Il «Cristo» di Olmi fa rimpiangere quello di Guareschi

Dal mondo

IL “CRISTO” DI OLMI


L’ultimo film di Olmi “Cento chiodi uscirà nelle sale il 30 marzo. Quello che il regista bergamasco presenta è un Dio nascosto, non un Dio presente. Si tratta di un film contro la religione (“che non ha mai salvato nessuno”) e si presta a equivoci simbolici. E Claudio Magris «il laico buonino» ne approfitta… Magris, infatti, ha firmato per Federico Motta Editore la prefazione al volume fotografico che accompagnerà l’uscita del film e in tre pagine riesce in un’impresa di riscrittura idealistica del cristianesimo come neanche Dan Brown era riuscito, infilandovi un’interpretazione ereticale via l’altra.

I chiodi sono proprio dei chiodoni, una spanna di ferro brunito come quelli della croce di Gesù. I libri non sanguinano, nella loro quint’essenza di lettera morta. Il professore che inchioda i libri ai muri e al pavimento ha già barba e capelli e occhi da Nazareno, ma per il momento è solo un professore di Filosofia delle religioni, giovane e di successo. Che a un certo punto non ne può più, delle religioni e del successo. Perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”, come dice a una bella studentessa, e guai a chi “nella sua vita ha amato più i libri che gli uomini”, come dice a un vecchio monsignore. E’ morta dottrina, e bisogna ribellarsi. Butterà tutto e se ne andrà in riva al Po, a cercare con gli umili e i semplici il miracolo dell’amore e della fede autentica, no religione. Parafrasi cristologica, direbbero i dottori del tempio.
Il regista che vuole parlarci del “Cristo delle strade, non l’idolo degli altari e degli incensi”, il regista che ritiene libri e altari solo “comoda formalità, ipocrita convenienza o addirittura pretesto di sopraffazione”, il regista che vede nel cristianesimo la “ribellione che Cristo compie nel disturbare la vita del tempio”, un cristianesimo senza dottrina e fuori dalle chiese, il regista di questo vigoroso attacco alla religione si chiama Ermanno Olmi. Non un dissacratore di ogni Dio e di ogni fede, non un cascame dell’eterna commedia anticlericale all’italiana. Ma un artista profondamente religioso, anzi un cineasta cattolico, definizione troppo stretta e troppo larga che però lui si è portato dignitosamente sulle spalle tutta la vita, quando portarla pesava più che adesso. Di questo suo “Cento chiodi”, che uscirà nelle sale il 30 marzo, ha già detto che è il suo ultimo film di narrazione. E dunque l’ha girato con “la consapevolezza che l’ultimo atto riassume il senso di tutta la tua esistenza”. Lo ha riassunto così: “Mi sono chiesto: che cosa racconto nel mio ultimo film? Meglio ancora: di chi parlo? L’unico interlocutore che continua a interrogarmi, senza che io riesca a darmi risposte rassicuranti, è Cristo, una figura inquietante che da duemila anni occupa uno spazio della nostra esistenza pur non avendo mai scritto un libro”. E ha cavato un film che vuole smascherare “la non verità della religione”, contrapposta alla fede, come dice René Girard, con frasi anche violente, dove si accusa “Dio, il massacratore dell’umanità”, che “il giorno del giudizio sarà Lui a dover rendere conto della sofferenza dell’umanità”.
Un film che si presenta alla prima scena con un gesto non già blasfemo (e perché mai? il cristianesimo non è una religione del Libro), ma certamente provocatorio. Una ribellione contro la religione intesa come teologia, dogma. Non l’istituzione interessa a Olmi, ma il Cristo “uomo, uno come noi, che possiamo ancora incontrare in un qualsiasi giorno della nostra esistenza: in qualsiasi tempo e luogo”. Una ribellione che ha qualcosa a che fare con il rifiuto della storia – il passato di una religione – in nome di una fede da ritrovare, inchiodando il passato al proprio passato. Temi suggestivi, carne in cui affondare i denti. Poiché oggi che non è solo “il sacro” a rivendicare il suo posto nella storia, ma a rivendicarlo è proprio il nome e la storia di quel “Cristo” che, metaforicamente, Olmi affida al viso di Raz Degan. Oggi che la cultura è al bivio tra non dimenticare le proprie radici o scegliere la strada di una fede egoriferita, che si arrovella con scetticismo attorno alle sue domande.
