Il Ministro Tremonti scrive al direttore del Corriere della Sera

Dal mondo

Contro il mercato della fame e della sete

Alla base degli aumenti dei prezzi del cibo ci sono non solo i fondamentali dell\’offerta ma anche una forte speculazione…

di Giulio Tremonti
Ministro dell\’Economia

 

Caro direttore,
1) Eravamo nel mondo circa 1 miliardo di persone, all\’inizio del \’900. Eravamo circa 2,5 miliardi, a metà del \’900. Siamo circa 6,5 miliardi, all\’inizio di questo secolo. Saremo in previsione più di 9 miliardi, prima della fine di questo secolo. Contrariamente a un\’impressione che si sta ormai diffondendo, le previsioni economiche sono ancora affidabili, ma solo se basate sui grandi numeri e proiettate sulla dimensione temporale della lunga durata, da un decennio all\’altro. Dati questi dati: cosa dire sull\’oggi? Cosa prevedere per domani? Cosa fare?
Quindici, ancora dieci anni fa, poco più di 1 miliardo di persone aveva più dell\’80% della ricchezza prodotta nel mondo. Oggi, tra quel poco più di 1 miliardo ed i restanti più di 5 miliardi, la ricchezza che si produce nel mondo è divisa a metà: 50%; 50%. Non è solo un differenziale demografico, economico, quantitativo. E\’ un differenziale politico. Un differenziale ad alta intensità politica. Quindici, ancora dieci anni fa, la parte ricca del mondo era unificata da un proprio e dominante codice di potere: un unico codice economico e monetario, linguistico e politico, fatto dall\’ideologia del mercato e del dollaro, dalla lingua inglese e dal G7. Questo ordine si è rotto, nel corso dell\’ultimo decennio. Il vecchio codice di dominio è entrato in crisi, tanto al suo interno quanto al suo esterno, a fronte del nuovo mondo che è emerso un po\’ dappertutto fuori dal vecchio perimetro del G7. Un mondo caotico e anarchico nella sua espressione d\’insieme, fatta da sistemi e sottosistemi sociali ed economici, ideologici e politici, tra di loro fortemente differenziati: democrazie emergenti, che replicano alternativamente gli elementi migliori o peggiori dell\’Occidente; Stati che ibridano insieme comunismo e mercato; Stati che esprimono e proiettano insieme neo-imperialismo e paleo-mercantilismo; Stati che sono ancora più feudali che sovrani. L\’effetto di insieme, l\’effetto complessivo è quello di una forte instabilità. Instabilità già in atto; e soprattutto instabilità in potenza. L\’arte di «prevedere il futuro», l\’arte di fare la «storia del futuro» è un\’arte ricorrente. L\’offerta di catastrofismo è una costante storica, ma nella sua intensità conosce cicli alterni di alto, medio, basso. Un\’arte che in specie si intensifica nelle fasi di crisi, fino agli scenari catastrofici dell\’iperconflitto, del nomadismo, del cannibalismo. Qui cerchiamo di essere più costruttivi. L\’accaduto non può essere evitato. E\’ l\’inevitabile che può essere evitato. In questa prospettiva, cibo e acqua sono elementi essenziali e strategici. Rappresentiamoli in negativo, per capire più a fondo quanto contano: non cibo, uguale fame; non acqua, uguale sete.
2) Non cibo alias fame. Entro il 2030 la domanda alimentare crescerà del 50%. In particolare, negli ultimi tre anni, i prezzi alimentari sono globalmente cresciuti dell\’83%. Solo nel 2007 il prezzo del pane è aumentato del 77%, quello del riso del 16%. Nel 2008 la tendenza non si è invertita. E\’ solo un po\’ rallentata. Alla base di questi movimenti e dei loro scarti improvvisi ci sono solo i fondamentali della domanda e dell\’offerta o c\’è anche la speculazione, la peste del XXI secolo? Per me (non solo per me) c\’è anche e forte la speculazione. Ma comunque, anche ragionando solo in termini convenzionali di domanda e di offerta, c\’è qualcosa di più. E\’ questione di equilibri e di velocità sostenibile. La globalizzazione, fatta di colpo e a debito, è stata come aprire un vaso di Pandora, liberando forze che ora non sono facili da controllare. In ogni caso, sul cibo si è creata un\’enorme asimmetria, tra l\’Occidente e il resto del mondo. Un\’asimmetria che è insieme culturale ed esistenziale. A) In Occidente, sul cibo si ragiona in termini lievi, postmoderni. Corriere della Sera del 24 settembre 2008: «Industria del benessere: è record!». Sole 24 Ore del 21 settembre 2008: «Magrezza di Stato» (su: Beker e Posner, Should the State regulate the fast food industry?).
In Occidente la questione del cibo viene in specie vissuta e presentata come un misto tra buone pratiche di igiene sanitaria (è così un po\’ il verificarsi della profezia di G.B. Shaw: l\’igiene diventerà la religione del mondo contemporaneo), pose radical-chic, idee psudoscientifiche, furbizie commerciali, prospettive di risparmi pubblici nella spesa per il welfare. Ancora ieri si auspicava in Europa un aumento dei prezzi per incentivare gli agricoltori a produrre minori quantità, ma di migliore qualità, etc… E via via con scemenze simili. Soprattutto c\’è il dilemma, l\’enigma tragico dei biocarburanti: sono un target europeo positivo e progressivo o sono un crimine contro l\’umanità? B) Nel resto del mondo non è esattamente così. La fame ha fenomenologia e geografia nuove, diverse da quelle tradizionali. La fame non riguarda più solo le aree da sempre povere, o le aree colpite periodicamente da siccità o da eventi bellici. La fame è insieme più estesa e più discontinua di prima. Ed essa stessa può essere, si avvia a essere, non solo l\’effetto ma anche la causa di guerre. E\’ anche questo un lato oscuro della globalizzazione. Per fare un bilancio consolidato della globalizzazione è ancora troppo presto. Nella parte del mondo non «beneficata» dalla globalizzazione non tutti vivono comunque meglio, molti vivono ancora peggio di prima; perché, con i nuovi prezzi, non basta più neanche quel mezzo dollaro che prima «bastava».
