IL NOVECENTO, UN SECOLO DI MARTIRI

Libertà religiosa

L’inizio lo diede la Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, che si propose — sotto la spinta dell’Illuminismo — di cancellare, in Francia, il cristianesimo massacrando i preti che non avevano accettato la Costituzione civile del clero, suore educatrici, ospedaliere e perfino monache di clausura come le carmelitane di Compiègne, e soprattutto combattendo contro i cattolici della Vandea, molti dei quali, ammassati su barconi e zattere, vennero annegati (noyés): tra essi anche alcune povere contadine.

Nell’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa (28 giugno 2003), Giovanni Paolo II intende proporre a tutti, “perché non sia mai dimenticato”, il grande segno di speranza costituito da tanti testimoni della fede cristiana, vissuti nell’ultimo secolo all’Est come all’Ovest, che “hanno saputo far proprio il Vangelo in situazioni di ostilità e di persecuzione, spesso fino alla prova suprema del sangue” (n. 13).


Perché quest’invito a non dimenticare mai i testimoni della fede cristiana — i martiri — dell’ultimo secolo? Il motivo sta nel fatto che non solo nel mondo dei mass media, ma anche, e soprattutto, nel mondo cristiano, più precisamente in taluni settori più critici nei riguardi della Chiesa, si tende a dimenticare le persecuzioni del Novecento e— quel che è più grave — a squalificare e ad irridere come “fanatici” e “fondamentalisti” coloro che tali persecuzioni hanno subito fino allo spargimento del sangue. In un numero della rivista Concilium (2003, n. 1), dedicato a “Ripensare il martirio”, col termine “martire” si indicano sia i cristiani uccisi per la fede, per la giustizia o per altri valori cristiani, sia i terroristi islamici, che si uccidono e uccidono per la difesa dell’islàm, sia i monaci buddisti che si sono dati fuoco per protestare contro il regime comunista del Viet Nam (p. 111).


In secondo luogo, col termine martirio “ripensato” si intendono le sofferenze che i Paesi europei colonialisti hanno imposto all’Africa e all’America Latina: si parla perciò dell’Africa quale “continente martire”: “Per dirla in breve, l’Africa è stata martirizzata dal punto di vista antropologico, storico, socio-culturale, economico, politico e per la sua religione, considerata come una religione idolatra, animista” (pp. 54-56).


Quanto all’America Latina, si distingue tra i “martiri gesuanici”, morti non per Cristo o a causa di Cristo, ma come Gesù e per la causa di Gesù” di Gesù, cioè “per la sequela coerente di Gesù, del suo amore e della sua difesa del povero”, e i “popoli crocifìssi”, cioè i popoli dell’America latina che, sfruttati in vita e massacrati in morte, chiedendosi se questi “popoli crocifissi” non siano martiri in senso più pieno dei martiri gesuanici (p. 31). Per quanto riguarda l’Asia, vengono definiti martiri i tamil dello Sri Lanka che lottano e muoiono “per la loro vita e la loro dignità sull’isola dello Sri Lanka” contro i singalesi (p. 39).


Infine, si pone “il problema del martirio nei Paesi di “missione”, come la Cina, il Giappone, la Corea e il Viet Nam e ci si chiede se nell’uccisione dei cristiani — che la Chiesa oggi onora come martiri — era in questione la fede oppure si trattava del fatto che l’atteggiamento dei cristiani, che ritenevano idolatrici i “riti” cinesi, “fu considerato sovversivo, perché metteva m discussione elementi portanti del sistema sociale esistente” (p- 119); si trattava del fatto che la dipendenza dei cristiani dall’estero era vista come un'”ingerenza negli affari interni” dei singoli Paesi e infine soprattutto del fatto che i missionari erano visti come cmissari delle potenze coloniali europee e portatori di una civiltà più alta e quindi ostili verso i membri di altre religioni. Ci si può allora domandare “fino a che punto questi atteggiamenti furono anche elementi scatenanti, che fecero sì che i cristiani fossero perseguitati e diventassero “martiri”” (p. 121).