In attesa di vederlo al cinema, già si può azzardare che il film di Olmi abbia colto il punto, e che troverà ascolto in primis tra i critici della religione: non tanto gli Odifreddi ottocenteschi, ma più ancora i cultori di quella religiosità secolarizzata, un po’ parente povera della gnosi, che ama meditare spiritualisticamente al riparo dalle ingerenze di ogni fede rivelata. Insomma quella dell’intellettualità alla Corrado Augias e Mauro Pesce e alle loro indagini su Gesù. Del resto un piccolo saggio di come verrà trattato questo piccolo grande evento culturale lo ha già offerto Claudio Magris, uno dei pochi fortunati ad aver già visto i “Cento chiodi” e che ha firmato per Federico Motta Editore la prefazione al volume fotografico che accompagnerà l’uscita del film, e che contiene anche una conversazione tra il regista e il biblista Gianfranco Ravasi. Nel suo breve scritto, Magris prende il film proprio dal suo verso più controverso, come un richiamo a una sacralità diffusa, senza dogmi e senza storia, facendo forza (e banalizzando un po’) sulla teologia protestante, sulla distinzione tra fede e religione cara a Karl Barth, sul rifiuto del “Dio tappabuchi” denunciato da Dietrich Bonhoeffer. Ma, soprattutto, per Magris Cristo è un simbolo, un ideale a-storico, disincarnato e dunque malleabile: “E’ uno degli uomini (forse anche molti, sconosciuti e ignoti) che possono diventare Cristo, con la loro vita, o meglio nei quali il sacro – Dio, il divino, il Verbo – si può incarnare, com’è accaduto una volta in Galilea”. Così in tre pagine riesce in un’impresa di riscrittura idealistica del cristianesimo come neanche Dan Brown, infila un’interpretazione ereticale via l’altra. Spiega Magris che “la fede non è un contenuto dottrinale, bensì una sostanza della persona”. Che il Vangelo va “scoperto sotto le apparenze di una realtà quotidiana, lontana – nel tempo e nello spazio – da quella storia in Galilea e dalle costruzioni filosofiche e teologiche costruite nei secoli intorno a quella storia”. Si fa scortare da Rudolf Bultmann, certo, il grande teologo protestante della “demitizzazione” del Vangelo, per liberare “il senso perenne della parola e dell’agire di Cristo dalla veste storicamente e fantasticamente condizionata con cui ogni epoca li avvolge”. L’universalità di Cristo “non si limita ad alcuna epoca e ad alcun paesaggio”, è il suo succo: dunque è liberamente inchiodabile come un libro vecchio, confutabile nel più completo e personale relativismo.
Sulla carta, insomma, il film di Olmi si presterebbe ai sostenitori di un Cristo che non vuole “diventare una figura idolatrata, un Capo oggetto di culto e quindi potenzialmente limitatore della libertà di ognuno”. Del resto, per Magris, “pure nei Vangeli il Cristo che riappare dopo la resurrezione è quasi immateriale, una parvenza più che una presenza”. Un brivido giù per la schiena, per chiunque abbia visto un quadro di Caravaggio o abbia letto in qualche copia del Santo Evangelo non ancora inchiodata di Gesù che, dopo la resurrezione, mangiava pesce arrosto sulla spiaggia con i suoi amici. Ma sono le stesse idiozie che sostanziano il danbrownismo, la non-religione diffusa che domina il rapporto con Dio nella nostra epoca di noia metafisica. E’ l’idea del cristianesimo che gira attorno.
LA DIFESA DI MONSIGNOR RAVASI
Ma gli Augias e i Dan Brown li ha già smentiti ufficialmente il Vaticano: niente processi, per carità, che non è più il tempo. Però la dottrina della fede è pur sempre la dottrina della fede. Inutile dire che a Ermanno Olmi non accadrà nulla di anche lontanamente simile, non sarà sottoposto a censure né si prenderà una spazzolata come accadde invece a Jean-Luc Godard, quando provò ad accostarsi con troppa attualità e scarso rispetto dogmatico alla Vergine in “Je vous salue Marie”. Ma Godard era un ginevrino ateo e pure calvinista; Ermanno Olmi è un vecchio cattolico bergamasco, figlio del popolo e di una fede semplice, tutta legata alla storia e alla terra. Domenica scorsa lo ha preventivamente esaltato l’Avvenire, presentando il suo film, e per lui garantisce monsignor Gianfranco Ravasi, amico e bibliotecario, paradossalmente come quello a cui Raz Degan inchioda i preziosi manoscritti.
Il suo film di commiato è un atto di fede, come del resto lo sono stati quasi tutti i suoi precedenti. Fede semplice e tormentata a un tempo. “Olmi ha voluto non dissacrare, ma de-sacralizzare la religione, per ricordare l’importanza della fede, di un rapporto autentico con la natura, le persone, con il calore di una carezza. La sua è la rappresentazione del Cristo incarnato”, lo difende monsignor Ravasi: “Punta il dito contro l’istituzione sclerotica, ma la sua è una metafora evangelica. Non c’è niente di spiritualista, anzi c’è semmai un eccesso di incarnazione. E non è neppure contro la chiesa, il suo personaggio anzi raduna attorno a sé proprio una comunità, con cui ripete i gesti dei sacramenti. Ovviamente sotto forma di metafora poetica”. Ammette Ravasi che sì, “è possibile che il film si possa prestare a qualche lettura contraria, alla negazione dell’istituzione, ma in Olmi non trovo il cristianesimo ridotto a sociologia, a opinione. Lui per primo si stupirebbe di una simile lettura”.
