Il Muro di Berlino?

La cappa ideologica


Il Muro di Berlino?


Costruito dagli occidentali e smantellato dai sovietici



Vincenzo Merlo


Ragionpolitica 28 aprile 2005

Qualche anno fa suscitò clamore la proposta di esponenti di centro-destra di attivare un apposito numero telefonico per raccogliere le segnalazioni degli errori, delle forzature e delle omissioni più gravi dei libri di testo adottati nelle scuole italiane. L’iniziativa fu immediatamente denunciata dalla sinistra, che gridò allo scandalo in quanto avrebbe “pregiudicato la democrazia e leso l’autonomia del corpo docente”.


Ad una certa distanza di tempo si è provato a gettare uno sguardo ad alcuni testi di Diritto ed Economia politica, in uso (o proposti per l’adozione) negli ultimissimi anni. Dalla ricerca sono emerse “verità” e “interpretazioni storiche” davvero singolari, ma tutte ricollegabili, più o meno esplicitamente, alla schiacciante egemonia della cultura marxista. Vediamone degli “illuminanti” esempi.


Un argomento che spesso si presta ad “imparzialissime” analisi attiene alla distinzione tra la destra e la sinistra: secondo il volume Lineamenti fondamentali di diritto pubblico di R. M. (Zanichelli, Terza edizione, Anno 2002, pag. 89): «…di destra sono i movimenti ed i partiti politici conservatori, espressione di solito delle classi economicamente “forti” (imprenditori, grandi proprietari, professionisti).[…] Di sinistra sono invece le forze politiche riformatrici e progressiste, schierate per la tutela e la promozione delle classi lavoratrici. In esse ha prevalso a lungo l’influenza delle dottrine socialiste…».


Capito l’antifona? La distinzione qui evidenziata sembra assumere quasi un carattere etico: di qua il male, di là il bene. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano a riguardo i milioni di lavoratori soggiogati dalle dittature comuniste, ma anche, ad esempio, i cosiddetti “poteri forti” del nostro Paese (colossi bancari, industriali, gruppi editoriali ecc.), quasi sempre orientati a sinistra.


Sempre sullo stesso argomento colpisce quanto sostenuto nel testo Stato e mercato di L. B., V. F. e M. M. (Einaudi Scuola, Volume classe prima, Anno 2002, pagg. 105 e 106): «l’atteggiamento verso le disuguaglianze è ciò che distingue in modo più evidente la sinistra e la destra. […] Le politiche volte a ridurre o abolire le disuguaglianze sociali sono in genere avversate dalla destra. Esistono due tipi di argomenti contro l’eguaglianza a cui corrispondono due tipi di destre: la destra tradizionalista (autoritaria) e la destra liberista. La destra tradizionalista sostiene che le disuguaglianze sono ineliminabili. […] Anch’essa implica il rafforzamento dello stato: non per ridurre le disuguaglianze, ma per mantenerle e impedire che coloro che stanno sotto si ribellino contro coloro che stanno sopra. […] Le moderne società democratiche dell’occidente rappresentano un po’ un misto delle due tendenze. [di destra e sinistra, n.d.a.] «Assicurano – ma quasi mai in modo soddisfacente – la protezione dei più deboli come vuole la sinistra, e garantiscono – ma quasi mai in modo illimitato – la competizione e l’arricchimento individuale, come vuole la destra. Ma la tensione tra le due concezioni dell’uguaglianza è ineliminabile e rispunta continuamente. A ogni proposta favorevole a una maggiore uguaglianza, la destra insorge. A ogni proposta che tende ad aumentare le disuguaglianze, insorge la sinistra».


Qui siamo di fronte ad una parziale riproposizione della nota teoria di Norberto Bobbio, secondo cui la “sinistra” privilegerebbe il valore dell’eguaglianza e la “destra” quello della libertà; il problema è che nel testo di Einaudi Scuola ci si ferma alla sinistra che lotta (?) per l’eguaglianza, mentre della difesa della libertà c’è solo un vago accenno, per giunta non attribuito alla “destra”, ma genericamente al “liberismo”.


Quello che preme sottolineare è che in entrambi i testi l’analisi delle distinzioni tra destra e sinistra viene ricondotta a valutazioni assolutamente soggettive ed opinabili, che non tengono in alcuna considerazione l’effettivo fondamento storico della contrapposizione citata, e cioè la divisione esistente nel Parlamento rivoluzionario francese del 1789. Ogni storico sa, infatti, che è proprio dalla diversa collocazione dei banchi dell’Assemblea del Terzo Stato che trae origine la dicotomia destra-sinistra: si siederanno a sinistra i rivoluzionari più accesi, che vorranno in quel modo semplicemente rimarcare la loro avversione al cristianesimo ed in particolare alla Chiesa cattolica, nel cui “Credo” si professa che «Cristo siede alla destra del Padre». (anche nella tradizione vetero-testamentaria è sempre “la destra di Jahvè” che soccorre il suo popolo). Chi non condividerà questa caratterizzazione antireligiosa (che costituirà un leit-motiv della Rivoluzione francese) si siederà sui banchi del centro o della destra, anche alla luce di una maggiore vicinanza alle posizioni della monarchia.