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Indubbiamente, un ripensamento del martirio è oggi necessario, ma in senso diverso da quello indicato dalla rivista Concilium. Attualmente sono considerati “martiri” dalla Chiesa cattolica in senso proprio e in senso pieno coloro che in qualunque modo hanno sofferto sino alla morte o sono stati uccisi a causa della loro fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto, risorto e oggi vivente nella Chiesa. Perciò i martiri sono tali perché sono morti “a causa della fede in Cristo”: cioè sia in odio alla fede (in odium fidei), sia per non rinnegare la fede o un singolo dogma di fede (propter fidem), sia per il solo fatto di essere “cristiani”, seguaci di Gesù Cristo {propter Christum). La condizione per essere considerati martiri è la non-resistenza: che cioè si siano fatti uccidere senza opporre resistenza con le armi. Perciò chi è ucciso in una battaglia, anche se combattuta a difesa della fede, non è martire in senso proprio. In conclusione, il martire in senso proprio è colui che muore o è ucciso “a causa della fede in Cristo”, senza opporre resistenza. Non è quindi martire un cristiano ucciso per motivi politici, ideologici o razziali che non siano strettamente e direttamente connessi con la fede, salvo che il motivo propriamente religioso non sia camuffato, come spesso è avvenuto, con motivi di natura politica o con accuse di carattere penale, ciò che non sempre è facile stabilire. Ad ogni modo, per il martirio vale il detto di sant’Agostino: Martyres non facit poena, sed causa (Enarr. in Ps 34, 2,12): cioè non è la pena di morte che fa il martire, ma il motivo, la causa per cui egli viene ucciso.


Ma la causa del martirio è soltanto la fede? E su questo punto che la riflessione cristiana negli ultimi decenni ha “ripensato” la dottrina comune della Chiesa sul martirio: si è visto cioè che con la fede sono strettamente legati i valori cristiani della carità, della giustizia, della castità, della difesa degli oppressi, dei poveri: chi perciò viene perseguitato, imprigionato, torturato e ucciso per aver compiuto un atto eminente di carità — è il caso del francescano Massimiliano Kolbe, che si offre a morire per salvare un padre di famiglia — è un martire della carità; chi si espone volontariamente al pericolo di morte per non abbandonare persone umili e indifese, e viene ucciso, è un martire della carità; chi viene ucciso per aver difeso persone minacciate di morte oppure persone oppresse e sfruttate, private dei loro diritti essenziali, è un martire della giustizia, come è martire della giustizia chi è ucciso perché ha levato la propria voce contro l’ingiustizia sociale, di cui sono vittime persone innocenti e incapaci di difendersi e di far valere i propri diritti a vivere da persone umane; è martire della castità una cristiana che viene uccisa perché rifiuta di sottostare a un tentativo di stupro.


C’è quindi il martirio cristiano là dove la causa della morte, che viene inflitta a una persona credente che ha fatto del Vangelo la propria norma di vita, è l’affermazione di una norma essenziale del Vangelo, qual è la carità, spinta fino al dono della vita per i propri fratelli, o la difesa di un valore evangelico. Quello che conta, perché si possa parlare di martirio, è il riferimento, chiaro ed esplicito, alla persona di Gesù e all’insegnamento del Vangelo, da una parte; dall’altra, la morte non deve essere ne cercata ne provocata, ma subita senza resistenza o senza opposizione e in spirito di perdono verso colui o coloro che la infliggono ingiustamente. In conclusione, il martirio in senso cristiano non è il morire o l’essere ucciso per un’idea, per quanto nobile e grande possa essere, come la difesa della patria, il trionfo di un’ideologia politica o sociale, la difesa della libertà di un popolo contro la tirannia di un regime dittatoriale o totalitario; tanto meno si può parlare di un popolo martire, perché privato con la violenza dei propri diritti e perfino della vita, in quanto condannato a condizioni di vita che conducono lentamente un popolo — o almeno i suoi membri più deboli: i bambini e gli anziani — a una morte precoce. In altre parole, il martirio cristiano è sempre e soltanto un fatto religioso che fa esplicito riferimento alla fede in Gesù Cristo e ai valori del suo Vangelo: il martire cristiano, cioè, è sempre un testimone di Cristo e del suo Vangelo, in maniera cosciente ed esplicita.