Certo però la sua visione “è quella di un ritorno a un cristianesimo ideale, primordiale, e può essere legittimo che il film venga letto da qualcuno in questa chiave. Fa parte dell’ambiguità dei simboli”. Piuttosto, allora, ci sarà da interrogarsi sul cristianesimo di Olmi. Di dove venga e cosa porti con sé. Il vecchio ragazzo della Bovisa, il figlio del cattolicesimo padano e giovanneo non è certo uno scettico demolitore della fede o un relativista à la page, uno che rifiuti lo scontro sanguigno dell’uomo con la verità in nome del Dio tappabuchi. Anche se, dopo una carriera d’insulti da parte della critica proprio a causa della sua religiosità, è diventato un po’ un idolo di certa sinistra quietista, da “Il mestiere delle armi” in poi, letto in chiave pacifista (“il mio film non è certo una bestemmia contro chi crede in un Dio trascendente, semmai un’accusa verso gli uomini che stanno tradendo il Dio della pace”). Olmi è soprattutto uno che è “sempre stato leale con le storie che ha narrato”. Un cineasta le cui immagini “sono belle perché sono splendore del vero”, come diceva Godard del cinema di Rossellini, suo maestro ideale. Un uomo della Bassa, cresciuto negli stessi campi lunghi e nello stesso dialetto del Papa del Concilio. E a Giovanni XXIII ha dedicato un bel film tormentato, “E venne un uomo”. Olmi non è la chiesa del Concilio, intesa come quella pletora di cattolici variamente adulti, quelli che non amano sottostare a nessuna dottrina. La sua è una religiosità appunto giovannea, se per giovanneo si intende l’afflato dello Spirito del Concilio: ritornare alla carne e non alla lettera morta del cristianesimo, perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”.
CRISTIANESIMO ED ETHOS DELLA TERRA
Allo stesso tempo la spiritualità di Olmi (non si vuole qui minimamente impalcarsi a giudici di nessuno, di un artista men che meno) è un po’ caso esemplare della storia del cattolicesimo di questo secolo. Olmi è nato nel 1931, figlio di quella fede dei padri, che è stata in Italia un tutt’uno con l’ethos della terra e come un’idea precisa delle cose di lassù. Quella fede tramandata che, a dispetto dei più efferati laicisti, ha preservato l’Italia come “un terreno molto favorevole”, come l’ha definita Benedetto XVI a Verona. Un cristianesimo che era tutt’uno col sentimento del vivere, del morire, del faticare e dell’essere leale con le cose, con la natura, nel loro dato di “essere dati”. Che è un po’ anche la cifra poetica di Olmi. Ma che è anche la cifra di un cristianesimo che a un certo punto ha iniziato a scoprirsi tutto crepe ed inaridito, come le secche del Po, travolto dalla modernità in quanto sinceramente convinto, desolatamente convinto, che la modernità l’avesse già travolto. Un cristianesimo ormai incapace di guardare le cose di lassù, ma anche di reggere lo scontro a suon di ragione con quelle di quaggiù. Al di là (o meglio malgrado la sua personale parabola umana e artistica), Olmi è un po’ anche il riflesso emblematico di un cristianesimo che è andato perdendo il bandolo della sua millenaria matassa. “Se Cristo fosse qui”, ha titolato Famiglia Cristiana un articolo dedicato a “Cento chiodi”. Alla fine del film, Olmi fa andare via il suo “Cristo”. Metafora trasparente dell’Ascensione, assicura Ravasi, ma per non tornare più. E mica gli viene in mente di dire: “Sono con voi tutti i giorni”. E’ il cristianesimo del Dio Nascosto, che bisogna cercare e non si fa trovare. “No, no, no… Credo che Dio non parli con l’uomo. Guai se lo facesse. Arrivo a dire che, forse, Egli non vuole nemmeno che si parli con lui”, ha detto in un’intervista lo scorso anno. “Ha nell’esistente i suoi rappresentanti: parla attraverso la luce, il buio, l’erba, i fiori… Il senso della vita non bisogna andare a cercarlo, bisogna porsi in ascolto, in silenzio”. Il perfetto viatico della laicità. Ma anche la debolezza di un cristianesimo per cui Gesù è diventato soprattutto uno da cercare. Mica uno presente. E’ il Deus Absconditus che è stato caro alla generazione dei Lazzati, dei David Maria Turoldo, per citare un altro artista che aveva messo radici nella terra di Papa Giovanni. Diverso è però immaginare il povero Olmi in compagnia dei cattolici adulti che useranno la sua estrema parabola cristologico-padana per inneggiare al Dio che si nasconde, altro che il Dio che rivendica un posto pubblico, altro che la pretesa di giudicare la vita e la morte, il bene e il male. Eppure Olmi proprio questo accusa. Rimprovera la ragazza che studia Filosofia delle religioni, invece di prendere sul serio la fede. “La lettera uccide, è lo spirito che dà vita” (2 Corinzi, 3,6).