Il fondamento della contrapposizione sinistra-destra corre dunque, almeno in parte, lungo i binari della avversione o meno al cristianesimo, ai suoi valori, alle sue tradizioni. Perché nei libri di testo ciò viene sistematicamente ignorato? Perché su argomenti così delicati non si cita la verità storica, ma si preferisce disquisire a ruota libera, con una direzione di marcia che risulta sempre “a senso unico”? Perché nella maggior parte dei libri di testo solo “la sinistra” risulta apportatrice di idee nobili e solidali, mentre “la destra” appare sistematicamente vecchia e ingiusta? Perché non si ricorda che il primo governo moderno che attuò misure di protezione delle fasce più deboli della società fu quello del primo ministro Disraeli, leader della “destra” inglese nei primi decenni del diciannovesimo secolo? Perché nei volumi scolastici proposti ai nostri ragazzi non trovano mai spazio, ad esempio, i genocidi giacobini perpetrati contro la Vandea contro-rivoluzionaria o le persecuzioni che i cristiani hanno subito nei regimi comunisti, regimi ispirati proprio ai dogmi atei dei rivoluzionari francesi?


Proseguendo nella ricerca risulta interessante quanto affermato su liberismo e socialismo nel volume Regole e società di M. R. e V. P. (Zanichelli, 2001, pag. 52): «[nel liberismo] la libertà economica non deve trovare vincoli e lo Stato non deve intervenire nella vita economica, ma limitarsi a garantire la libertà e la sicurezza dei cittadini (cosiddetto Stato di polizia). Questa dottrina si rivela particolarmente adatta a legittimare gli interessi della classe borghese imprenditoriale […] Il socialismo, viceversa, è un complesso di dottrine economiche e sociali fondate soprattutto sull’idea della solidarietà tra tutti gli uomini. Le dottrine socialiste sono molte e anche alquanto diverse tra loro, ma tutte si richiamano all’idea che ogni essere umano, indipendentemente dalla sua attività economica e dalla sua posizione, ha diritti politici, sociali ed economici. Lo Stato deve quindi intervenire nell’economia per assicurare una equa ripartizione dei benefici sociali. Queste teorie, che si opponevano al libero sfruttamento del lavoro degli esseri umani da parte di altri uomini, ebbero ampio favore presso i lavoratori salariati. A esse si ispirarono sia i sindacati, cioè le organizzazioni dei lavoratori nate per rafforzare la capacità di contrattare con gli imprenditori le condizioni del lavoro subordinato, sia i partiti che intendevano rappresentare i diritti dei lavoratori a livello politico. Il potere politico ed economico della borghesia imprenditoriale fu per molto tempo prevalente e gli ordinamenti giuridici […] si costituirono in funzione degli interessi della borghesia imprenditoriale».


L’interpretazione marxista della storia qui si salda ad una connotazione della solidarietà assolutamente forzata. Ognun sa, infatti, che la collaborazione tra le varie componenti sociali (la solidarietà, appunto) è da sempre valore cattolico per antonomasia e caposaldo della dottrina sociale della Chiesa (Rerum Novarum di Leone XIII, 1891), in contrapposizione alla “lotta di classe” propagandata dall’ideologia marxista. Verrebbe da ricordare agli autori che proprio in nome della solidarietà cattolica l’elettricista polacco Lech Walesa contribuì in misura decisiva (non a caso con il movimento anticomunista ispirato alla solidarietà, “Solidarnosc”), al crollo dei regimi del “socialismo reale”.


Che il liberismo non sia la dottrina “preferita” dalla grande maggioranza dei libri di testo di diritto ed economia lo dimostra anche il passo seguente, tratto da Stato giuridico-Stato economico di L.G. e I.V. (Lattes, 2004, vol. primo, pagg. 62 e 63): «lo Stato liberale attua una netta separazione tra il potere politico e quello economico. La sua funzione è quella di assicurare un quadro normativo entro cui possono stabilirsi i rapporti di produzione e di scambio secondo gli schemi dell’economia capitalistica. Non per questa astensione la sua azione è indolore: esso è chiamato a reprimere la rivolta dei lavoratori non proprietari contro i borghesi proprietari; è costretto a trasformarsi in uno “Stato gendarme”».


Lo Stato liberale, dunque, si sarebbe specializzato nel reprimere a tutta forza i lavoratori non proprietari, difendendo i borghesi proprietari! Davvero sarà andata sempre così?


