Il Manifesto dei Medici del NON voto

Vita: politiche di bioetica

LA GIORNATA
Autorevoli rappresentanti della Medicina italiani hanno presentato ieri a Roma un manifesto che spiega le motivazioni dell’astensione in vista dei referendum del 12 e 13 giugno. Negli interventi una serie di dettagliati approfondimenti scientifici ma anche di riflessioni personali su etica e diritto alla vita.


Quattrocento medici invitano a non votare


«In quanto scienziati che dedicano la vita a studiare la natura e attraverso la tecnologia a collaborare con essa a sua salvaguardia e a vantaggio dell’uomo, riteniamo nostro dovere rendere testimonianza al valore della vita umana fin dal suo concepimento e alla verità circa l’attuale situazione della ricerca scientifica»
Frati, preside di Medicina: troppi interessi economici nel settore privato Il ginecologo Forleo: prima della tecnica si tentino altre cure.

Da Avvenire del 09/06/2005


Da Roma Michela Gambillara


«In quanto scienziati che dedicano la vita a studiare la natura e attraverso la tecnologia a collaborare con essa a sua salvaguardia e a vantaggio dell’uomo, riteniamo nostro dovere rendere testimonianza al valore della vita umana fino dal suo concepimento e alla verità circa l’attuale situazione della ricerca scientifica. E dichiarare la nostra decisione di non recarci a votare nell’imminente consultazione referendaria e di invitare tutti i cittadini alla stessa scelta». Così, quattrocento fra i più autorevoli medici italiani prendono posizione contro i referendum abrogativi della legge 40 e spiegano le motivazioni in un manifesto dei “Medici del non voto”. Ieri, presentando il documento, alcuni per tutti hanno raccontato le motivazioni della scelta. «Sono credente – spiega Luigi Frati, preside della prima facoltà di Medicina e Chirurgia della Sapienza di Roma e presidente dei Presidi di tutte le altre facoltà dello stesso settore -, ma la mia posizione di valutazione della legge è laica. Per quanto riguarda la fecondazione assistita, sarei d’accordo se avvenisse solo nel settore pubblico. Invece ci sono dietro troppi interessi economici e l’abrogazione della 40 riproporrerebbe il far west, le mamme-nonne, l’utero in affitto…». «Il secondo aspetto – continua Frati – è quello della ricerca sulle cellule embrionali, che finora non risultano essere utili per la cura di alcuna patologia, al contrario delle staminali adulte che invece per esempio sono valide nella cura dopo-infarto. La legge va migliorata, ma non deve essere abrogata. Non dimentichiamo, infine, la predisposizione al cancro delle cellule embrionali, le quali nel liquido di cultura di espansione “in vitro” assorbono anche cellule animali. E non sappiamo ancora con quali conseguenze». Per di più, denuncia Paola Binetti, presidente del Comitato Scienza&Vita «c’è ancora poca informazione mediatica sull’argomento, con un oscurantismo ingannevole e informazioni frammentarie». Come quelle sulla messa in questione di un’altra legge, la 194. «Che non è in discussione – ricorda ancora Binetti – e che accettiamo come norma per la tutela della maternità, anche perché il suo primo articolo ribadisce le stesse cose della 40». «Per tutta la vita – dichiara Romano Forleo, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica – ho cercato di aiutare le coppie sterili. E penso che prima di ricorrere alla fecondazione assistita sia necessario tentare altre strade di cura, e che non bisogna “produrre embrioni” per la sperimentazione. Il servizio sanitario nazionale deve prendersi a carico la questione, perché tutto sia subito gratuito». Il problema informazione torna al centro della riflessione di Giuseppe Avvisati. «Nessuno informa esattamente – dice l’ordinario di Ematologia all’Università Campus Biomedico di Roma – sulle cure con le staminali adulte o con le cellule del cordone ombelicale, in grado per esempio di guarire un bambino affetto da talassemia. Inoltre, non sempre le tecniche di fecondazione vanno a buon fine, mentre il 60% delle infertilità possono essere guartite con altre cure». A proposito degli embrioni “soprannumerari”, Avvisati precisa che «per poterli utilizzare per la ricerca bisognerebbe definirli bioeticamente e biologicamente “morti”». Sugli effetti della legge 40 insiste Lucio Romano, ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Napoli. Ricordando che è «l’Istituto superiore di sanità a certificare che prima si trasferivano quattro o più embrioni in utero, con aumento di parti plurigemellari, malformazioni, aborti. Dopo, invece, c’è stato un calo-nascite del 3% ma si sono ridotti in maniera significativa la stimolazione ormonale e i parti gemellari». «Quanto al richiamo di alcuni Nobel italiani e stranieri – conclude Gualtiero Ricciardi, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università cattolica del Sacro Cuore – sul fatto che la legge 40 inibirebbe la ricerca scientifica, prima di tutto dicon che non è vero. E poi mi limito a ricordare che durante il nazismo accadde che alcuni Nobel dell’epoca scrissero lettere a Hitler per supportare le leggi razziali…». Alla manifestazione ha presenziato, condividendola, anche il sottosegretario alla Salute Domenico Di Virgilio, che promette di avviare «una campagna nazionale di sensibilizzazione sui risultati di cura con le cellule del cordone ombelicale» perché «purtroppo ne vengono utilizzate solo il 25%». Il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia, che proprio ieri ha aderito a Scienza&Vita ricorda infine che «nel 1995, nel testo della Convenzione Ue, si consentivano esperimenti sugli embrioni e il prelievo di tessuti su bambini con handicap, anche senza il permesso dei genitori. All’epoca sono riuscito a far abrogare queste norme e lo considero uno dei miei orgogli personali, in tanti anni di carriera politica».