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II martirio, nel senso proprio che abbiamo esplicitato, cioè come testimonianza, fino alla morte, della propria fede in Gesù e nel suo Vangelo, risale agli inizi del cristianesimo con la lapidazione del diacono Stefano da parte di un gruppo di ebrei, inferociti per la sua requisitoria contro coloro che non solo non avevano osservato la Legge data da Mosè, ma avevano ucciso Gesù, il Giusto (At 7,52), e con l’uccisione di Giacomo, uno dei Dodici, da parte del re Erode Agrippa I nel 42 d.C. Esso ha segnato tutta la storia cristiana con punte estreme nei primi tre secoli del cristianesimo, che si sono conclusi con le persecuzioni di Diocleziano e di Massimino Daia; nei secoli XVI e XVII con le feroci persecuzioni in Inghilterra sotto la regina Elisabetta I; in Giappone sotto gli shogun Hideyoshi e Ieyasu, nella Corea e nei regni della penisola indocinese (oggi Viet Nam), dove in tre secoli furono uccisi circa 130.000 cristiani. Ma le più terribili persecuzioni che fecero un numero incalcolabile di martiri si ebbero nei secoli XIX e XX. L’inizio lo diede la Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, che si propose — sotto la spinta dell’Illuminismo — di cancellare, in Francia, il cristianesimo massacrando i preti che non avevano accettato la Costituzione civile del clero, suore educatrici, ospedaliere e perfino monache di clausura come le carmelitane di Compiègne, e soprattutto combattendo contro i cattolici della Vandea, molti dei quali, ammassati su barconi e zattere, vennero annegati (noyés): tra essi anche alcune povere contadine.


Nel secolo XIX in Cina fu ucciso Agostino Zhao Rong (1815) e con lui vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, ma anche uomini e donne, ragazzi, ragazze e bambini. In Francia, la Comune di Parigi nel 1871 fece un numero notevole di martiri. Nell’Indocina, fino al 1886 infuriò una violenta persecuzione, che fu orribile, perché i cristiani furono decapitati, crocifìssi, strangolati, segati, squartati, sottoposti a inenarrabili torture nelle prigioni e nelle miniere. Ma “il secolo del martirio” (A. Riccardi) è stato, per eccellenza, il secolo XX. Iniziò con la distruzione delle missioni in Cina ad opera di una società segreta (i Boxers) (1900). Seguitò col genocidio degli armeni ad opera del Governo dei Giovani Turchi (1915-16), che costò la vita a 1.200.000 persone: tra i tanti cristiani uccisi per non aver voluto rinnegare la fede e passare all’islàm per aver salva la vita — era questa la proposta che i musulmani facevano ai cristiani dovunque erano al potere — ci furono l’arcivescovo armeno cattolico di Mardin, Ignazio Maloyan, e il vescovo di Malatya, Mikael Khatchadourian, strangolato con la catena della sua croce pettorale.


Nel 1925 s’intensificò nel Messico la persecuzione contro la Chiesa, che durava da molti anni. Essa suscitò la guerra cristera, con cui i cattolici intendevano difendere la libertà della Chiesa. La vittima più nota fu il gesuita Miguel A. Pro, recentemente beatificato, ma molti furono i sacerdoti e i laici fucilati per la fede.


Con la vittoria alle elezioni politiche del Fronte popolare (16 febbraio 1936), si scatenò nella Spagna una violenta persecuzione tesa a “distruggere la Chiesa”. Secondo stime attendibili, furono uccisi 13 vescovi, 4.184 sacerdoti diocesani e seminaristi, 2.365 religiosi, 283 suore e migliata di laici cattolici. Ma non ci si accanì soltanto contro le persone (con particolare brutalità contro le suore), bensì anche contro gli edifici sacri, molti dei quali furono profanati e distrutti. Ci furono profanazioni dell’Eucaristia, riesumazioni ed esibizioni di cadaveri di religiosi e religiose. “La Chiesa deve essere strappata dalla nostra terra fin dalle radici”, scriveva il 15 agosto 1936 il giornale Solidaridad Obrera. Il bilancio della persecuzione religiosa nella Spagna fu fatto il 7 gennaio 1937 dal ministro Manuel de Irujo a una riunione di Gabinetto: “a) Tutti gli altari, immagini e oggetti di culto sono stati distrutti, nella maggior parte dei casi con grave vilipendio; b) Tutte le chiese sono state chiuse al culto, che è rimasto sospeso in maniera totale e assoluta; c) Una gran parte dei templi sono stati dati alle fiamme e, in Catalogna, ciò è avvenuto di regola; f) Tutti i conventi sono stati sgombrati e in essi la vita religiosa è stata sospesa; g) Sacerdoti e religiosi sono stati processati, gettati in prigione e fucilati a migliala senza nessun processo…”.