Il fatto è che, ad ogni buon conto, il liberismo crolla. Ma sì, sentite qui cosa sostiene il testo Studente e cittadino di M. R. C. (Paravia, 2000, pag. 303): «il sistema liberista si è affermato durante l’800 nei Paesi occidentali e si è imposto fino alla grande depressione economica iniziata nel 1929 […] Il ruolo non-interventista dello Stato viene affermato anche dalla cosiddetta teoria degli sbocchi dell’economista Say, in base alla quale la domanda di beni si adegua sempre all’offerta ed il sistema economico, di conseguenza, risulta sempre spontaneamente in equilibrio; le situazioni di crisi sono momentanee e vengono superate automaticamente, senza necessità di interventi esterni. La grave depressione economica del 1929 dimostrò la mancanza di fondamento di questa teoria: la crisi, infatti, fu superata solo grazie ad una serie di interventi statali e crollò allora la visione ottimistica di un ordine economico spontaneo e capace di autoregolarsi».


Be’, ad essere sinceri, non è stato il liberismo a crollare, bensì (qualche anno più tardi) l’ideologia opposta!


Va detto che i volumi consultati contengono generalmente anche approfondimenti storici relativi alle vicende costituzionali del nostro Paese. A questo riguardo si osserva che il periodo fascista risulta sistematicamente demonizzato, senza mai ricordare le cause più profonde della sua affermazione e taluni aspetti non sistematicamente negativi, evidenziati, ad esempio, dalla rigorosa ed insuperabile ricerca storica di Renzo De Felice; si preferisce invece parlare del “Ventennio” come regime imposto «per contrastare il processo di democratizzazione», come espressione dello “scontro tra le classi”, in cui la borghesia capitalista prevale sulle classi lavoratrici, in lotta per la loro emancipazione.


Traggo ancora dal testo Studente e cittadino di M. R. C. (pag. 98): «l’avanzata delle idee socialiste e il timore di perdere il proprio potere furono tra le cause che spinsero il re a mettere alla guida dello Stato un uomo forte, che sapesse fronteggiare con energia le richieste popolari […] Fu una scelta anomala e non pienamente costituzionale, in quanto i fascisti, essendo in minoranza all’interno della Camera, non avrebbero potuto accedere a tale carica». Interpretazione davvero singolare circa i poteri attribuiti dallo Statuto Albertino al re, che invece aveva piena facoltà di scegliere la persona in grado di formare con successo un governo che godesse la fiducia del Parlamento.


Sul medesimo periodo storico cito dal volume Elementi di diritto per i licei sociopsicopedagogici di F. V. (Simone per la scuola, 3° edizione, 2001, pagg. 81 e 82): «a partire dal 1919 un nuovo movimento denominato “fasci di combattimento” andava affermandosi, con la violenza e con sanguinose aggressioni contro sindacalisti ed esponenti del movimento operaio e con l’appoggio di una larga fascia della borghesia, dei grandi proprietari terrieri e dei gruppi imprenditoriali». Be’, ricondurre i “fasci di combattimento” solo a “violenza e sanguinose aggressioni” sembra comunque riduttivo, soprattutto nell’anno della loro fondazione, dove di grandi proprietari terrieri e di gruppi industriali fascisti non vi era traccia significativa.


Sullo stesso argomento traggo ancora dal libro Stato giuridico – Stato economico di L. G. e I. V. (pag. 72): «si aprì così la via ad un ventennio (1922-1943) di dittatura autoritaria tesa ad esaltare uno Stato “forte” che ristabilisse l’ordine sociale in spregio dei diritti civili e politici dei cittadini così faticosamente conquistati in epoca liberale. La borghesia pensò di usare il fascismo a proprio vantaggio per debellare il movimento socialista crescente e per ristabilire in un secondo tempo, gli antichi valori “liberali”. Gli eventi storici non andarono nella direzione sperata».


L’interpretazione marxista della storia si fa anche in questo caso verità assoluta e nei testi esaminati si evidenziano della vicenda fascista solo le pagine peggiori, nella pressoché totalità dei volumi accomunate a quelle del nazismo. Pagine che ci furono, sia ben chiaro, ma che da sole non bastano a spiegare un movimento complesso che, pur costituendo una dittatura certamente inaccettabile, non può paragonarsi ad altri totalitarismi coevi.


Indro Montanelli amava ricordare che il fascismo italiano, in vent’anni di regime, aveva proceduto a comminare cinque condanne a morte, di cui solamente tre eseguite: a paragone con nazismo (6 milioni di morti stimati nei soli campi di concentramento) e comunismo (in mezzo secolo probabilmente più di 100 milioni di vittime), certamente non fu tra le dittature più disumane. Ma tutto questo non viene mai detto.