3) Non acqua, alias sete. La domanda globale di acqua è triplicata negli ultimi 50 anni e si prevede che crescerà di un ulteriore 25% nel 2030. Almeno 500 milioni di persone vivono in aree che strutturalmente e permanentemente mancano di acqua. Per il 2050 è previsto che salgano a 4 miliardi. Da sempre acqua significa vita e salute. Lo sapevano bene gli antichi romani, con il loro motto Salus per acquas, con i loro acquedotti e le loro terme. Prima dei romani, vi era la Bibbia. L\’acqua nella Bibbia non è solo una presenza fisica, sospirata e preziosa, ma è soprattutto e non per caso un simbolo spirituale. Sono almeno 1.500 i passi biblici «bagnati» dalle acque. Passi nei quali ci si imbatte in sorgenti, fiumi, mari, laghi, ma anche in piogge, nevi, rugiade, pozzi, cisterne, acquedotti, piscine, bagni, torrenti, imbarcazioni, pesci, pescatori. L\’acqua racchiude valori simbolici fondamentali al punto da trasformarsi in un segno stesso di Dio e della sua parola. L\’acqua rivela anche un profilo terribile, di giudizio e di distruzione: pensiamo solo al diluvio o, più semplicemente, al mare che nella Bibbia è visto come un simbolo del nulla, del caos, della morte. E\’ scritto nell\’Apocalisse: «Il mare non c\’era più […]. Un fiume d\’acqua viva, limpida come cristallo, scaturiva dal trono di Dio e dell\’Agnello […]. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» (21,1.6; 22,1). Quel Dio, che aveva dissetato il suo popolo nel deserto, offrirà allora una «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Giovanni 4,14).
Da sempre la civiltà dipende dalla disponibilità di acqua. E\’ stato detto, correttamente, che l\’acqua è più importante del petrolio. In un prossimo futuro sarà possibile sostituire il petrolio con altre fonti di energia, come quella nucleare o quella solare. Ma non sarà mai possibile sostituire l\’acqua. La disponibilità di acqua, va da sé, è essenziale per aumentare la produzione agricola in modo da corrispondere all\’incremento della popolazione mondiale. A differenza del cibo, l\’acqua sta diventando una risorsa scarsa, anche nei Paesi sviluppati. Vi sono innumerevoli segnali. Ad esempio, quest\’anno per la prima volta 18 milioni di californiani hanno dovuto subire un forte razionamento delle forniture idriche. Stiamo parlando della parte del mondo più ricca e più innovativa dal punto di vista tecnologico. Ma tutto ciò evidentemente non è bastato. Il progresso tecnologico potrà indubbiamente aiutare nel trovare nuove risorse idriche e, soprattutto, nell\’usare più efficientemente quelle esistenti. Ma il problema non è soltanto tecnologico o risolvibile solo con la scienza. E\’ un problema anche politico, ed anche morale.
4) Cibo e acqua non sono una merce qualsiasi, una commodity qualsiasi da lasciare al mercato secondo la logica del profitto. La logica del profitto può senz\’altro favorire un\’allocazione efficiente delle risorse. Ma l\’efficienza economica ha poco o nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni primari di chi — regione geografica o classi di cittadini — non dispone delle risorse economiche necessarie per pagare prezzi di mercato.
La logica del mercato va correttamente applicata per rendere cibo e acqua più disponibile per tutti, in modo efficiente e senza sprechi. Ma non deve essere applicata per rendere il cibo e l\’acqua un nuovo e formidabile strumento per conseguire profitti privati di monopolio o rendite di posizione. Come per il cibo, anche per l\’acqua sta finendo l\’illusione pluridecennale di una crescente disponibilità a prezzi sempre più bassi. I governi hanno il dovere di adottare le misure necessarie affinché l\’acqua non diventi una ragione di separazione sociale tra ricchi e poveri, che si tratti collettivamente di interi Paesi o individualmente di cittadini, all\’interno dei vari Paesi. Serve per questo il principio di una nuova governance del mondo. E\’ per questo che, nel suo grande respiro, si condivide pienamente il discorso fatto il 23 settembre 2008 per l\’Europa, all\’Assemblea generale delle Nazioni Unite dal presidente della Repubblica francese: «La comunità internazionale ha una responsabilità politica e morale che noi dobbiamo assumere… non possiamo governare il mondo di oggi, quello del XXI secolo, con le istituzioni del XX secolo… Abbiamo un secolo di ritardo… Non possiamo più aspettare… a trasformare il G8 in G14, per farvi entrare la Cina, per farvi entrare l\’India, per farvi entrare l\’Africa del Sud, il Messico, il Brasile. L\’Italia propone un grande passo in questa direzione fin dal prossimo vertice che ospiterà. L\’Italia ha ragione!». Nel 2008 il suo anno di Presidenza del G8, l\’Italia intende proprio andare avanti invitando tutti gli altri Paesi a compiere insieme un passo avanti verso il futuro. Un futuro che può e deve essere migliore del presente.

Corriere della Sera 28 settembre 2008