Il busillis del Dio politico

La cappa ideologica


di Giuseppe Gennarini


L’ipotesi che la legge divina sia l’unico antidoto alla tirannide degli Stati e all’immorale demagogia


Un seminario su “Chiesa e modernità”, due citazioni stravolte e i papi finiscono sul banco degli accusati. E se invece difendessero la libertà anche da chi non sa giudicare?


Travisare in un solo articolo due passi di encicliche papali non è impresa da poco: ma è riuscita venerdì scorso a Marco Politi sulle colonne di Repubblica. Probabilmente il giornalista non ha neppure pensato a controllare le citazioni e si è limitato a pescarle dalla nota introduttiva di Vincenzo Ferrone al seminario su “Chiesa cattolica e modernità”, svoltosi a Torino lo scorso fine settimana, in cui si accusa la Chiesa di totalitarismo. Ecco la prima citazione, dall’enciclica Libertas di Leone XIII:


“Non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, di insegnamento o di culto come se fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo…”. Sono parole testuali e sembrerebbero, secondo l’articolo, la più chiara dimostrazione che perfino il Papa della Rerum Novarum era un reazionario incallito.


Citare male è un’arte. In questo caso la mano del chirurgo ha eliminato solo queste poche parole: “Da quanto si è detto consegue che…”, che precedono la frase citata sopra. Ma che si è detto nel paragrafo precedente? “Una volta confinato nella sola e unica ragione umana il criterio del vero e del bene, la corretta distinzione tra il bene e il male sparisce; […] la legge, nello stabilire i limiti del lecito e dell’illecito, è lasciata all’arbitrio della maggioranza, che è la via inclinata verso il regime tirannico”.


Siamo nel 1888, pochi anni prima v’è stata la guerra franco-prussiana, e in Germania il Kulturkampf con cui Bismarck cercava di soggiogare la Chiesa cattolica; sull’Europa cominciano ad addensarsi le nubi che preparano il terribile scontro fra i grandi Stati nazionali moderni. Proprio dalla Grande guerra avranno origine le più terribili tirannie che l’uomo abbia mai sperimentato. Papa Pecci nella sua enciclica sembra intravedere questo futuro e, discutendo su come difendere la libertà, afferma che la tirannide, anche della maggioranza, può esplodere quando si perde un criterio oggettivo per distinguere bene e male e lo Stato si erge come unico giudice e quindi il solo criterio di diritto diventa “la mia ragione” o il voto della maggioranza. Invocare questa libertà assoluta – “ibrida” cioè falsa, secondo Leone XIII – significa preparare la tirannia.


Suona così reazionario? Eppure a tutt’oggi nessuno Stato concede una assoluta libertà di stampa o di parola o di insegnamento; e la libertà di pensiero, poi, può essere assoluta solo dentro la mia testa, ma se la esprimo rischio pene pecuniarie e anche la galera. Così pure non esiste assoluta libertà di culto, e ogni Stato pone limiti ben precisi, ad esempio il divieto di sacrifici umani, e proprio in questi giorni, il velo in Francia. Per dare la seconda prova che la Chiesa è totalitaria, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, Politi-Ferrone fanno la stessa operazione con Giovanni Paolo II, citando un passo della Evangelium Vitae: “La democrazia, a onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo”. Ecco finalmente “the smoking gun”, la pistola fumante, che dimostra come questo Papa, che ha difeso come pochi i diritti della persona e ha contribuito in maniera determinante alla caduta del comunismo, sia anche lui un reazionario. Anche qui sono state eliminate soltanto tre parole “in questo modo…”, all’inizio della frase citata di Giovanni Paolo II.


In che modo la democrazia cammina verso il totalitarismo? Quando “l’originario e inalienabile diritto alla vita è messo in discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della volontà di una parte – sia pure maggioritaria – della popolazione. E’ l’esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il ‘diritto’ cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull’inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, a onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo.