Una ricostruzione “sorprendente” della fine della guerra e di quella del fascismo compare a pag. 82 del già citato testo Elementi di diritto per i licei sociopsicopedagogici di F. V.: «Nell’aprile del 1945 si giunse finalmente alla liberazione del nostro paese, i tedeschi firmarono la resa e Mussolini fu condannato a morte». Peccato che il libro non ci illumini né sul “tribunale” che emise la “sentenza”, nè sull’andamento del “dibattimento”!


Crollato il regime e terminata la guerra, la pressoché totalità dei libri esaminati nulla riporta delle esecuzioni brutalmente messe in atto dai partigiani comunisti (vedi nota), nulla degli eccidi compiuti nel “triangolo rosso”, nulla delle “foibe” dei comunisti titini.


Approdando ad anni più recenti, traggo dal testo Lineamenti fondamentali di diritto pubblico di R. M. (Zanichelli, 3°edizione, pag. 89) una frase sorprendente: «dopo alcuni Governi di transizione, negli ultimi anni del terrorismo (culminati con il rapimento e l’uccisione dello statista democristiano Aldo Moro da parte delle cd. “Brigate Rosse”)». Perché utilizzare la dizione “cosiddette Brigate Rosse”, che richiama tanto le “sedicenti B.R.”, espressione purtroppo molto diffusa in quegli anni?


Sui partiti protagonisti dell’attuale politica italiana si leggono queste interessanti descrizioni dal volume Studente e cittadino (pag. 178): «Forza Italia: questo partito è sorto nel 1994 su iniziativa di Silvio Berlusconi, l’imprenditore proprietario delle principali reti televisive private». «Democratici di sinistra: è un partito nato nel 1991 dalla trasformazione del Partito Comunista Italiano in Partito Democratico della Sinistra, voluta dal segretario Achille Occhetto e conseguente alla crisi del comunismo internazionale; ha assunto l’attuale denominazione nel febbraio del 1998. Questa formazione privilegia innanzitutto gli interessi dei lavoratori e si ispira agli ideali dell’uguaglianza e del rispetto verso le categorie meno abbienti». Anche qui niente male in quanto ad imparzialità, vero?


Tra le interpretazioni a dir poco più singolari della storia recente figurano, infine, quelle riferite al regime comunista di Mao, alla fine di quello sovietico e alla paternità del Muro di Berlino, contenute nel testo già ricordato Stato giuridico – Stato economico (pag. 219): «La Cina sarà teatro di una lunga guerra civile che nel 1949 porterà ad un regime comunista. L’economia passa completamente sotto la direzione dello Stato che cerca di migliorare la qualità della vita del popolo promovendo campagne contro l’analfabetismo e favorendo il controllo delle nascite. Mao muore nel 1976.» Naturalmente nulla si dice circa i milioni di morti causati da quel regime, del resto “impegnato a cercare di migliorare la qualità della vita”.


Sempre a pag. 219 dello stesso libro, stavolta parlando dell’Unione Sovietica, si afferma: «in URSS nel 1985 Michail Gorbaciov diventò segretario del Partito Comunista, la più alta carica politica. Egli diede vita ad un profondo rinnovamento del paese: ridusse le spese militari, rese più efficiente l’economia, riconobbe maggiori libertà ai cittadini, firmò con gli Usa accordi per un progressivo disarmo atomico. Di fatto, tra il 1989 e il ’91 finì la guerra fredda e le repubbliche baltiche si dichiararono indipendenti: il 21/12/1991 l’URSS si trasformò nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI)».


Capito? La guerra fredda finì come d’incanto. Nessuna rivolta dei popoli dell’Est europeo, nessun crollo del comunismo, nessun tentativo di golpe a Mosca, nessuna caduta del Muro di Berlino!


Già, il Muro di Berlino! Vogliamo ricordare come ne descrive genesi e caduta lo stesso Stato giuridico-stato economico a pag. 47? «La fine della II guerra mondiale (1945) segnò la sconfitta della Germania da parte di USA-URSS-Gran Bretagna e Francia. I paesi vincitori si spartirono il territorio tedesco in quattro settori e la città di Berlino avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo sovietico, in quanto collocata nella parte orientale della Germania. Tuttavia, a causa del ruolo fortemente simbolico rivestito dalla capitale, le potenze occidentali nel 1961 riuscirono ad attuare il proposito di separare materialmente la città in due zone con la costruzione di un muro che segnasse il confine tra il sistema capitalistico dell’ovest e l’economia socialista dell’est. Soltanto il 9 novembre 1989, il presidente della Germania orientale Krenz, d’intesa con il presidente russo Gorbaciov, annunciò la demolizione del Muro e la riunificazione delle due Germanie».


Dinanzi a questa ricostruzione, credo che ogni ulteriore commento risulti superfluo.


http://www.ragionpolitica.it/testo.3384.html