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Ma la persecuzione spagnola non fu che un episodio modesto, per quanto feroce, della “grande tribolazione” (Ap 7,14″ per cui è passata la Chiesa nel secolo XX e che ha fatto scrivere a Giovanni Paolo II: “Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente la Chiesa dei martiri” (Tertio Millennio Adveniente,n. 43). In realtà, la “grande tribolazione” della Chiesa nel Novecento, che ha prodotto un numero incalcolabile di martiri — la maggior parte dei quali è scomparsa nel nulla, senza lasciare la minima traccia —, ha due nomi: il comunismo e il nazismo.


L’avvio della persecuzione contro la Chiesa ortodossa in Russia — che aveva lo scopo di cancellare il cristianesimo dalla società sovietica — fu dato praticamente da una lettera segreta inviata da Lenin ai membri del Politbjuro il 12 marzo 1922, nella quale si diceva che “quanti più esponenti […] del clero reazionario riusciremo a fucilare […], tanto meglio sarà”. Così nel solo 1922 circa 6.000 persone furono processate per motivi religiosi.


Ma fu negli anni Trenta che si tentò, per ordine di Stalin e sotto la pressione della “Lega dei senza-Dio”, la liquidazione della religione. Il “terrore” raggiunse l’apice negli anni 1937-38, quando fu fucilato un numero altissimo di cristiani: ortodossi, cattolici, luterani, battisti ed evangelici. A cominciare dal 5 agosto 1937, per ordine di Stalin, nel poligono di Butovo, vicino Mosca, venivano uccise 300-400 persone al giorno (si calcola che nelle vicinanze siano state seppellite circa 300.000 persone). I motivi per la condanna alla prigione, al gulag o alla fucilazione non erano mai religiosi; la si comminava invece per attività antistatali o per altri reati. Ciò permetteva all’URSS di dichiarare all’estero che i vescovi, i preti e i laici cristiani non subivano condanne penali per la religione che professavano, ma per attività contro lo Stato sovietico e per reati comuni. In tal modo, la persecuzione assunse un carattere “legale” di difesa dello Stato dai suoi nemici.


Nel 1945 Stalin e Berija decisero di liquidare la Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina, incorporandola alla Chiesa ortodossa: il metropolita Slipyi, i vescovi e 170 preti (di cui 93 morirono) furono imprigionati o deportati nei gulag siberiani. Fu quindi la volta dei cattolici dei Paesi baltici, Lituania ed Estonia. Con l’occupazione g) Sacerdoti e religiosi sono stati processati, gettati in prigione e fucilati a migliala senza nessun processo…”.



 


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Ma la persecuzione spagnola non fu che un episodio modesto, per quanto feroce, della “grande tribolazione” (Ap 7,14) per cui è passata la Chiesa nel secolo XX e che ha fatto scrivere a Giovanni Paolo II: “Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente la Chiesa dei martiri” (Tertio Millennio Adveniente,n. 43). In realtà, la “grande tribolazione” della Chiesa nel Novecento, che ha prodotto un numero incalcolabile di martiri — la maggior parte dei quali è scomparsa nel nulla, senza lasciare la minima traccia —, ha due nomi: il comunismo e il nazismo.


