Il quotidiano della Margherita attacca i Vescovi

Dal mondo

LA POLEMICA

IL QUOTIDIANO DELLA MARGHERITA SPARA A ZERO SUI VESCOVI
Un editoriale accusa l’episcopato di essere disposto ad accettare programmi “quasi simili a quelli della Confindustria”.  Da “ben tre lustri” i vescovi “stanno dalla parte di chi comanda” scriveva ieri Europa, quotidiano della Margherita, nell’editoriale “Che cosa saremmo senza Ac e Cl”. La firma è di Vladimir, pseudonimo di un corsivista (del quale l’identità è ignota) che ha altre volte attaccato la Cei dalle colonne del giornale. Ma ieri nella Margherita è scoppiata la polemica: Giuseppe Fioroni, deputato e componente dell’esecutivo, ha manifestato il proprio dissenso: “È evidente che i contenuti dell’articolo sono solo la personale opinione di chi li ha espressi”. Fioroni ha poi chiesto che “Europa dia spazio anche alle critiche a Vladimir” e ha invitato il corsivista a uscire allo scoperto. Presentiamo l’articolo in questione. Che cosa saremmo senza Ac e Cl

di VLADIMIR

Correvano gli anni ruggenti di Comunione e liberazione, quelli del Movimento politico, quando dopo averle prese i ciellini avevano anche iniziato a darle, e Zucchero Fornaciari (che pure ha imparato a strimpellare sulla pianola dell’oratorio) andava al Meeting di Rimini a cantare che “solo una sana e consapevole libidine salva i giovani dallo stress e dall’Azione cattolica”. Lo stress, l’Azione cattolica l’avrebbe distribuito a piene mani predicando una “scelta religiosa” intima e personale. Di contro, gli eroici sopportatori degli schiaffoni che l’Ac, negli ultimi quindici anni, ha ricevuto a destra e a manca non hanno mai omesso di ripetere pazientemente ai ciellini, come ha scritto Alberto Melloni (citando una frase di padre Bartolomeo Sorge), che una cosa è voler essere il sale della terra e un’altra cosa è pretendere che tutta la terra si trasformi in un’enorme saliera.
Stanno terminando gli anni, senza sale, di ben tre lustri durante i quali la Chiesa italiana si è soprattutto preoccupata di dotarsi di vescovi disposti ad accettare senza discussioni un programma quasi simile a quello della Confindustria: stare d’istinto dalla parte di chi comanda, pena la condanna all’emarginazione e al silenzio.
Il concetto è un po’ rude ma è quello che, più volte in questi anni, hanno detto e scritto proprio quegli “spiriti liberi” che hanno firmato buona parte degli articoli del numero di questa settimana di Segno nel mondo, la bella e vivace rivista dell’Azione cattolica italiana, dedicato al grande incontro di Loreto del 4 e 5 settembre.
“C’è un’aria nuova” tra i movimenti ecclesiali ha dichiarato a Rimini monsignor Betori, il segretario della Conferenza episcopale, “che si riempie di presenze fraterne”. Detta da un vescovo, sembra la scoperta dell’acqua calda: forse che un movimento ecclesiale nasce e viene approvato per rinchiudersi dentro un ghetto e aprirsi alla fraternità evangelica solo per e con coloro che la pensano allo stesso modo? Anche nel 1985 la Chiesa italiana si era radunata a Loreto in nome di una fraternità cristiana, piena di fermenti, ricca di carismi e con quello che ai più di allora già appariva come solo un piccolo nodo da sciogliere: quello dell’impegno politico unitario dei cattolici. Una questione che l’allora presidente dei vescovi italiani, il cardinale Ballestrero, invitava ad affrontare con lucidità e senza dare della Chiesa della penisola un’immagine da “società dei piagnoni”. Come ha ricordato Alberto Melloni, qualcuno ha trasformato quella ormai lontana speranza lauretana in una sorta di boomerang: nel 1987 due ciellini, già allora in vena di prebende televisive, hanno persino danzato sulla bara di Giuseppe Lazzati, mentre qualche transfuga dell’Ac elaborava i propri psicodrammi trasformandosi in un urlatore massmediatico. Il tutto, dentro una rappresentazione di lotte di potere probabilmente molto ammirate – se non proprio stimolate – da chi invece avrebbe dovuto predicare la concordia degli sforzi e l’unitarietà dei fini. Monsignor Betori si dice senza rimpianti per la fine della stagione unitaria dell’impegno politico dei cattolici. Ma se qualcuno avesse tempo e voglia di rileggere le prolusioni episcopali dal ’90 al ’97 (e se qualche cattolico raccontasse quello che ha dovuto subire, anche a livello di rapporti personali, quando ha fatto nascere oppure si è schierato con l’Ulivo prima maniera) la pacatezza del rappresentante dell’episcopato italiano sembrerebbe più un bizantinismo clericale che una assunzione di responsabilità.
Stare a sentire, e fare diversamente: nei fatti, questo è stato in questi anni il modus agendi che i cattolici italiani hanno scelto di praticare nei confronti dei vertici dell’episcopato nazionale. E con questo loro modo di fare l’Azione cattolica, Comunione e liberazione, la Comunità di sant’Egidio e le altre realtà delle aggregazioni laicali cattoliche sono state tutte, nei fatti, ugualmente e utilmente unite nella storicizzazione della presenza cattolica nel nostro paese. E mica per altro: durante la ricreazione dei chierici di ogni colore, sono stati gli unici ad accettare la sfida di un lavoro ingrato e socialmente persino contraddittorio.
“La contraddizione non deve opprimere “, scrive Massimo Cacciari su Segno nel mondo. E continua: “Tollerare vuol dire recare in alto, sollevare, tollere. Il santo è colui che eleva la contraddizione, che trionfa nel sopportare il peso”. In questo, Comunione e liberazione e Azione cattolica possono vantare lo stesso grado di trionfo.
Con buona pace di coloro che il laicato cattolico lo tollerano solo in sacrestia, senza Comunione e liberazione il dibattito sul pluralismo politico e sociale di questo paese sarebbe ancora appannaggio dei soliti snob, e senza l’Azione cattolica la vita ecclesiale dentro le nostre parrocchie (mai disertate dall’Ac) non sarebbe quella ormai acquisita via per una trasformazione fiduciosa e pacifica della propria esistenza.
Certo, a Loreto il papa aggiungerà tre nuovi beati alla lista di coloro che hanno militato per Cristo dentro la più antica associazione cattolica italiana. Per i beati di Cl e delle altre associazioni cattoliche, bisognerà aspettare ancora. Ma prima o poi sapremo anche i nomi di coloro che, nell’ampio arcobaleno dei percorsi di formazione e di impegno presenti nella Chiesa italiana, anche durante gli anni del silenzio e della disistima, hanno (stiamo ancora citando Cacciari) anche “tollerato” la contraddizione della propria Chiesa istituzionale per trasformare la propria vita in canto e in preghiera.
Perché, come i commenti di questi giorni dimostrano, ai funerali dell’unità morale e spirituale dei cattolici italiani, anche questa volta, come sempre, il morto non c’è.

Europa 26 agosto 2004

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