unione, per esempio, aveva promesso di sfasciare tutto. E lo sta facendo. In due giorni sono già state mandate al macero la legge sulla fecondazione e la riforma della scuola. Considerando il tempo necessario ai ministri per sistemare le penne nei cassetti delle scrivanie e i quadri alle pareti, bisogna dire che è un ritmo niente male: nemmeno Attila, il flagello di Dio sarebbe riuscito a tenere testa. Del resto si sa, dove passa Prodi non cresce più l’erba. A parte quella che si fuma qualche suo no global sottosegretario.

Nell’attesa che qualche brillante testa d’uovo del centrosinistra proponga al re degli Unni la carica di viceministro (tanto uno più, uno meno, che differenza fa?), avanti, sotto a chi tocca: la distruzione continua. Domani è un altro giorno, come si diceva in un famoso film. E in effetti via col vento potrebbe anche essere il titolo dei primi cento giorni dell’Unione. Vento di tramontana, s’intende: tutto travolge, nulla deve restare in piedi. La Biagi? Via col vento. La Bossi-Fini? Via col vento. La giustizia? Le grandi opere? La legge elettorale? Inutile dire: via col vento. E forse anche con vanto.

La differenza sta tutta qui: fino a ieri si vantavano e parlavano. Oggi si vantano e agiscono. Purtroppo succede quando si mandano alla guida del Paese persone che appena vedono una riforma in culla hanno il celebre riflesso di Erode: nel dubbio, sterminare tutto. Inutile dire che le leggi, come quella sulla fecondazione, hanno avuto pure il sostegno di un referendum popolare; inutile dire che la sperimentazione dei licei era stata decisa dopo due anni di lavoro comune con le Regioni (Regioni che oggi non sono state nemmeno consultate); inutile e ancor più inutile: la grande devastazione è partita. E non si ferma davanti a nulla.

Dicono che sono al governo e devono applicare il loro programma. Perfetto. Quello che non si capisce è perché il programma debba consistere soltanto nel radere al suolo tutto quello che c’era prima. È un po’ come se uno chiamato a gestire un condominio dicesse: «Ora lo amministro io, abbattiamolo». Vi pare? Si può aggiustare, cambiare, verniciare le ringhiere, buttare giù qualche muro, rifare il tetto o l’ascensore. Si possono ristrutturare le cantine o modificare la facciata. Ma se ogni nuovo amministratore ricomincia dalle fondamenta, nel frattempo noi che facciamo? È evidente: ci piove in testa. E ci bagniamo.

Ecco, in queste ore, mentre aspettiamo il prossimo colpo di machete interrogandoci su cosa mai colpirà, ci sentiamo un po’ esposti alle intemperie. Sappiamo di sicuro che molte cose saranno distrutte. Su che cosa verrà poi costruito è sceso invece un inquietante silenzio. Dopo le prime esternazioni, infatti il presidente del Consiglio Prodi ha invitato gli esponenti del governo a tacere. Meno parlate meglio è, ha detto. Lo pensavamo anche noi. Invece ora ci accorgiamo che forse era meglio quando i ministri dicevano sciocchezze. Perché prima le dicevano soltanto. Ora, purtroppo, le fanno.

E così ci troviamo in una situazione che mai avremmo immaginato: quella di chi osserva con preoccupazione i politici che mantengono le loro promesse. Oddio, «promesse» è un eufemismo: quelle del centrosinistra più che altro erano minacce. Ma nulla li ferma, nemmeno la volontà popolare, perché come diceva quel saggio, non c’è più niente di sacro nel nostro Paese, a parte l’osso dove ci prendono a calci. E allora, indietro tutta, dietrofront compagni, bandiera rotta la trionferà. Qui si distrugge l’Italia o si muore. Tanto a loro che importa? Chi rompe non paga. E i cocci sono nostri.


Tratto da il Giornale.it del 1° giugno 2006