di Maurizio Crippa
Il Foglio (21/03/2007)


 


Profilo Biografico
Nato a Bergamo nel 1931, figlio di un ferroviere, Ermanno Olmi nei suoi film ha sempre raccontato gli umili, seguendo la lezione del suo maestro Pier Paolo Pasolini.
I primi riconoscimenti internazionali arrivano con Il posto (1961), storia di due giovani milanesi alle prese con il primo lavoro. Dopo aver raccontato i guasti del boom economico in film come I fidanzati e aver realizzato un’intensa biografia di Giovanni XXIII in E venne un uomo, nel 1978 realizza il suo capolavoro, L’albero degli zoccoli, che vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes.
Girato con attori non professionisti (come ha fatto, con l’eccezione di Raz Degan, nell’ultimo Cento chiodi), e parlato in dialetto bergamasco, il film è il poetico racconto, ispirato alle storie dei nonni del regista, delle vicende di cinque famiglie di contadini. Altre pellicole importanti nella filmografia del regista sono La leggenda del santo bevitore, basato sull’omonimo racconto di Joseph Roth, premiato con la Palma d’Oro a Venezia nel 1988, e Il mestiere delle armi (2001), ispirato alla discesa dei lanzichenecchi in Italia per minacciare lo Stato pontificio nel 1526.