Lo Stato […] si trasforma in Stato tiranno…”. Risuona in queste parole di Karol Wojtyla la sua esperienza personale della dittatura nazista e poi di quella comunista: quando lo Stato si erge come interprete del giusto, le atrocità dei lager e dei gulag sono già tra noi. Sorprende che, a distanza di diversi giorni, nessuna voce ufficiale si sia levata per correggere gli strafalcioni di un giornale nazionale. Ma la cosa più preoccupante, o meglio desolante, è che il Ferrone, secondo le chiose del Politi che non mi sembra siano state smentite, e forse anche i partecipanti al seminario tenuto a Torino, sembrano ignari che in entrambe le citazioni i due Papi non stanno attaccando né la democrazia né la libertà, ma si fanno portavoce della tradizionale dottrina platonico-aristotelica sul pericolo che la democrazia si trasformi in demagogia e tirannia quando essa non è più governata dalla ricerca del bene ma dal favorire l’interesse o le idee di gruppi o anche della maggioranza. L’argomento era molto comune tra gli antichi, sia ad Atene che a Gerusalemme, non lo è più purtroppo oggi, nonostante le tragiche esperienze del secolo appena passato.


L’esempio biblico di una tirannia della maggioranza è quello di Sodoma e Gomorra, dove la maggioranza degli abitanti si era unita per abusare di tutti i viandanti che passassero per la loro città e fu proprio questo pactum sceleris a causare la punizione divina.


Nel mondo greco il dilemma del contrasto tra leggi della città e nomos universale venne rappresentato nell’”Antigone” di Sofocle: Creonte, rappresentante della polis, vieta di seppellire il nemico, mentre Antigone rischia la vita per seppellire il fratello e ottemperare in questo modo a una legge superiore a quella della città. E anche qui Creonte verrà travolto dalle conseguenze della sua empietà assistendo alla rovina della sua famiglia.


Durante tutto il medioevo, la Chiesa fu l’antagonista del Leviathan, il “grosso animale politico”, instaurando quel dualismo tra legge dello Stato e legge di Dio o legge assoluta, senza il quale, va notato, parlare di diritti umani oggi non avrebbe alcun senso, come non ne ha ancora parlarne in quelle culture o in quelle religioni dove il potere dello Stato o dell’impero o del clan non è mai stato contrastato, e dove il valore della persona ancora non si è affermato. Perfino la parola libertas non è un termine classico ma canonico, e indicava i privilegi locali difesi tenacemente dalla Chiesa contro la regola imperiale.


L’età moderna nasce invece proprio dal desiderio dello Stato assoluto di ribellarsi e divenire autonomo da ogni freno morale. Il pensiero moderno dopo Machiavelli, Hobbes e Hegel non solo è del tutto incapace di riconoscere o definire la tirannia del singolo come della maggioranza,ma addirittura la propone come soluzione: Hegel giustifica tutta la realtà sulla base della dialettica servo-padrone, e i regimi comunisti o nazisti – entrambi di matrice hegeliana – vedono nell’arbitrio della classe o del partito o del singolo o della razza la “levatrice” del processo storico.


Max Weber poi, e con lui tutte le scienze sociali moderne, teorizza l’impossibilità di giudicare – o anche di riconoscere come malvagio – un regime tirannico. Nelle sue pagine dedicate all’impossibilità per lo scienziato di pronunciare qualsiasi giudizio di valore, Weber santifica l’assolutismo degli Stati di diritto del Ventesimo secolo e le conseguenti tirannie e stragi.


Scrive Leo Strauss: “Quando (noi moderni) abbiamo guardato in faccia la tirannia – un tipo di tirannia che sorpassa la più audace immaginazione dei più grandi pensatori del passato – la nostra scienza politica non è stata in grado di riconoscerla… la nostra scienza politica è perseguitata dalla credenza che i giudizi di valore siano inammissibili e definire un regime tirannico significa dare un giudizio di valore e quindi mitico”. E conclude: “Se tutto è relativo, allora il cannibalismo è solo una questione di gusti”.


Parole profetiche, visti gli esiti del processo al cannibale tedesco che, avendo mangiato pezzo a pezzo un’altra persona, è stato condannato a una pena equivalente a quella inflitta per omicidio causato da guida distratta.


La cecità di fronte a questi temi indica una grave patologia dell’intellettuale moderno: la persistente incapacità, prodotta anche da un viscerale anticlericalismo e anticristianesimo, di riconoscere nell’esaltazione dello Stato o nell’assoluto relativismo il pericolo della tirannia. Quando poi si vedono anche dei cattolici progressisti affannarsi in questa corsa per criticare la Chiesa e appropriarsi della “eredità” della rivoluzione francese, non si sa se ridere o piangere.


Giuseppe Gennarini


© Il Foglio, 13 Febbraio 2004