L’avvio della persecuzione contro la Chiesa ortodossa in Russia -— che aveva lo scopo di cancellare il cristianesimo dalla società sovietica — fu dato praticamente da una lettera segreta inviata da Lenin ai mèmbri del Politbjuro il 12 marzo 1922, nella quale si diceva che “quanti più esponenti […] del clero reazionario riusciremo a fucilare […], tanto meglio sarà”. Così nel solo 1922 circa 6.000 persone furono processate per motivi religiosi. Ma fu negli anni Trenta che si tentò, per ordine di Stalin e sotto la pressione della “Lega dei senza-Dio”, la liquidazione della religione. Il “terrore” raggiunse l’apice negli anni 1937-38, quando fu fucilato un numero altissimo di cristiani: ortodossi, cattolici, luterani, battisti ed evangelici. A cominciare dal 5 agosto 1937, per ordine di Stalin, nel poligono di Butovo, vicino Mosca, venivano uccise 300-400 persone al giorno (si calcola che nelle vicinanze siano state seppellite circa 300.000 persone). I motivi per la condanna alla prigione, al gulag o alla fucilazione non erano mai religiosi; la si comminava invece per attività antistatali o per altri reati. Ciò permetteva all’URSS di dichiarare all’estero che i vescovi, i preti e i laici cristiani non subivano condanne penali per la religione che professavano, ma per attività contro lo Stato sovietico e per reati comuni. In tal modo, la persecuzione assunse un carattere “legale” di difesa dello Stato dai suoi nemici.


Nel 1945 Stalin e Berija decisero di liquidare la Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina, incorporandola alla Chiesa ortodossa: il metropolita Slipyi, i vescovi e 170 preti (di cui 93 morirono) furono imprigionati o deportati nei gulag sibcriani. Fu quindi la volta dei cattolici dei Paesi baltici, Lituania ed Estonia. Con l’occupazione dell’Europa dell’Est da parte dell’Armata Rossa e l’instaurazione di regimi comunisti in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Bulgaria e in Iugoslavia, iniziò per la Chiesa cattolica un periodo di persecuzioni, in cui furono particolarmente presi di mira i vescovi — come Stepinac, Mindszenty, Beran, Trochta, Bossilkov, Wyszynski — e i preti, e furono aboliti gli ordini religiosi. Assai crudele fu la persecuzione in Albania, dichiarata dal regime comunista di Hoxha il “primo Stato ateo” del mondo, con il divieto, fatto nel 1967, di ogni manifestazione di culto. Prima dell’avvento del regime comunista c’erano in Albania sei vescovi e 156 preti: di essi 65 sono morti per condanna alla pena capitale o sotto le torture e 64 dopo essere stati nei campi di detenzione o in prigione per lunghi anni. Tra essi, 13 gesuiti. Alla fine del comunismo sopravvivevano soltanto una trentina di preti, tutti passati per il carcere.


Speculare alla lotta al cristianesimo del comunismo fu quella del nazismo, anch’esso deciso ad annientare il cristianesimo per sostituirlo con la religione della razza e del sangue. La persecuzione iniziò con lo scioglimento delle associazioni giovanili cattoliche, con la soppressione della stampa cattolica e l’abolizione delle scuole confessionali. Furono arrestati dirigenti dell’Azione Cattolica e processati preti e religiosi, accusati di abusi sessuali. L’entrata in guerra non limitò le misure persecutorie, con violenze, arresti, condanne a morte e deportazioni a Dachau, che durarono fino alla caduta del regime (maggio 194.5). Così, nei 12 anni del regime nazista furono 12.000 i preti che in una maniera o in un’altra furono perseguitati: molti di essi furono fucilati o perirono nei lager di Auschwitz, Dachau, Buchenwaid e Sachsenhausen. Dai Paesi occupati dalla Germania, in particolare dalla Polonia, molti preti, religiosi, suore e laici cattolici, furono deportati nei lager. Secondo alcune stime, morirono per mano tedesca, sei vescovi, 1.923 preti diocesani, 63 chierici, 580 religiosi e 289 suore. Alcuni morirono in seguito a esperimenti medici. In Francia furono uccisi 83 preti diocesani e 23 religiosi, mentre su quasi 500 preti deportati in Germania morirono durante la deportazione 98 preti diocesani e 27 religiosi. Nel 1941 Hitler disse a una riunione dei gerarchi nazisti che la “soluzione finale” — cioè la distruzione totale — della Chiesa era rinviata alla fine della guerra. Per sua sfortuna, gli mancò il tempo.


