Il peccato luciferino del socialismo sudamericano

Dal mondo
Tempi 2 settembre 2009

di Aldo Trento


«Un errore è una verità impazzita» diceva Chesterton. Ed è esattamente questo ciò che è accaduto col socialismo del ventunesimo secolo. Ma qual è la verità che è impazzita, e che sta all’origine e alla fine del ben noto “asse del male” che unisce Castro, Chávez, Correa, Morales e Lugo?
La risposta non è rintracciabile nelle parole di questi personaggi, nelle loro utopie e nelle astrazioni in cui vivono, ma piuttosto nella premessa antropologica che sta alla base dell’ideologia che si propongono di incarnare. Bisogna chiedersi: che cos’è l’uomo, per questi signori?

È solo rispondendo a questa domanda che si può arrivare a comprendere la menzogna che propinano. Essi partono, infatti, da una verità indiscutibile: l’uomo ricerca, desidera, sogna la felicità. È la struttura stessa dell’“io” che grida questa esigenza intima e insostituibile dell’essere umano; perché l’io umano, qualunque cosa faccia inclusa la peggiore, è mosso da questa tensione alla felicità.

La felicità coincide col benessere della persona, con la sua soddisfazione integrale: solo quando un uomo sta bene, è soddisfatto, è felice può definirsi libero. Tutto il cammino dell’umanità nel corso dei secoli si riassume nella bellissima domanda di san Francesco: «Quid animo satis?», che cosa soddisfa realmente il cuore dell’uomo?

Ogni movimento filosofico, sociale, politico, qualsiasi ideologia parte da questa esigenza umana. La fortuna del marxismo è coincisa con la sua abilità di illudere la gente con la vana promessa che il paradiso consistesse nell’assalto al Palazzo d’Inverno, come veniva chiamato il Cremlino, residenza degli Zar e simbolo del potere che opprimeva il popolo.

E così il grido marxista “proletari di tutto il mondo, unitevi” nasce dall’intelligenza di Karl Marx che percepì l’esigenza, non solo individuale, ma del proletariato del XIX secolo, di essere felice. E di conseguenza, il suo desiderare un mondo nuovo. “Forza compagni, distruggiamo tutto e costruiamo un mondo nuovo.

Forza compagni, afferriamo la falce e il martello e uniti cambieremo questo mondo”. La falce e il martello erano i simboli dell’utopia comunista. Però, se davvero è questa la verità che tutti cerchiamo, – perché il cambiamento, cioè la felicità, è l’anelito che ci definisce nella profondità del nostro essere – perché questa verità è impazzita, cioè si è trasformata in bugia, inganno? L’illusione che la felicità coincida col benessere economico e sociale della persona, con la risposta alle sue necessità biologiche e psicologiche. Una visione parziale dell’uomo, che censura la verità primordiale dell’“Io”, che è relazione con l’Infinito.

Per il marxismo l’uomo è “un tubo digerente”, un ingranaggio del sistema funzionale alla collettività. Per Marx l’uomo non coincide con la persona: a lui non interessava l’individualità ma la funzione che ciascuno ricopre nella salvezza prevista dalla cosiddetta “nuova società socialista”. Ricordo bene quando col cervello annebbiato da questa ideologia gridavamo per le strade “il privato non esiste, quello che conta è il pubblico!”.

La visione trascendente dell’uomo, che è poi la dimensione qualitativa dell’Io, era totalmente eliminata, censurata, negata. Da qui l’ateismo di Stato che diede origine ad ogni forma di violenza. Il socialismo del secolo XXI incarnato da Castro e Chávez altro non è se non il figlio diretto e abortito di questa posizione. E cos’è il chavismo se non l’illusione, nel ventunesimo secolo, di poter rispondere al desiderio di felicità dell’uomo dimenticando la trascendenza di quello stesso uomo?

Il populismo, la nuova malattia che affligge la maggioranza dei paesi latinoamericani, altro non è se non un uso strumentale del bisogno ontologico dell’uomo, imponendo un’ideologia disumana, che pretende di risolvere il dramma dell’uomo con l’illusione di un benessere economico, peraltro strutturalmente impossibile, a cui manca una visione integrale della persona. Per di più un benessere a buon mercato, costituito da un sussidio economico che consente a tutti di non morire di fame e favorisce l’assistenzialismo suicida del popolo stesso.

Mai i paesi caduti sotto il comunismo hanno conosciuto tanta miseria e infelicità come durante gli anni in cui furono vittime della violenza di questo mostro. Certo avere di cui cibarsi e di cui coprirsi è importante. Ma “non di solo pane vive l’uomo”, perché è relazione con il Mistero. E se non lo incontra, cade nella disperazione. O il benessere dell’uomo è totale, integrale, oppure è un terribile malessere. È ciò che papa Benedetto XVI spiega nella sua enciclica Caritas in Veritate, quando afferma che il nome dello sviluppo è Cristo, e che la povertà peggiore è la perdita del senso della vita che nasce dalla realtà. Perdita a sua volta originata dal fatto che l’uomo ha eliminato Dio dal suo orizzonte.

Pupazzi e fannulloni

La diabolica pretesa che l’uomo, novello Lucifero o Prometeo, possa con le sue mani realizzare il mondo nuovo, possa con le sue forze cambiare il mondo, trasformarlo, risponde al desiderio di felicità che lo definisce. È la prima tentazione, quella in cui caddero Adamo ed Eva e i poveri illusi della Torre di Babele. Cosa pretendono i padri dell’“asse del male”?

Di cambiare Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Paraguay con le loro proprie mani, sfidando Dio e affermando, in pratica, che ciò che Dio non è riuscito a compiere, essi lo faranno. È la posizione diabolica che Cristo respinse quando fu tentato dal demonio, e che questi signori, al contrario, hanno assunto come pratica di vita e di governo. Non c’è peggior menzogna dell’orgoglio quando si impadronisce dell’essere umano, spingendolo ad autodefinirsi Dio o a sostituirsi a Lui.

E il fatto che questi signori non amino la Chiesa, questa Chiesa reale e in comunione col Papa, mostra quanto siano convinti del fatto che nemmeno Cristo e l’annuncio cristiano siano riusciti ad ottenere in America Latina ciò che loro, e soltanto loro, sono in grado di realizzare. Le conseguenze evidenti sono la progressiva perdita di libertà, la paura della diversità, un nazionalismo disperato che rinnega la tradizione, l’assistenzialismo alienante, una classe di fannulloni che vivono al fianco del potere come pupazzi incapaci di un’intelligenza creativa, e il sottosviluppo culturale indispensabile al potere per sussistere.

Sarebbe sufficiente un viaggio in Bolivia, per vedere con i propri occhi la miseria del socialismo del secolo XXI.