Il paradiso può attendere. Tettamanzi tira il freno

Dal mondo

“CASO BEATIFICAZIONE CALABRESI”


CARDINAL TETTAMANZI, IMITI SAN CARLO E SANT’AMBROGIO
E NON DON ABBONDIO…


L’arcivescovo di Milano non vuole procedere per evitare le polemiche. Ma il commissario Calabresi fu un martire cristiano linciato dall’intellighenzia…


di ANTONIO SOCCI

Dunque il cardinal Ruini non c’entra. Diversamente da quanto annunciava un’agenzia l’altroieri non spetta a lui dare il nulla osta al processo di beatificazione di Luigi Calabresi. Anche se sembra trasparire la sua benevolenza per quella causa e l’ “Avvenire” (molto vicino al presidente della Cei) ha dedicato a Calabresi una bella pagina dove si dà per «avviato» tale «processo di beatificazione». Forse è un indiretto “sollecito” a Tettamanzi. Perché in realtà quell’iter non è iniziato: manca il nulla osta dell’arcivescovo di Milano (competente per territorio) che nicchia, tentenna, ha paura. Si può capire il cardinal Tettamanzi. Chi glielo fa fare di avviare agli onori degli altari una vittima oltraggiata come Calabresi, quando il suo nome inquieta la coscienza della Sinistra italiana, di tanti potenti e i prepotenti di ieri e di oggi, perfino di alcuni “padri della patria”. Se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare. Tettamanzi ha il terrore di dispiacere a qualche don Rodrigo di oggi. Così ha giudicato «opportuno» che si debba ancora «attendere» per iniziare la causa del commissario Calabresi. A don Ennio Innocenti, il quale ha raccolto un mare di documentazione sull’ardente cattolicesimo del Commissario, il cardinale ha risposto che l’inizio di questa causa potrebbe «originare polemiche». Dunque il Paradiso può attendere. Dio anche, secondo il prelato.
L’ODIO COMUNISTA
È vero che l’attuale vescovo di Milano non è mai parso un cuor di leone, ma di quali polemiche ha paura Sua Eminenza? C’è ancora qualcuno oggi che abbia la faccia di sollevare la minima ombra sul commissario Calabresi? In realtà tutti (anche i suoi feroci accusatori di ieri) sanno che è stato un martire innocente a cui non è ancora stato reso l’onore che merita. Che fosse totalmente innocente dalle accuse per cui fu moralmente linciato nelle piazze e sui giornali era evidente anche allora. Oltretutto ad assolverlo completamente nel 1975 dalla morte di Pinelli fu un magistrato al di sopra di ogni sospetto, per i “compagni”, come Gerardo D’Ambrosio (di Magistratura democratica, uomo esplicitamente di sinistra) che poi coordinerà il pool di Mani pulite. Ma intanto il commissario Calabresi nel 1972 era stato massacrato da alcuni fanatici. E prima aveva subito il più impressionante e corale «linciaggio morale» (come scriveva Enzo Tortora) mai visto nella storia recente. Autorizzare l’inizio del processo di beatificazione del commissario Calabresi, può ancora infastidire? È fondato il timore di Tettamanzi di ricordare un passato scomodo ai potenti? In parte forse sì. Nei giorni scorsi è scoppiata una polemica addirittura per una via da intitolare a Calabresi. Siamo un Paese che è stato avvelenato dall’ideologia dell’odio comunista e sembra non riuscire a disintossicarsi. Gli ex di “Lotta continua”, interpellati ieri dalla Stampa sulla possibile beatificazione del commissario, si cuciono le bocche (qualcuno, al solito, si lascia andare a battute vergognose e “coraggiosamente” anonime). Nessuno attacca, ma nessuno, dopo 35 anni, sembra voler spendere una parola buona per Calabresi. Luigi Manconi, ieri di LC, oggi deputato Ds e Sottosegretario alla Giustizia, risponde: «è inopportuno che mi esprima». A loro interessa solo la grazia per Sofri (condannato con altri tre per l’omicidio Calabresi). Ma ci sono altri che, con gli anni, si sono apertamente rammaricati di quel passato. Per esempio, una personalità come Paolo Mieli – che ha avuto il coraggio di esporsi e dire tante verità scomode su quel periodo certamente spiegherebbe oggi all’arcivescovo di Milano che è evidente a tutti la grandezza umana e l’innocenza del commissario Calabresi.
GLI INTELLETTUALI
Ma è vero che andare a riaprire l’armadio della memoria (e della vergogna) obbligherebbe molti a un doloroso esame di coscienza. Fra gli ottocento intellettuali (ripeto: ottocento) che firmarono il documento pubblicato dall’Espresso il 13 giugno 1971, dove Calabresi veniva definito (ingiustamente!) «commissario torturatore» e il «responsabile della fine di Pinelli», oltre al giovane Mieli, troviamo i più attempati Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Pier Paolo Pasolini, Lucio Colletti, Carlo Rossella, Toni Negri, Camilla Cederna, Tiziano Terzani, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Carlo Rognoni, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Liliana Cavani, Luigi Comencini, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Nanni Loy, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Franco Antonicelli, Lucio Villari, Paolo Spriano, poi Giulio Carlo Argan, Fernanda Pivano, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Luigi Nono, Margherita Hack, Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Natalino Sapegno, Primo Levi, Enzo Enriques Agnoletti, Lalla Romano, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Sergio Saviane, Giuseppe Turani, Carlo Mazzarella, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Bruno Zevi, Grazia Neri, Franco Basaglia, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Paola Pitagora. Riportando questo triste elenco nell’ “Eskimo in redazione”, Michele Brambilla ricostruisce l’agghiacciante solitudine di quell’uomo giusto attaccato e infangato da ogni parte.
L’EROICO SACRIFICIO
In questi anni sono state raccolti anche molti documenti impressionanti sul cattolicesmo vissuto del giovane Calabresi: «se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa (del successo) non andrei in polizia, dove si resta poveri. Non andrei coltivando ideali buffi di onestà e di purezza. Purtroppo sono fatto in un certo modo. Appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente». Poi ci sono molte testimonianze della sua eroica resistenza cristiana alla campagna di odio che subì, della sua fede, della sua capacità di perdono. È un grande esempio. E sarebbe bene che il cardinale Tettamanzi non si facesse condizionare dal timore dei potenti. La diocesi di Milano ha altri processi di beatificazione aperti, come quello su Giuseppe Lazzati, già rettore dell’Università Cattolica, per il quale non si è tenuto conto delle polemiche che eventualmente si possono aprire. Di lui, certo graditissimo al mondo progressista, Tettamanzi si mostrava entusiasta in un discorso tenuto il 6 maggio 2006 al Teatro San Carlo. Non so, avrà i suoi motivi. Io nelle interviste di Lazzati ricordo un certo rancore. E certe critiche ingenerose che faceva con il suo amico Giuseppe Dossetti a Giovanni Paolo II e a vari movimenti cattolici (questi loro duri “dialoghi” sono riportati nel recente volume “A colloquio con Dossetti e Lazzati” curato da Leopoldo Elia e Pietro Scoppola). Dice Tettamanzi che avviare per il processo di beatificazione di Luigi Calabresi potrebbe «originare polemiche». Ma tutti i cristiani che sono stati martirizzati avevano l’ostilità dei poteri di questo mondo. Gesù stesso, dopo la sua esecuzione capitale, era ritenuto un “reo” dai potenti e annunciarne la resurrezione originava molte polemiche. E perfino persecuzioni. Non per questo gli apostoli e la Chiesa hanno taciuto.
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LIBERO 25 febbraio 2007



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