Non fu solo il comunismo ateo europeo che scatenò la più violenta e distruttiva persecuzione contro la Chiesa cattolica. Lo fu in eguale misura il comunismo asiatico: in Cina, dopo che nel 1949 fu proclamata la Repubblica popolare cinese; nella Corea del Nord; nei tre Paesi dell’Indocina: Vietnam, Laos e Cambogia, in mano, quest’ultima, alla incredibile ferocia degli khmer rossi di Poi Pot. In queste nazioni, i cattolici, al pari degli altri cristiani e dei buddisti, furono sterminati e tutto ciò che ricordava il cristianesimo — chiese, scuole e ospedali cattolici — distrutto. Per i cattolici e per i vescovi e i preti che si mantennero fedeli al Papa, si crearono in Cina numerosi campi di detenzione e di “rieducazione”, dove molti morirono per le torture, per i lavori forzati in condizioni disumane, per la fame e per i continui spostamenti da un campo all’altro, ammassati in vagoni sprangati. In Vietnam si ricorse a fucilazioni immediate e a lunghi anni di detenzione, tra disagi, umiliazioni e tentativi di annientamento della personalità. Negli ultimi decenni del XX secolo si sono avuti episodi di odio religioso e di intolleranza, in India, da parte di indù, che hanno fatto dal 1990 al 2000 almeno 15 vittime: alcuni religiosi sono stati uccisi per aver difeso i contadini poveri e i dalit (i fuori-casta) dai soprusi delle caste superiori: martiri, dunque, della giustizia e della carità.


Se passiamo al continente africano, non si può parlare di vere e proprie persecuzioni. Ciò nonostante, non sono mancati numerosi martiri, vittime della ferocia di soldatesche combattenti nelle interminabili e crudelissime guerre nazionaliste e tribali. Particolarmente colpite sono state le suore, uccise per difendere la propria verginità: è il caso di suor Marie-Clémentine Anwarite, uccisa nel 1964 da un colonnello dei simba congolesi per non aver voluto cedere alle sue proposte. Ma non è il solo. Tra gli eccidi più efferati di preti, di religiosi e di suore, si devono ricordare quelli perpetrati nel Congo, nell’Uganda, nel Ruanda e nel Burundi.


Per l’America Latina, si deve ricordare l’uccisione, mentre celebrava l’Eucaristia, di mons. Oscar A. Romero, avvenuta il 24 marzo 1980, a El Salvador, dove il 16 novembre 1989 furono uccisi anche sei gesuiti, dell’università locale. Altre vittime si ebbero in Brasile, nel Guatemala (dove scomparvero migliata di catechisti) e nella Colombia.


Un particolare rilievo merita la condizione diffìcile, in cui si trova oggi la Chiesa cattolica in alcuni Paesi islamici: in Egitto, il 17 giugno 1981, i fondamentalisti islamici uccisero 17 cristiani e ne ferirono 110; il 27 luglio 1998, nello Yemen furono uccise tre missionarie della Carità di madre Teresa. La situazione più tragica — di vera e propria persecuzione — è stata dal 1983 ad oggi quella del Sudan, dopo l’introduzione della sharia come legge dello Stato. Nel Pakistan esiste una legge sulla bestemmia, in forza della quale chi diffama il Corano può essere punito con la prigione a vita, e chi bestemmia Maometto rischia la condanna a morte: in forza di questa legge parecchi cristiani sono stati messi a morte. In Indonesia, la minoranza cristiana è sempre nel mirino degli integralisti islamici: il 22 novembre 1998 sono state incendiate 13 chiese e uccise 13 persone. In Algeria, il 1° agosto 1996 è stato ucciso il vescovo di Orano, mons. P. Claverie. Qualche mese prima, nella notte tra il 26 e il 27 marzo, erano stati rapiti dalla trappa di Tibhirine 7 monaci: i loro corpi furono trovati decapitati il 2.1 maggio. La strage — al pari di altre a danno di alcuni Padri Bianchi e di alcune suore —


era dovuta ai militanti del Gruppo Islamico Armato (GIÀ).


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A conclusione della sua opera II secolo del martirio. I cristiani nel Novecento (Milano, Mondadori, 2000), dalla quale abbiamo tratto molte notizie qui riportate, A. Riccardi ricorda che, al 31 marzo 2000, erano arrivate alla Commissione Nuovi Martiri, della Santa Sede, 12.692 segnalazioni di martiri recenti, di cui 126 erano di vescovi, 5.343 di sacerdoti e seminaristi, 4.872 di religiosi e di suore, 2.351 di laici e di laiche. In realtà, il numero dei martiri è assai più grande, perché la maggior parte di essi sono scomparsi nel nulla. Del resto era questa la tattica dei loro persecutori. E importante perciò che i cristiani di oggi ne facciano memoria per rendere loro una doverosa giustizia, anche se chi veramente può renderla loro è il Signore Gesù, per il quale sono morti, dopo indicibili sofferenze, torture e umiliazioni, che egli solo conosce.


Ma non si tratta soltanto di mantenere viva nella Chiesa la memoria dei martiri; si tratta soprattutto di comprendere e mettere in luce il senso del martirio cristiano. Esso è anzitutto il segno più autentico che la Chiesa è la Chiesa di Gesù, è la Chiesa che egli ha voluto e fondato e nella quale egli è presente. Purtroppo, nella Chiesa che è formata da uomini, è presente il peccato. Molti cristiani sono infedeli al loro battesimo, hanno una fede piena di dubbi e di incertezze, vivono chiusi nel loro egoismo, dimenticando il precetto — primo ed essenziale per ogni cristiano — della carità. In tal modo, la loro vita spesso è una contro-testimonianza a Gesù Cristo e uno scandalo per i non credenti, che certamente non sono incoraggiati a vedere nella Chiesa di oggi la Chiesa di Gesù Cristo. Ecco, allora, che è l’immensa schiera dei martiri a testimoniare con il loro sangue la fedeltà della Chiesa a Gesù Cristo, poiché, se la Chiesa è una “Chiesa di peccatori”, è nello stesso tempo una “Chiesa di martiri”, vale a dire di cristiani autentici che hanno spinto la loro fede in Cristo e la loro carità verso i propri fratelli, anche se nemici, fino al sacrificio, non solo della vita, ma anche assai spesso dell’onore, avendo dovuto subire umiliazioni tremende ed essendo stati fatti passare per persone traditrici e disoneste.


Il senso del martirio cristiano sta poi nel fatto che esso mostra che Dio, la persona di Gesù Cristo, la fede in lui e la fedeltà al suo Vangelo sono i valori più alti della vita umana, tanto che per affermarli si deve sacrificare la stessa vita e andare incontro a ciò che di più orrendo la malvagità e la barbarie umana hanno saputo inventare per distruggere e umiliare l’uomo e infliggergli le sofferenze più atroci e la morte più infamante. Quando i martiri sono persone povere e umili, che hanno speso la vita in opere di carità e che soffrono e muoiono perdonando i loro carnefici, si è allora di fronte a una realtà che supera il livello umano e costringe a chiedersi se dietro la figura del martire cristiano non ci sia Dio. Così il martirio cristiano è un segno della presenza e dell’azione di Dio nella storia umana.


Infine, per i “poveri cristiani” quali siamo tutti noi, i martiri sono uno stimolo a vivere il Vangelo seriamente e integralmente, affrontando con coraggio i piccoli e i grandi sacrifìci che la vita cristiana, vissuta nella fedeltà alle parole e agli esempi di Gesù, normalmente comporta. I martiri sono gli imitatori più autentici di Gesù nella sua passione e nella sua morte. Ecco perché la Chiesa ha sempre visto in essi i più veri discepoli di Gesù, ne ha onorato la memoria e in ogni tempo li ha proposti ai cristiani come modelli da imitare. Nel cammino, assai spesso oscuro, della Chiesa, i martiri sono la grande luce che meglio riflette colui verso il quale essa “prosegue il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” {Lumen gentium, n. 8), il Signore nostro Gesù Cristo.


La Civiltà Cattolica
Editoriale de La Civiltà cattolica – fasc. 3712 19 febbraio 2005 pp-.319-328